Correndo con le forbici in mano

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Titolo originale: Running with Scissors Correndo con le forbici in mano / Locandina
Nazione: Stati Uniti
Anno: 2006
Genere: Commedia, Drammatico
Durata: 116'
Regia: Ryan Murphy
Sceneggiatura: Ryan Murphy
Cast: Annette Bening, Brian Cox, Joseph Fiennes, Evan Rachel Wood, Alec Baldwin, Joseph Cross, Jill Clayburgh, Gwyneth Paltrow, Gabrielle Union, Patrick Wilson, Kristin Chenoweth, Dagmara Dominczyk, Colleen Camp, Jack Kaeding, Gabriel Guedj
Produzione: Plan B Entertainment
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Data di uscita: 2 Marzo 2007
Trama: Una scrittice di poesie, in preda a crisi isteriche che la portano ad una aridità narrativa totale, si affida alle cure di un eccentrico psichiatra. Il figlio, costretto ad andare a vivere nella magione in rovina di proprietà dello strizzacervelli, si trova in una situazione quantomai complicata, venendo a contatto con le figlie e la moglie dell'uomo. Intanto il matrimonio tra sua madre e suo padre va definitivamente in rovina.


Recensione di EMANUELE RAUCO

Correndo con le forbici in manoQuesto, possiamo dirlo, è un film di tendenza, o meglio di tendenze, nel senso che raduna in sé alcuni dei trend più evidenti del cinema indie degli ultimi anni: tratto da un bestseller chiacchierato, in cui si racconta una sciagurata autobiografia, diretto da un autore in prestito dalla tv, girato come fosse un familiare quadretto degli anni '70 ed interpretato da un ricco e variopinto cast di stelle in ruoli problematici.
Perciò attese e speranze ci sembrano confermate in questo Running with Scissors, tratto dall'omonimo bestseller di Augusten Burroughs e che la sua infanzia folle e grottesca racconta, per la regia di Ryan Murphy (il creatore-produttore-autore di Nip/Tuck) ed un parterre d'attori che va da Annette Bening a Gwyneth Paltrow.
La storia di Augusten è quella della madre talentuosa e sostanzialmente psicotica, del padre irascibile ed alcolizzato, dello psichiatra folle ed autoritario – un patriarca col vizio dell'estorsione di figli – e della di lui famiglia, persa tra squilibri e slanci d'affetto; e soprattutto dei tentativi del ragazzo di vivere con ironia e serenità.
Scritto dallo stesso Murphy, con l'appoggio almeno morale dell'autore del romanzo (che compare nell'ultima inquadratura), è un tipico racconto di formazione in salsa bizzarra che mette in scena i tentativi di un ragazzo di essere e sentire se stesso in una realtà che fa di tutto per distruggersi e negare gli slanci e le intimità in nome di un'individualità schiacciante e malata.
Giustamente bilanciato tra la drammaticità di fondo e la brillante ironia della pagina scritta, il film è sostanzialmente una galleria di personaggi e situazioni borderline che compone il ritratto di un paese diviso tra liberazione e paranoia, indeciso tra le voglie femministe di rivalsa isterica e le pulsioni accentranti del «gretto materialismo maschilista», in un gioco continuo di scontri, fusioni e rimandi agli stimoli culturali di quell'epoca (seconda metà degli anni '70), in cui i doppi e gli antagonisti di un mondo si scontrano nella figura del protagonista, un ragazzo deluso e confuso che nel cercare la propria via, la propria strada della felicità, deve rifugiarsi nella diversità a tutti i costi.
Augusten è il simbolo della lotta dei figli contro i genitori, dell'identità personale contro quella sociale spesso castrante, del bisogno di ironia e auto-consapevolezza nel mondo del paradosso tragico: un film psicoanalitico (in linea con i sottotesti cari a Murphy), ma anche un film sottilmente civile, se non politico, in cui sono distrutti, con la ferocia dell'assurdo e del nonsense, i miti del successo, del talento, del genio e della ricchezza tipici di una certa borghesia radical-chic, cardini di un individualismo tutto americano che vanno spezzati con la forza dell'affetto, dell'amore, della solidarietà.
Bravo, intelligente e molto abile, Murphy ha fatto un film che può anche irritare, col suo essere sempre sopra le righe, aprendosi al sentimentalismo dopo parentesi d'incredibile cinismo (le sedute «terapeutiche» della madre o l'escatologica venerazione del Dr. Finch), ma che è innegabilmente costruito su una struttura coerente con questi limiti, facendoli diventare parte del gioco – se non senso – e riuscendo a dare fluidità e risolutezza ad una messa in scena tutt'altro che semplice (ottimo, sebbene ruffiano, l'uso delle canzoni).
Ovviamente un film composito come questo ha bisogno di un cast all'altezza: e sostanzialmente, Murphy pesca il jolly di un nutrito gruppo di bravi attori, tra conferme (Jill Clayburgh, l'ottimo Brian Cox, ed una straordinaria Annette Bening), sorprese (Joseph Fiennes, Alec Baldwin che migliora con gli anni e Gwyneth Paltrow) e giovani talenti come la già nota Evan Rachel Wood e il quasi esordiente Joseph Cross. Da Murphy forse ci si aspettava la radicalità della serie che ha creato, o del libro che ha adattato, ma non ci aspettavamo nulla di meno che un bel film. Come questo.

Giudizio: 2.5


Altri giudizi della redazione:

Alberto Di Felice: 2


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