Il buio nell'anima

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Titolo originale: The Brave One Il buio nell'anima / Locandina
Nazione: Stati Uniti, Australia
Anno: 2007
Genere: Drammatico, Poliziesco, Thriller
Durata: 122'
Regia: Neil Jordan
Sceneggiatura: Roderick Taylor, Bruce A. Taylor, Cynthia Mort
Cast: Jodie Foster, Terrence Howard, Nicky Katt, Naveen Andrews, Mary Steenburgen, Ene Oloja, Luis Da Silva Jr., Blaze Foster, Rafael Sardina, Jane Adams, Gordon MacDonald, Zoë Kravitz, John Magaro, Victor Colicchio, Jermel Howard
Produzione: Redemption Pictures, Silver Pictures, Village Roadshow Pictures, WV Films III
Distribuzione: Warner Bros.
Data di uscita: 28 Settembre 2007
Trama: Erica Bain e il suo fidanzato David vivono insieme a New York. Una sera, portando a passeggio il cane, lei viene brutalizzata da un branco e lui ucciso. Uscita dopo tre mesi dal coma, Erica si risveglia con un gigantesco trauma emotivo che la porta ad avere il terrore verso ogni possibile incontro. Sarà l'arrivo di un'arma a risvegliare, oltre le sue paure, un terribile istinto di vendetta.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Il buio nell'animaAccolto bene negli USA, e piuttosto male in Italia, l'ultimo Jordan è certamente un esemplare da prendere con le molle. Non è una creatura che l'autore irlandese ha concepito, tanto per cominciare: è quello che suol dirsi un film su commissione, ancor più perché costruito su un canovaccio piuttosto vecchio da revenge flick. Eppure davvero non riesco a capire come si possa essere gridato al vilipendio alla patria, data la paternità, citando soprattutto il finale. O forse sì: questo è un film sulla corruzione e le ombre dell'etica, soprattutto nel finale, e si presta ad esser frainteso. Ma mettiamo subito le cose in chiaro: chiunque pensi che The Brave One sia uno sciatto film giustizialista e nichilista sta commettendo un errore alquanto biasimevole. Indipendentemente dai leciti pareri sulla riuscita artistica del film, giudicare così in malo modo l'integrità morale di un autore con una storia come quella di Jordan è offensivo prima di tutto verso sé stessi.
Erica Bain (Jodie Foster) non è certo il primo personaggio nella filmografia di Jordan ad avere conflitti di identità. Il rischio di schematismo data la trama è forte, e di primo acchito non evitato. Narrativamente, il film segue di fatti i passi necessari dell'iniziazione al ruolo di giustiziera, privando di un retroterra sia l'eroina sia il suo compagno ucciso (Naveen Andrews). Jordan può apparire pigro: i due montaggi paralleli con l'uso delle musiche (nel secondo caso della bellissima «Answer» di Sarah McLachlan, che torna anche in chiusura) che collegano l'operazione ed il rientro a casa di Erica ai suoi ricordi di David e dell'aggressione, la sua prima uscita con la camera sbilenca e ondeggiante (leitmotiv) a deformare la sua percezione. Bisogna però stare attenti a non farsi confondere dagli aspetti più superficiali del testo, perché si rischia di ridurre quella che appare prevedibilità e prosaicità di forma a banalità di contenuto. E alla lunga di fermarsi ad un'analisi scontata e miope che annota la risoluzione e le ascrive valore concludente, come se Jordan si mostrasse irriflessivamente accondiscendente.
Questo film non intende spezzare convenzioni narrative come quella che lega il poliziotto all'assassino, non ha bisogno di farci conoscere oltre lo stereotipo amoroso David. L'unico retroterra di cui si serve è quello di speaker radiofonica di Erica, colei che cammina per la città e si scopre un fantasma. Le chiamate degli ascoltatori sono forse il momento che meglio spiega la pellicola. Il terzo ascoltatore commenta: «Penso che riguardi meno quello che fa lui [il vigilante] che non quello che proviamo noi». La quinta ascoltatrice: «Cosa c'è che non va nella nostra società perché questa cosa debba arrivare anche in radio? Vendetta, omicidio, uccisioni del vigilante… La disfatta irachena non ci ha insegnato niente?». Secondo il film, ed il finale dice appunto questo, no. Mi sembra pletorico doverlo dire – e anche stupido data l'evidenza – ma The Brave One è un film sull'America post-9/11. È inevitabile che lo sia, e non è di certo l'unico. Cosa interessa a Jordan e alla sceneggiatura di Roderick e Bruce Taylor, e cosa raggiungono?
Senza dubbio, la traccia di genere è ben chiara. Sappiamo che Erica andrà a cercarsi una pistola in nero ancor prima di entrare in sala. Le sue motivazioni non sono importanti: Erica riproduce solo una situazione. È l'ex-post, il pantano che causa, ad essere al centro del film. È da quando questa situazione viene creata che inizia l'indagine, che non si chiede se la linea attraversata corrisponda ad una divisione netta fra giusto e sbagliato, bensì se è una situazione sostenibile e risolutiva. Non importa quello che si fa, ma come ci si sente.
The Brave One è un film riflessivo, perché rivolto naturalmente al Paese di cui Erica ed il detective Mercer (Terrence Howard) riflettono il dualismo e le pecche. Per il film Erica e Mercer hanno perso la bussola, e non credono (l'una) o cominciano a dubitare (l'altro) che le cose legali servano più. Sono diventati stranieri, trasformati. La scelta affibbiata ai loro personaggi va letta in maniera descrittiva: Jordan non li assolve, non auspica quella risoluzione. Fornisce solo una risposta – che è quella che si sono già dati. Nel dialogo fra la vicina Josai (Ene Oloja) ed Erica: «- Questo lascerà una cicatrice; - Ho ucciso un uomo stanotte; - Perché ti ha fatto questo?; - No. L'avevo già ammazzato comunque» – e l'ottusa inconsistenza che anche questa lascia.
Prima del finale Jordan ha posto l'eroina davanti ad una scelta: l'ha portata davanti al criminale e le ha permesso di identificarlo. Le ha messo davanti agli occhi la scelta giusta, e lei l'ha rifiutata. È una scelta che potrebbe cancellare d'un tratto le paure, gli «aspetti nella saletta ché poi le faremo sapere». Questo porta lo spettatore in uno stato di turbamento appunto perché non gli fa condividere il finale, lo distanzia per la prima volta dalla violenza di cui l'eroina si è macchiata credendo di essere nel giusto poiché non c'era altra alternativa. Alla fine di questo film, si badi, nessuno si sente meglio. Soprattutto è lo spettatore a non sentirsi meglio, non ha l'impressione che il male sia stato risolto. Mentre Erica riattraversa il tunnel, la voce over torna a commentare: «Non si torna indietro a quella persona, a quel luogo. Questa cosa, questa estranea, è tutto quello che sei ora». E a Jordan quella persona, che pure compatisce, non piace.

Giudizio: 3


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Il buio nell'animaPer Neil Jordan, reduce dallo strepitoso lavoro sul recente Breakfast on Pluto arrivato in Italia solo lo scorso maggio, questo Il buio nell'anima è decisamente un passo falso – qualcuno dice in ogni caso sui film dell'autore irlandese «Come può essere brutto un film di Jordan?», proprio per esaltarne le qualità – che si colloca nel filone de Il giustiziere della notte. Del resto la vicenda della speaker radiofonica non è che l'ennesima rimasticatura del bel film con Bronson del 1974 (il primo diretto da Michael Winner, non i suoi inutili seguiti), variato nella scelta di eseguire l'azione per intervento psicologico d'urto rispetto alla missione per convinzione (oltre che naturalmente per il sesso là maschile, qui femminile).
Di fatto qui si vede davvero poco di interessante a livello di trama, a un certo punto quasi ridicola nella sua progressione che vorrebbe essere tragicamente non consapevole per il personaggio e che invece è del tutto priva di attrattiva, con cambiamenti veloci e repentini. L'importante e il bello del film è tutto nella prima mezz'ora, quando Erica, interpretata da una muscolare Jodie Foster (l'indimenticabile Clarice Sterling de Il silenzio degli innocenti non esita per un secondo a rimanere in canottiera nera per esaltare durezza e decisione vendicativa da perfetta iconografia giustiziera; le sue espressioni facciali sono ricercate e convincenti), rimane dopo la tragedia che la colpisce in una sorta di limbo, con un terrore indotto davvero pregno, che ci fa capire esattamente che dopo simili violenze subite il sorriso è solo un accessorio che è davvero difficile usare.
In questo frangente iniziale Jordan è pungente, preciso, e fa terrorizzare il personaggio ad ogni rumore, ogni sobbalzo, anche perché – diversamente da altri film di questo tipo, in cui tutto è velocemente presentato ma anche dimenticato per arrivare subito al dunque – qui le riprese di spalle e i primi piani sono una specie di angelo maligno che ci può ghermire ad ogni istante. Poi, però, dovendo in fondo agire per seguire l'arco di una rappresentazione pensata di vendetta, ma prendendo direzioni innocue e sbagliate, tutto diventa patetico, ingiunto e non scorso come un fiume emozionale in piena. Si potevano e dovevano cercare altre strade, non quella di farla diventare una giustiziera senza sapore, soprattutto visto il nome dietro la camera da presa, che ci fa pensare di essere andato negli USA a girarlo pensando solo al conquibus. Certo, la sua capacità tecnica c'è e si vede – lui è talmente bravo che girerebbe un film anche cieco – ma la costruzione e la progressione della trama sono talmente monotone che a un certo punto (raggiungendo l'apice nel finale) ci si chiede se l'abbia fatto veramente lui o meno un prodotto a cui ha lavorato solo per mezz'ora di montato.
In definitiva, un film da vedere con poche pretese, attendendo attrice e regista con prossime prove molto più ispirate e convincenti. Partecipa nella parte del fidanzato Naveen Andrews, il Said della serie televisiva Lost (nei cinema italiani di questi tempi anche con Planet Terror di Rodriguez). Il titolo originale The Brave One («La coraggiosa») fa riferimento al fatto che lei è la sola che non si tiri indietro e reagisca ai soprusi mentre gli altri stanno a guardare (e ad apprezzare nell'ombra che si tolgano i criminali dalla strada, sebbene in modo non ortodosso).

Giudizio: 2


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