La città proibita

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Titolo originale: Man cheng jin dai huang jin jia La città proibita / Locandina
Nazione: Hong Kong, Cina
Anno: 2006
Genere: Azione, Drammatico, Romantico
Durata: 114'
Regia: Yimou Zhang
Sceneggiatura: Yimou Zhang
Cast: Chow Yun-Fat, Gong Li, Jay Chou, Liu Ye, Chen Jin, Ni Dahong, Li Man, Qin Junjie
Produzione: Beijing New Picture Film Co., EDKO Film, Elite Group Enterprises, Film Partner International, Standard Chartered Bank
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 25 Maggio 2007
Trama: Cina, tarda dinastia Tang, decimo secolo. Alla vigilia delle festività del Chong Yang, fiori dorati riempiono il palazzo imperiale. L'imperatore ritorna inaspettatamente a casa assieme al suo secondogenito, il principe Jai. La ragione ufficiale è quella di celebrare le festività con la sua famiglia ma considerando i rapporti freddi che intercorrono tra lui e la sofferente imperatrice, questa sembra soltanto una scusa. La famiglia imperiale nasconde segreti inconfessabili fino al giorno in cui ogni minimo intreccio verrà disvelato. Un'epica battaglia metterà fine a tutti i misteri.


Recensione di EMANUELE RAUCO

La città proibitaEra riconosciuto come uno dei più grandi registi cinesi, autore (neo)realista capace di parlare del presente e del passato come se fossero una cosa sola, di ritrarre il proprio paese senza il timore delle patrie censure ma spopolando tra i cinefili ed il pubblico dei festival; poi, per esigenze artistiche, commerciali, politiche, ha scoperto il genere ed il grande pubblico.
Zhang Yimou, dopo Lanterne rosse, Ju Dou e La storia di Qiu Ju, ha cominciato a solcare film meno d’autore e più popolari, fino a giungere ai 2 magnifici wuxiapian (film di spadaccini) con cui ha conosciuto il successo mondiale, ma il voltafaccia degli aficionados (Hero e La foresta dei pugnali volanti). Con l’ultimo film, Curse of the Golden Flower (il più centrato titolo internazionale), cerca di mescolare i suoi due tipi di cinema arrivando a sublimarli nella sua terza vena: l’opera lirica.
Fine della dinastia Tang: l’imperatore gestisce il potere con autorità e violenza, tanto da cercare di avvelenare lentamente la moglie, che nel frattempo stringe una relazione col di lui figlio di primo letto. Quando la donna scopre i piani del marito, si allea col figlio per cercare di ribaltare le sorti, durante la festa del crisantemo.
Scritto da Zhang con Wu Nan e Bian Zhihong, un melodramma storico fosco e sontuoso, tra Shakespeare, Verdi e Guan Hanqing (il più grande drammaturgo classico), possente nell’intreccio di sentimenti familiari ed assolutamente stupefacente sul piano visivo, che è l’atto d’amore estremo verso un modo di fare cinema e spettacolo che la modernità rischia di portarsi via.
Quasi tutto chiuso all’interno del palazzo, con travolgente epilogo nel giardino, è un film sulla decadenza e l’immoralità del potere, inteso non come gestione politica (forse cautela per non tornare ad incappare nella censura, ora che è il simbolo della cultura cinese nel mondo), ma come modo di essere che corrode, strazia, deturpa, infetta le anime ed i corpi di che ne partecipa; ma è anche un film su come l’amore e la forza della sensualità possano diventare armi rivoluzionarie, sebbene destinate al fallimento, contro l’assolutezza del Male.
Molto diverso dai precedenti film d’avventura – visto che le scene di combattimento sono poche – e costruito visivamente e narrativamente come una magniloquente opera lirica (genere da Zhang frequentato), il film è stilisticamente un gioco di metafore e simboli, evidenziati per contrasto proprio dal gigantismo visivo e dall’estremità delle storie raccontate: le ripetute inquadrature sulle mani, i detti ripetuti dalla corte come un coro classico, l’enormità del palazzo che racchiude come una gabbia anche il carceriere, lo sfavillio accecante della forma (un tripudio di giallo, oro, rosso, verde, fucsia: da impazzire i corridoi imperiali) che nasconde le bassezze e le abiezioni di un mondo, che per impostazione, ricorda quello di oggi.
Se nei film precedenti era stato (inopportunamente) di leziosità, accademismo e vacuità, quindi punta al sodo, a trascinare con sé lo spettatore in un vortice sensoriale ed emotivo degno dei maestri a cui s’ispira; anche perché dopo un inizio più cauto e difficile, la storia si delinea con sapienza ed intelligenza, lo spessore narrativo non viene mai meno, ed il crescendo verso il finale abbacinante è esemplare.
Forse si potrebbero preferirgli, per fantasia e poeticità i due wuxia, ma questo è obiettivamente il più compatto e forte dei tre, in cui, tra la fotografia di Zhao Xiaoding, le scenografie clamorose di Huo Tingxiao, i costumi surreali di Yee Chung Man e le splendide musiche di Shigeru Umebayashi, spicca la grandezza perentoria dei due protagonisti: Chow Yun Fat, tornato dalla trasferta americana (ci strofiniamo le mani alla notizia che girerà di nuovo con John Woo!) più in forma e granitico che mai, ed una Gong Li definitivamente consacrata come interprete assoluta, che qui ha la grazia intensa e portentosa di una Maria Callas. A dimostrazione che la forma e contenuto, a differenza di ciò che si crede, sono inscindibili.

Giudizio: 3


Recensione di ALBERTO DI FELICE

La città proibitaSe cercate la sontuosità, signori, eccola. Ma stavolta, per un'ora abbondante, Yimou dà l'impressione di star quantomeno raccontando una "storia" e dei personaggi ai quali ci si può appassionare semplicemente in quanto tali. Di per sé nulla che Shakespeare e qualche famoso greco o latino non abbiano già portato agli onori dell'arte, ma come congiura di palazzo reggeva. Anche bene, a dir la verità.
Poi purtroppo le coreografie devono avere il sopravvento, e la voglia di illustrare eclissa quella di narrare. Sarò io (devo essere io, se penso che un filmaccio come Hero ha ben più estimatori che non), ma quando l'enfasi estetica (e l'accompagnamento musicale) diventano il perno dell'idea di regia faccio fatica a prestare attenzione. Mi chiedo per tutto il tempo quale dettaglio sia opera della seconda unità, quale guerriero sia aggiunto al computer, e inizio a sbadigliare perché in effetti il film va in stand-by.
Naturalmente c'è una giustificazione a tutto. Naturalmente il wuxia è un genere tradizionale cinese (chi dice questo di solito fa fatica ad ammettere che il cinepanettone è un genere tradizionale italico), e quindi va pagato pegno. E naturalmente c'è chi è pronto a cercare nella trama (è facile, d'altronde) i motivi del potere corrotto, della famiglia o altro, magari vedendoci anche qualche ardito parallelo allegorico con chissà cosa nel tormentato presente. La verità, mi sento di dire, è che se non vi fate ammaliare dalle scenografie e dalle coreografie, qua non c'è molto altro da vedere. Tranne Gong Li, che è sempre Gong Li. E ci piace.

Giudizio: 2


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