| Titolo originale: | The Good Shepherd | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti |
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| Anno: | 2006 |
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| Genere: | Drammatico, Thriller |
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| Durata: | 167' |
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| Regia: | Robert De Niro |
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| Sceneggiatura: | Eric Roth |
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| Cast: | Matt Damon, Angelina Jolie, Alec Baldwin, Tammy Blanchard, Billy Crudup, Robert De Niro, Keir Dullea, Michael Gambon, Martina Gedeck, William Hurt, Timothy Hutton, Mark Ivanir, Gabriel Macht, Lee Pace, Joe Pesci |
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| Produzione: | Universal Pictures, Morgan Creek Productions, Tribeca, American Zoetrope |
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| Distribuzione: | Medusa |
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| Data di uscita: | 20 Aprile 2007 |
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| Trama: | La nascita della CIA, le difficoltà di gestire i rapporti famiglia ed interpersonali quando si è un agente operativo, le logiche che la regolano e il dolore di dover compiere azioni moralmente scorrette. E soprattutto l'occhio vigile di chi ti controlla e di chi ti guarda, come un pastore che regola le proprie greggi nel più assoluto anonimato. |
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Recensione di ALBERTO DI FELICE
Ignoro cosa pensa di aver dimostrato Robert De Niro con questo film. Nel film non si vede granché. Viene raccontata, come si può leggere nelle sinossi un po' ovunque, la nascita della CIA inventando personaggi immaginari che riassumono qualcosa di quelli reali, e soprattutto attraverso la vita di Edward Wilson (Matt Damon) dalla sua «setta» all'università fino agli eventi successivi alla fallita invasione alla Baia dei Porci nel 1961.De Niro deve evidentemente avere l'ambizione di dire qualcosa di importante sul potere nel presente. Ma il film, che è sceneggiato dall'Erich Roth di Munich, preferisce la scorciatoia di fare della vita di un uomo il veicolo (motore/vittima) del tutto. Il che non sarebbe neanche sbagliato in sé, se effettivamente si riuscisse ad organizzarci un qualche discorso attorno. Invece, alla fine De Niro si è assicurato solo la presenza di alcune frasi sagge e lungimiranti, pronunciate tra l'altro predominantemente proprio da lui (e dal sempre ottimo Michael Gambon), ma che non finiscono nella sostanza da nessuna parte annacquate dai banali lidi in cui approda la storia privata di Wilson.
Dopo poco più di un'ora nella quale le doti narrative di De Niro sembrano confezionare un discreto esemplare di cinema civile da major e fornire un buon quadro d'insieme (ricco cast: oltre a Gambon, William Hurt, Alec Baldwin, John Turtutto, Billy Crudup, un cammeo di Joe Pesci), tutto si incupisce (anche perché De Niro sembra felice di lasciare che Damon se ne stia tutto il tempo fermo immobile con un'espressione tetragona: che Wilson venga reso privo di affetto e anima l'abbiamo capito, non mi sembra il caso di insistere così fieramente) nel fallimento di un marito (di Angelina Jolie) ed un padre (di Eddie Redmayne). Per finire con un parallelismo fra il suicidio del padre (Timothy Hutton) e l'uccisione della futura moglie del figlio che francamente non dice nulla. O almeno non dice nulla di interessante.
Giudizio:

Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Quando un grande attore, anzi, uno dei più grandi di sempre, si cimenta nella regia, è inevitabile che tutte le tecniche che ha assorbito a pelle dai registi (tanti con la «r» maiuscola) vengano poi applicate nel suo lavoro direttivo. De Niro (mi sembra superflua qualunque citazione esemplificativa di suoi lavori precedenti) raduna per questo film sugli albori e del come e perché della nascita della CIA un cast di stelle (Hurt, Damon e Jolie in primis) concedendosi una breve sporadica (ma terribilmente significativa) presenza in qualche punto del film.Come negli insegnamenti avuti dai grandi (a cominciare da Leone con C'era una volta in America) il neo-regista sa che il lavoro a flashback è quello maggiormente performante per i buoni risultati quando si intende raccontare una vicenda che affonda le sue radici nel passato (in questo caso la Seconda guerra mondiale) per farla prepotentemente riaffiorare in superficie al momento della ripresa del nodo della vicenda attuale. Costruendo su eventi successi nel passato possiamo capire come mai l'irreprensibile agente interpretato da Damon abbia un tale senso del dovere, vediamo che comunque non è scevro di sentimenti, e che nonostante egli scelga la strada retta per restare ligio al dovere queste decisioni sono per lui fonte di sofferenza; uomini che lavorano per la patria ma poco per se stessi, prima l'agenzia (il cui statuto è stato curiosamente scritto da Ian Fleming, l'autore di 007) e poi Dio come detto nel film, esemplificando nella scena del ringraziamento pre-pasto il tutto.
In maniera raffinata e ben bilanciata, partiamo da un inizio che ci fa capire quanto il lavoro possa essere sporco (lotta nel fango e successiva urina), ma ancora di più nel prosieguo vediamo come le cose più sporche avvengano in fondo in famiglia, dovendo chiudere in una bottiglia i sentimenti così come le barche che alzano le vele solo quando sono rinchiuse: possono esserci, ma non devono uscire. I due comparti (Seconda guerra mondiale e primi anni '60) non sono due grandi blocchi contrapposti ma si alternano sapientemente in una crescita parallela (azione e ragione), e continuando con essa vediamo come la necessità di un lavoro sotterraneo per coprire falle e scoprire spie (il tutto, ricordiamo, avviene durante i periodi più bollenti della guerra fredda per la conquista politica di Cuba, da parte dei sovietici per tenere allineato Fidel Castro) possa essere vanificato anche dal più piccolo particolare imprevisto, e che anche mezzi per l'epoca tecnologici possano, non tenendo conto del valore emozionale, portare a un risultato completo e a scoprire verità nascoste.
Il plusvalore occulto di questo film sta nel fatto che la vicenda procede con una accorta lentezza, dando il senso del tutto come se fosse una vera indagine; ma, per mantenere il corpus di attenzione e non far cadere nel torpore lo spettatore, il flashback (con narrazione più spigliata e meno debitoria di meccanica lenta) viene utilizzato come spiegazione e movimento, scelta quanto mai intelligente e mirata.
DeNiro offre ai suoi numerosi estimatori una prova decisamente sfavillante nella direzione, sia come valore tecnico che direzione degli artisti (notevole la fotografia con dei chiaroscuri di ovvia simbologia), che non cade assolutamente mai nel banale e che centralizza la figura di Damon a totale mattatore (le altre stelle in fondo sono comprimari, dallo scarso minutaggio in presenza), graffia al vetriolo («Qualcosa mi sta mangiando le gambe, mi stanno tagliando i piedi pezzo per pezzo», dice il grande occulto da lui interpretato) e oltretutto rischia senza problemi senza mai dotare di inseguimenti esasperati, sparatorie esagerate (gli omicidi avvengono di solito secondo la teoria del «colpo solo» de Il cacciatore) in una filologia perfetta di ragioni sommesse e azioni nascoste, terminando il suo arco di narrazione in una ideologia di totale chiusura verso il mostrarsi esterno.
Se un difetto vogliamo trovare, sembra mancare un po' il fascino dell'invecchiamento umano, dove in fondo solo un paio di occhiali dalle lenti più marcate non danno vera idea della maturità, separando in maniera visivamente meno netta i due periodi. Lo spettatore che si avvicina a questo lavoro dalla durata extra (167 minuti) deve farlo in un'ottica di attesa e di svolgimento paziente, con attenzione, con la soddisfazione di profanare luoghi sacri di un'America timorosa che un tempo preferiva anche agire underground e non apertamente come adesso, tronfia e sicura delle sue invincibili legioni che possono conquistare al di là delle ragioni o della logica. Grazie, Mitico Bob.
Giudizio:

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