| Titolo originale: | id. | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti |
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| Anno: | 2007 |
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| Genere: | Drammatico, Fantascienza, Horror, Thriller |
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| Durata: | 126' |
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| Regia: | Frank Darabont |
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| Sceneggiatura: | Frank Darabont |
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| Cast: | Thomas Jane, Marcia Gay Harden, Laurie Holden, Andre Braugher, Toby Jones, William Sadler, Jeffrey DeMunn, Frances Sternhagen, Nathan Gamble, Alexa Davalos, Chris Owen, Sam Witwer, Robert Treveiler, David Jensen, Melissa McBride | |
| Produzione: | Dimension Films, Darkwoods |
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| Distribuzione: | Key Films |
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| Data di uscita: | 10 Ottobre 2008 |
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| Trama: | In seguito a una notte di tempesta, la casa di David Drayton, pittore che realizza locandine per studios hollywoodiani, viene danneggiata dalla caduta di alcuni alberi. La mattina dopo David va al supermercato col figlio ed il vicino Brent Norton, la cui auto è stata distrutta anch'essa da un albero, lasciando la moglie a casa. Una volta dentro, vi rimarranno bloccati con gli altri presenti: una misteriosa nebbia sembra aver avvolto l'intera cittadina. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Il cinema di Frank Darabont è quello di una carestia d'identità, perturbato da un'inclemente magnanimità verso i vari inni patriottici che vorrebbe declamare e anche nei fatti declama a squarciagola, ma che al contrario è poi costretto nel nocciolo ad ostruire, a procrastinare: se c'è bisogno di cantare, di battere i pugni, è perché si sa (si vorrebbe non sapere) di esser retti da una serie forse permanente di contrizioni. Sembra dunque naturale che sia pervenuto, dopo i suoi due universi carcerari (Le ali della libertà e Il miglio verde) e la sua parabola liberal (The Majestic), ad un cinema da combattimento, non tanto politico quanto di pura (condanna alla) sopravvivenza.In The Mist c'è un bisogno inconsolabile ed ingestibile di fare retorica: ributtati nella costernazione del medioevo della coscienza, gli umani lasciati a sé si dividono e poi ri-raggruppano adottando frasari inequiparabili, sovrapposti anziché sincronizzati. In altre parole, non riescono a parlarsi reciprocamente, ma solo riflessivamente: ognuno si auto-convince delle proprie ragioni. Nel tempo della calamità biblica o scientifica che dir si voglia, si ripete fedelmente il drammatico giogo della non-comunicazione nell'era della moltiplicazione delle voci, una condanna ad una non-conoscenza reciproca. Ovvero ciò che conduce, puro e semplice e senza l'assistenza di calcoli utilitaristici, alle varie manifestazioni di guerra.
Le camere poste nello spazio di un supermarket colgono dunque casualmente i dialoghi, ci circolano attorno e spesso li oppongono in lontananza, fuori fuoco, da una parte timidi bisbigli e dall'altra una collera chiassosa. Noi e loro, anche se scelti e smembrati comunque fra conviventi e consimili. Fermo restante comunque il punto di vista dell'americano democratico e progressista (il fin troppo perfetto WASP muscolo-mandibolare Thomas Jane), che però sfocia, contrariamente al racconto kinghiano, nello sconforto abissale dell'impotenza. Un'impasse («Per che cosa?», piange in ginocchio il protagonista come ultime parole) che supera persino il grido tragico d'amore dell'ultimo Shyamalan.
Smesso ogni momentaneo sorriso di serenità, senza facce amiche cui guardare (vedasi il risveglio impietrito nella jeep del piccolo Billy, interpretato da Nathan Gamble, bambino la cui funzione catartica viene sotterrata assieme alle lacrime della bionda Laurie Holden: gela per sempre il pre-epilogo, quasi a raddensare la nebbia all'esterno nell'inquadratura successiva), Darabont rifà anche lui—come anche il bistrattato Hirschbiegel—un horror-fantascientifico quasi rattoppato, nel suo caso filmando già in interni come stesse rimbalzando fra diversi piani militari, e finendo poi con una giungla del Maine rasata a zero dal fuoco come un campo di Apocalypse Now. È guerra, e nessun soldato ci aiuterà.
Giudizio:

Recensione di PIETRO SIGNORELLI
La coppia King (uno dei più cinematografici scrittori di tutti i tempi) e Darabont (regista) ha prodotto sempre grandi risultati assieme (come non ricordare gli stupendi Le ali della libertà e Il miglio verde?), e questo The Mist, pur essendone inferiore, è davvero una bella pellicola. Tratto da «La nebbia», edito nella raccolta di racconti «Scheletri», narra le vicissitudini di una tranquilla comunità del Maine (tanto cara all'autore) di nome Bridgton che viene colpita da una terribile tempesta. Sembrerebbe un evento naturale normale, anche se di particolare gravità, ma dopo la bufera invece di arrivare il sereno giunge una terribile nebbia che cova al suo interno delle minacce terribili. Per un gruppo di persone del tutto eterogenee, unica salvezza pare sia quella di barricarsi all'interno di un supermercato per affrontare il pericolo. Ma nella piccola comunità nascono subito dissidi e dissapori del tutto fuori luogo visto il pericolo comune che andrebbe affrontato nella più completa unione.King è incredibile (viene omaggiato nel film con il nome della farmacia, King's Pharmacy): con poche cose, un luogo comune dove tutti ci rechiamo, il supermercato, uomini assolutamente qualunque (esce dal coro del normale solo la predicatrice di sventure, ottimamente interpretata da Marcia Gay Harden), un evento atmosferico apparentemente non significativo come la nebbia, ci racconta l'apocalisse e il ritorno all'anno zero dell'uomo (la predicatrice dice, parafrasando Snake Plissken, «Benvenuti nel medioevo!»). La pellicola è intrisa di grandi significati religiosi e di una amara riflessione sul fatto che, anche di fronte ad un terribile pericolo comune ed ignoto, le persone trovano il tempo di perdersi in schermaglie, odi e dissapori di poca lega tra loro. Così si tirano fuori tutte le latenti ire che sono state soffocate per banali questioni, si getta in faccia il disprezzo quando in quel momento conterebbe solo l'unione per la sopravvivenza. Il supermercato diventa una sorta di nucleo circoscritto dove la minaccia esterna pare quasi di secondo piano, dato che dentro è una sorta di arena emotiva incontrollabile. L'uomo moderno, che ha perso ogni significato puro dell'essenzialità della vita, ha ormai disimparato a badare alla antica necessità di vivere con gli altri per difendersi, ha ormai tutto quello che serve per autosostentarsi; peccato che se improvvisamente privato delle ardite tecnologie rimane solo una parvenza di esistenza molto più povera di quella preistorica, in quanto ormai corrosa da altre cose che ne hanno minato l'integrità.
Il film si sofferma parecchio anche sull'adagio che il sonno della ragione genera mostri: la nebbia, qualunque cosa sia, è la manifestazione della colpa per la scriteriata violenza sulla natura, l'uso improprio delle risorse. Non esistono limiti che possano definire dove dobbiamo arrivare, ma avendo il buonsenso dovremmo avere una soglia mentale del pericolo che ci impedisca di andare oltre. Tutti questi altisonanti concetti (come il restare uniti e non cercare l'avventura in piccoli gruppi del tutto indifesi: un finale superlativo ed alcuni episodi lo dimostrano) vengono nella sua lucida follia esplicati dalla predicatrice folle, forse l'unica che nella sua esagerata convinzione di distorta fede abbia compreso da subito quali siano le colpe e i perché (un episodio che la riguarda dimostra che anche il soprannaturale non colpisce chi comunque ha un istinto di rispetto e timore verso cose più grandi di sé). Nel prosieguo ogni limite viene varcato, e anche la purezza della mente folle viene corrosa da paure e voglia di punizioni da elargire in nome di riti pagani.
Ovviamente leggere queste parole potrà stordirvi e lasciarvi perplessi, ma vi assicuro che queste considerazioni con la visione del film potranno essere viste con diversa fiducia: non siamo solo di fronte ad un semplice horror-thriller, si vuole andare molto oltre rispetto a queste possibili limitazioni di confine, la vena polemica è accentuata e la voglia di spiritualità molto più ampia di un normale entertainment. Dal punto di vista strettamente filmico, gli effetti sono sulla sufficienza stirata, davvero non proprio strepitosi (non possiamo dire altro con precisione su questo per non rischiare di rivelare cosa sia la nebbia) ma quello che stupisce è la capacità di Darabont di dare una tensione incredibile rivelando a gradini molto piccoli, in un film quasi privo di armi convenzionali ma pieno di molti oggetti adeguati per attaccare o difendersi (molto più frequente, purtroppo per i protagonisti, il secondo caso). Nessuna particolare punta di spicco nel reparto attoriale: la prova migliore, che è anche quella chiamata a dare un contributo maggiore, è la predicatrice; Thomas Jane fa il padre coraggio e Toby Jones fa il commesso poco considerato, gentile e che conosce tutti, ma che al momento buono sa tirare fuori gli attributi per sistemare a dovere le cose, con capacità insospettabili.
In definitiva un film intenso e ben calibrato, arrivato con un anno di ritardo sui nostri schermi, diretto con efficacia e senza iperboli, che a volte usa la camera a mano quasi volesse accentuare sullo schermo una giornata di uomini normali in estrema difficoltà. Oltre a grandi rimandi spirituali, alcuni molto furbi, e ad una lama polemica contro l'eccessiva violenza con cui sfruttiamo la natura e ne sfidiamo le leggi, regia e sceneggiatura producono un film davvero coinvolgente, dalla durata adeguata e non eccessiva come potrebbe essere a prima vista (126 minuti), adatto comunque anche per una serata di intrattenimento con tensione per chi volesse tralasciare ogni valore prettamente approfonditivo. Finale a dir poco sconvolgente.
Giudizio:

Altri giudizi della redazione:
Emanuele Rauco:

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