Nella valle di Elah

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Titolo originale: In the Valley of Elah Nella valle di Elah / Locandina
Nazione: Stati Uniti
Anno: 2007
Genere: Drammatico, Giallo, Poliziesco, Thriller
Durata: 121'
Regia: Paul Haggis
Sceneggiatura: Paul Haggis
Cast: Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Jason Patric, Susan Sarandon, James Franco, Barry Corbin, Josh Brolin, Frances Fisher, Wes Chatham, Jake McLaughlin, Mehcad Brooks, Jonathan Tucker, Wayne Duvall, Victor Wolf, Brent Briscoe
Produzione: Blackfriars Bridge Films, NALA Films, Samuels Media, Summit Entertainment
Distribuzione: Mikado
Data di uscita: 30 Novembre 2007
Trama: Non ricevendo notizie del figlio appena rientrato dal servizio in Iraq, il poliziotto militare in pensione Hank Deerfield inizia un'indagine personale per scoprire che fine abbia fatto. Dopo l'orrenda scoperta del suo cadavere, fatto a pezzi e poi bruciato, mette da parte le angosce per la tremenda perdita e, aiutato dalla coraggiosa poliziotta Emily Sanders, cerca di scoprire gli assassini del figlio e di far luce sull'intera vicenda.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Nella valle di ElahForma e contenuto sono la stessa cosa in Nella valle di Elah di Paul Haggis. I cinici avrebbero ragione a intendere questa frase in maniera contraria e negativa prima di vedere il film, lavoro di uno sceneggiatore che ha deciso di farsi regista. E si vede. Eppure, seppur con i limiti formali che in molti lamentano, questo è un film che la sceneggiatura non la legge soltanto come farebbe un cinema burocratico, ma la penetra. Qualcuno l'avrebbe diretto meglio (penso soprattutto a livello di singole scene, si badi bene)? Sì. Qualcuno sarebbe stato in grado di ricavarne molto di più? No.
Spogliata di ogni abbellimento del Crash corale, quello che rimane è null'altro che una storia, dalla progressione schiettamente morale, cui si può rimproverare solo—come già si faceva, con diversa enfasi, con Crash e anche con Million Dollar Baby—un qualche schematismo espositivo nei caratteri e negli snodi drammatici. Ma senza infingimento alcuno. In questo caso, al contrario di Crash, non può esserci dubbio circa la tenuta etica e ideologica. Haggis fa come Eastwood un cinema civile privo di accaloramenti, non-liberal. E nonostante a volte si avverta il rischio del ricatto, nei drammi e nei simbolismi comunque perfetti nel creare parallelismi, questo non si concretizza mai davvero. L'unico vero rimprovero che potrei fare è quello di aver voluto ribadire con un po' di ridondanza nel finale la metafora della bandiera rovesciata.
Perdonabile perché dopo Flags of Our Fathers abbiamo ora un «Flags of Our Sons». Ma Haggis fa anche quel film che a Robert Redford non è uscito bene fino in fondo con Leoni per agnelli, parlando di guerra ma soprattutto di una società assopita da un atavismo da telegiornale che deve farci i conti qui (a casa) e adesso. Le conclusioni, al contrario del film di Redford, non esistono o meglio sono solo nel film. Non c'è regia migliore di questa. È un padre, un militare, un conservatore a dover agire; ancora questo padre è uno splendido Tommy Lee Jones in una parte che fa da compagna a quella in The Hunted di Friedkin. Devo lodare come sempre anche la splendida Susan Sarandon, marginale nella parte della madre, e Charlize Theron, che personalmente trovo interprete assolutamente da non disprezzare.
La pellicola usa il thriller poliziesco come viaggio figurativo in un presente nascosto in un passato e in un auto-inganno, nel cuore profondo di una nazione militare (il New Mexico ha una delle più alte concentrazioni di basi della federazione: buona parte del suo territorio è di proprietà del governo federale) che si trova in prima persona a scoprirsi colpevole, e cosa più tremenda a scoprire che i propri figli vengono sacrificati nella loro decenza, vengono privati del diritto di aver paura e trasformati in leoni con le pietre a guardare dritto negli occhi del mostro. Un film bisbigliante, possente, nel quale non esiste retorica ma solo una lucida disillusione.

Giudizio: 4


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Nella valle di ElahPaul Haggis, dopo i fasti e i premi vinti con Crash, torna alla regia con una vicenda molto americana di segreti e di angosce legate alla nuova grande ferita targata USA, quella cioè della guerra in Iraq («L'unica soluzione per il problema Iraq è una bomba atomica», si dice nel film). Rispetto ai film sulla guerra del Vietnam, quelli che trattano dell'argomento in questione non entrano direttamente nella scena della battaglia, mostrando grandi avvenimenti campali e terribili lotte all'ultimo sangue (un caso – ma solo parzialmente – contrario fu Jarhead), come anche per l'Afghanistan (un esempio in questo senso è il recente Un cuore grande con Angelina Jolie), ma vivono di eventi collaterali a quanto di orrendo vissuto dai soldati americani.
Questo Nella valle di Elah (titolo legato alla lotta tra Davide e Golia e che viene specificato nella pellicola, chiaro riferimento al fatto che il gigante americano, se sottovaluta gli avvenimenti, può fare una brutta fine anche in confronto a cose infinitamente meno forti di lui) non sfugge alla regola della pellicola non on the battlefield, e ci racconta le angosce e le paure di un padre coraggio (uno strepitoso Tommy Lee Jones, prova da Oscar la sua) di fronte ad un avvenimento tremendo come la perdita del figlio, avvenuta in maniera per lui incomprensibile, non sul campo ma a pochi metri dalla caserma in America, dolore atroce per un vecchio soldato che aveva già perso precedentemente un altro figlio.
Lee Jones tratteggia la faccia dura di un uomo che non può piangere, che abbandona le angosce esterne visive (lasciate maggiormente alla moglie, un'ottima – come sempre – Susan Sarandon in una parte comunque defilata) per concentrarsi nel dolore infinito alla ricerca della verità. Rimaniamo estasiati da tanta perfezione recitativa, con il volto dell'attore al limite del distaccato e del determinato contemporaneamente. All'altra attrice premio Oscar (per Monster), la stupenda Charlize Theron in versione mora e senza lustrini, viene invece affidata la parte di una coraggiosa poliziotta che affianca il genitore distrutto nella sua lotta personale; parte anche la sua di secondo piano, composta e senza sbavature, che ovviamente viene offuscata dal protagonista a tutto tondo.
La vicenda – bisogna dirlo per indirizzare a giusto gusto il possibile spettatore – si dipana per le due ore di visione in maniera tutt'altro che movimentata: il discorso affrontato da Haggis è puramente emozionale, le scene di azione sono limitate a pochi minuti, come del resto lo scenario iracheno è limitato ai filmati-flashback contenuti nel cellulare del figlio scomparso. Pellicola decisamente vigorosa: apre i sentimenti senza cadere mai nel patetico patriottico o nell'illusorio, affronta coraggiosamente il tema mostrando atti impuri collaterali di una guerra sporca che come il Vietnam lascia ferite indelebili nell'animo e nella psiche. Film talmente puro e privo di variazioni vere di tono da rendere le motivazioni della morte del figlio secondarie, dedicandosi pienamente alla fine dell'ideale di grandi illusioni che una bandiera sventolata perennemente rovesciata non esita a mostrare, in uno scavo psicologico davvero degno.
Film dedicato ai figli innocenti vittime delle guerre, da vedere senza esitazioni, godendo pienamente di una superba prova attoriale e di una trama lontana dai clamori e dai botti hollywoodiani, tutta incentrata sui valori personali di famiglia, dovere, patria che tradisce. Pellicole così sono le benvenute, per poter di nuovo emozionarsi spontaneamente oltre il vacuo e l'inutile.

Giudizio: 3


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