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Titolo originale: id. 12 / Locandina
Nazione: Russia
Anno: 2007
Genere: Drammatico, Guerra, Poliziesco, Thriller
Durata: 159'
Regia: Nikita Mikhalkov
Sceneggiatura: Nikita Mikhalkov, Aleksandr Novototsky, Vladimir Moiseyenko
Cast: Sergey Makovetskiy, Nikita Mikhalkov, Sergey Garmash, Valentin Gaft, Aleksei Petrenko, Yuriy Stoyanov, Sergey Gazarov, Mikhail Efremov, Aleksey Gorbunov, Sergei Artsybashev, Viktor Verzhbitskiy, Roman Madyanov, Aleksandr Adabashyan, Apti Magamaev, Abdi Magamayev
Produzione: Federal Agency for Culture and Cinematography, Studio Trite, Three T Productions
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 27 Giugno 2008
Trama: A Mosca, dodici giurati di diversa età, professione, etnia e credo discutono il caso di un diciottenne ceceno. Dopo la tragica morte dei genitori, è stato adottato e portato in Russia dallo zio, ex-ufficiale dell'esercito russo, e ora è processato per il suo assassinio. Mentre dibattono sui complessi dettagli del caso, ognuno di loro rivela una diversa storia di ansie e risentimenti, varie questioni che hanno accumulato negli anni nei loro cuori, menti e anime.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

12Per capire la messa a regime del film di Nikita Mikhalkov basterà già partire dal fatto che rispetto al ben noto antecedente si passa da una stanza dedicata, nel palazzo di un tribunale, ad un ritrovo di fortuna, la palestra di una scuola. Se il film di Lumet accorciava la sua America nella confessione tenacemente estorta di dodici uomini che finivano per inveire contro le sue contraddizioni, Mikhalkov allunga—spalma, quasi—la sua Russia su un ampio terreno di gioco. La cosa vale non solo per l'ambientazione, ma per la stessa organizzazione del testo, che prolunga ed interrompe la stretta unità di tempo e luogo dalla quale si partiva.
Il ragionamento sociologico del film viene in questo modo a farsi meno serrato e polivalente, puntando al contrario su una sorta di balletto etnico (anziché di ceto e razziale) nel quale i vari aliti vitali (e di morte) dell'ex-impero vengono calati in un contesto di richiami molto contemporaneo—quasi un reality show, come quello con triste ironia intitolato «Il pianeta del bene» che sta preparando il personaggio del produttore tv.
Rispetto al materiale di partenza, dunque, Mikhalkov si pone, come ci si aspetterebbe da parte sua, in un'ottica più spiccatamente interna (nel senso di attinente la sua nazione), aggiustando nelle ammissioni di memoria che pian piano vanno scagionando l'imputato delle glosse sul funzionamento sfaldato della Russia di oggi e del suo modus ponens.
Si va componendo così un percorso ad ostacoli fra lo zuzzurellone ed il gravoso con gli attrezzi ginnici fisicamente disponibili, saltando i quali—o meglio, spostandoli—appaiono le commodities della Russia fattasi classe media (chi ha la Audi, chi l'amante in arrivo da Dubai—posto dove i ricchi russi, anche quelli non ricchissimi, adesso abbondano), di un modo di vivere e pensare in via di ristrutturazione, come il tribunale della nuova legalità, ma nei fatti governato dall'adattamento nell'alto e nel basso alle nuove leggi della corruzione, come le tubature arroccate al soffitto.
Non a caso, la lunga coda finale sporge aperta querela quando va ad individuare non solo il «ragionevole dubbio» sulla colpevolezza dell'imputato (la cui imprescindibilità, in virtù della sua inesistenza come principio legale nel caso in specie, diventa semplice richiamo filosofico), ma il vero colpevole nella nuova contorsione di interessi dietro a quello che, a questo punto, appare come giusto un danno collaterale.
Così, quando i giurati si dicono addio terminato il loro ottimo lavoro, autorassicurandosi nella convinzione di aver per una volta seguito alla lettera ciò che la legge imponeva loro, ovvero scagionare un innocente, sono (quasi) tutti troppo impegnati a star dietro alle loro nuove occupazioni per farsi carico delle meno dorate conseguenze del futuro.

Giudizio: 2.5


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