| Titolo originale: | Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti, Regno Unito |
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| Anno: | 2007 |
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| Genere: | Drammatico, Horror, Musical, Thriller |
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| Durata: | 116' |
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| Regia: | Tim Burton |
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| Sceneggiatura: | John Logan |
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| Cast: | Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Alan Rickman, Timothy Spall, Sacha Baron Cohen, Jamie Campbell Bower, Laura Michelle Kelly, Jayne Wisener, Edward Sanders, Gracie May, Ava May, Gabriella Freeman, Jody Halse, Aron Paramor, Lee Whitlock |
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| Produzione: | Dreamworks Pictures, Warner Bros. Pictures, Parkes/MacDonald Productions, The Zanuck Company, Dombey Street Productions, Tim Burton Productions |
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| Distribuzione: | Warner Bros. |
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| Data di uscita: | 22 Febbraio 2008 |
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| Trama: | Benjamin Barker è un barbiere che vive la sua vita felicemente con moglie e figlia adorate, ma un giudice di laide ambizioni medita di rompere l'idillio familiare per conquistare la dolce sposa. Con l'inganno allontana e rinchiude il marito accusandolo di frodi non commesse. Dopo anni il barbiere, completamente cambiato nei connotati e carico di odio, riesce a tornare a Londra dopo essere scappato, e medita vendetta. Ad aiutarlo, una locandiera in disgrazia e le lame da barba, cesellate in argento e gelosamente custodite negli anni. Purtroppo viene a sapere della morte dell'adorata moglie, e che la figlia è reclusa dallo stesso uomo che l'ha rovinato in una camera. È il momento che il timido barbiere sparisca: entra in scena il pericoloso e demoniaco Sweeney Todd! | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Se c'è un film che si sarebbe dovuto intitolare There Will Be Blood, è l'ultimo di Tim Burton. Non solo perché il sangue letteralmente schizza in abbondanza (molto più sulla faccia del barbiere Sweeney Todd che su quella di Ichabod Crane intento a fare autopsie: dell'opera di Burton, Sleepy Hollow è forse quello che più si fa sentire), ma perché la nefandezza di quella frase vi sarebbe efficacemente sdoppiata: promessa spietata di vendetta e cocente, spietata resa dei conti con la stessa. Difficile trovare film più crudeli di questo, infatti.Bisogna chiarirsi subito: buona parte del film può dirsi merito del musical di Stephen Sondheim, che c'è da un pezzo. Sweeney Todd di Burton è quel musical adattato per lo schermo, anche perché quando si sentono le canzoni non si può certo ignorarle. Eppure il tessuto connettivo della pellicola—qui sta il fatto—è chiaramente quello di Burton. Anche questo risulta difficile ignorarlo. Tanto che senza fatica alcuna si può rivedere nell'opera da cui è tratto una naturale fonte di ispirazione dalla quale l'autore del film non si è potuto ritrarre, quasi fosse doveroso che fosse lui a farne un adattamento. Basterebbe la sequenza animata dei titoli di testa, che inizia con delle gocce di pioggia che sembrano fiocchi di neve, e (per la prima volta) di sangue, per mettere subito le cose in chiaro.
Come è un film di Burton, questo film appartiene a Londra, città dal misterioso e accanito fascino della doppia morale vittoriana. Vicoli, piani, palazzi brulicanti di topi e scarafaggi, per non dire del resto costituito dalla sua gentaglia di varia estrazione (per giustizia sociale, di ceppo comunque altolocato e non troppo amabile) giustamente macellata per produrre succose torte. Siamo nettamente in zona Dickens, in questa che a ben vedere è giustappunto una storia di varie infanzie rubate più che quella della vendetta di un barbiere. Torna in mente non casualmente un altro canto di Natale londinese sui generis, quello dell'ultimo Cronenberg di Eastern Promises, che fatte le dovute differenze è a questo molto simile. Si prenda ad esempio la forza stringente delle due conclusioni, così diverse per tono eppure entrambe tombali. In Burton si rafforza anzi la sgradevolezza dell'assunto umano, data la visceralità esasperata che lì era densa freddezza. L'ironia del macabro trabocca e affoga nel sangue, nettissima la mancanza di appello.
Seppur musical, Sweeney Todd pare quasi un film muto. Non potrebbe esser più evidente la desaturazione dei colori della fotografia di Dariusz Wolski. E che dire di quel memorabile modello di doppia morale che rivediamo nel giudice Turpin (Alan Rickman) novello Tartufo (ma forse il physique du rôle l'ha più il suo scagnozzo tutore della salute pubblica Beadle Bamford, il buon Timothy Spall, che ad una minima lusinga crede di essere il più figo del creato) che prontamente nel primo flashback narrato/cantato da Todd/Depp vediamo cedere debole alla carne. Sarà casuale che anche Benjamin Barker nel flashback sembra vivere la scenetta lieta iniziale di un Thomas Hutter, oppure Murnau c'entra qualcosa? Cambiando discorso: stessi fatti attinenti a quel flashback, ma più in avanti narrati da Mrs. Lovett (Helena Bonham Carter), ed ecco che in un turbinio di maschere piombiamo in un'altra Londra, quella dove Kubrick ricostruiva (va da sé, anche ai Pinewood che Burton conosce a fondo) la New York di Eyes Wide Shut. Londra, sì: gli echi di quei vicoli brulicanti di vizio riecheggiano ovunque. E anche visto che c'è Depp non può non venire in mente un altro film altrettanto radicale nello spirito e nell'estetica, La vera storia di Jack lo squartatore degli Hughes.
Una storia di infanzie rubate, si diceva. Una di queste appartiene curiosamente ad Adolfo Pirelli (Sacha Baron Cohen), che adesso è un impostore cresciuto alla bottega di Todd, che Todd però non ricorda, ed è conseguentemente anche il primo a lasciarci il collo. Come per Pirelli, che sia un cambio di nome, una parrucca bionda, una bugia/non-bugia, l'onestà non è facile da trovare. Il suo aiutante-bambino Toby (il bravissimo Ed Sanders) ne prende ora dopo decenni il posto come garzone di Todd e virtuale signora. Perché la virtuale signora vuole creare una virtuale famiglia felice (paradisiaca la fuga mentale in spiaggia del terzetto felice e contento, un altro pezzo cantato di cinema muto), e pian piano Todd sta cedendo: l'unico che non fa fuori lo salva perché vede che «tiene famiglia». Ma eliminare l'avversario rimane l'unica ragione, accecante, di vita.
Chiaramente, il lieto fine non c'è: ogni desiderio di vendetta, di oppressione e di normalità corrotta viene annichilito. Una dichiarazione così dura Burton non l'ha mai data. È quasi una negazione del suo universo poetico alla Big Fish, ma è anche il risvolto agghiacciante che brulica ovunque in quella stessa concezione del mondo, nella quale stupore, magia e orrore sghignazzante convivono sovrapponendosi. In questo caso l'ironia che rendeva possibile l'equilibrio sceglie infine di arrendersi crudelmente: i bambini, i mendici, i condannati risalgono dalle fogne e vengono a sconfessare i cattivi. Spettrale in questo la rivolta delle ragazze al manicomio, che nel musical non c'era neanche. Non si vedeva un Burton così dai tempi del suo splendido secondo Batman.
Giudizio:

Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Il grandioso accoppiamento artistico Tim Burton (regista) e Johnny Deep (attore), al sesto film assieme, ci regala un nuovo grande appassionante film, tratto dall'opera teatrale di Stephen Sondheim e Hugh Callingham Wheeler, basato sulla sete di vendetta per sanare un grande torto subito. Ma si sa, il sangue chiama sangue e la spirale di odio rischia di travolgere chi l'ha innescata con ben altre intenzioni. Coadiuvato dalla moglie di Burton, Helena Bonham Carter (che aveva fatto coppia con lui anche ne La fabbrica di cioccolato), Johnny Deep, bravo come sempre, costruisce un personaggio carismatico e controverso, che si trasforma nel diabolico Sweeney Todd dopo essere stato un timido barbiere amante della dolce famiglia (grandioso il contrasto a colori flou contro il gotico scuro successivo). La vendetta è un piatto che va gustato freddo, ma quando si aspetta troppo probabilmente non si riesce più a dosare la resistenza all'appetito, per cui la mano fondamentalmente buona e misurata viene superata dalla cieca furia senza limiti. E i pasticci di Miss Lovett («I peggiori e i più disgustosi di Londra») possono solo essere i giusti armadi dove nascondere gli scheletri di un animo ormai totalmente perso, privo di riferimenti e di speranze.Burton è grandioso, come sempre, nel dare alle scenografie una terribile tinta gotica scuro-opprimente, in linea e conforme con l'animo del personaggio che cambia ed evolve, gioca meravigliosamente, assistito da una fotografia superba, con personaggi che sembrano danzare macabramente più che recitare (e la connotazione canora da musical aiuta in quest'ottica: ovviamente, per chi non lo sapesse, il film è in gran parte canoramente vocalizzato con brani in inglese e ben sottotitolati in italiano senza sbavature). Anche attori del tutto in parti anomale come Sacha Baron Cohen (che fa un barbiere ciarlatano italiano – tutti lo ricordano per i dissacranti e grottescamente scanzonati personaggi di Borat ed Ali G) sono ampiamente credibili; Jamie Campbell Bower (il marinaio amico del barbiere prima che diventasse il crudele Todd) e Alan Rickman (il bieco giudice Turpin, ricordiamolo per il Severus Piton di Harry Potter) con Timothy Spall (il fido e laido messo, presente anche lui nella saga di Harry Potter, in Il prigioniero di Azbakan) fanno da perfette spalle alla coppia di conviventi senza scrupoli, rendendo l'horror-musical dal chilometrico titolo uno spettacolo appagante, interessantissimo per lo sviluppo di ogni lato tecnico che propone e coinvolgente come pochi.
Tra l'altro Burton non dimentica di inserire uno spezzone onirico e scostato da tutto il resto (il picnic sul prato) dove si cerca il lato della famiglia ormai perduto (figlia diventato figlio e moglie sostituita), cercando di dare una speranza e un obiettivo diverso da quello di una vendetta diventata un peso ormai insopportabile e che tarda ad arrivare. Si rimane stupefatti di come Deep canti con tanta grazia un testo tanto cosparso di nere sfumature, di come il color fumo di Londra (quanta cenere cosparsa su questa città derivata da tutte le nostre scure ansie) faccia da perfetta culla alla vicenda. E anche una semplice sedia da barbiere può coltivare, insieme a una pulizia del viso di fondo e di architettura di costruzione, il più oscuro dei volti.
Le due ore di intimal-horror passano con una velocità inaudita: siamo compressi e folgorati da quanto vediamo, il tempo scorre all'indietro tanto quanto si riduce la purezza dell'animo del protagonista, sperando in continuazione di vederlo resistere per allungare il nostro piacere nel poter godere di tanta artistica inventiva al servizio di un'opera teatrale. Carne trita, pasticci maleodoranti pieni di scarafaggi, abiti puliti e sgargianti indossati da persone malate nell'animo: tutto ci parla di come l'apparire non è mai come l'essere, ogni cosa prende una via riducente e trasformante con la semplicità e il candore di un volo di farfalla in sottofondo di note luccicanti d'oscuro.
In definitiva uno spettacolo sublime, una ennesima grande lettura che un visionario del nostro tempo non manca di dare, sorretto dal suo perfetto attore feticcio in forma strepitosa e che senza paura affronta anche la prova recitativa del canto, calato in una realtà di fantasia diventata oggettivamente reale e credibile. Non è decisamente uno spettacolo che può essere nelle corde e nel gradimento di tutti – il genere musical non è mai stato amatissimo nel nostro paese – ma veramente perdere questo lavoro per una mancanza di confortevolezza delle abitudini filmiche è privarsi di un segno che la magia del cinema può dare; come è un peccato preoccuparsi se racconta una storia venata di rosso senza andare oltre i suoi significati interiori dell'animo contrastato che lotta per un valore a cui dare il giusto peso. Certo che dopo questa esperienza non sarà facile sedersi dal barbiere con la stessa tranquillità, ma sicuramente è stato meraviglioso sedersi sulle poltrone del cinema.
Giudizio:

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