| Titolo originale: | Step Brothers | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti |
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| Anno: | 2008 |
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| Genere: | Commedia |
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| Durata: | 98' |
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| Regia: | Adam McKay |
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| Sceneggiatura: | Will Ferrell, Adam McKay |
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| Cast: | Will Ferrell, John C. Reilly, Mary Steenburgen, Richard Jenkins, Adam Scott, Kathryn Hahn, Andrea Savage, Lurie Poston, Elizabeth Yozamp, Logan Manus, Travis Flory, Lili McKay, Shira Piven, Seth Morris, Wayne Federman |
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| Produzione: | Columbia Pictures, Relativity Media, Apatow Productions, Mosaic Media Group, Gary Sanchez Productions |
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| Distribuzione: | Sony Pictures Releasing Italia |
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| Data di uscita: | 17 Ottobre 2008 |
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| Trama: | Nancy e Robert, ultracinquantenni, si conoscono ad una conferenza, e fra di loro scocca subito la scintilla. Sono fatti in tutto e per tutto l’uno per l’altra, persino nella cosa più ingombrante che hanno in comune: la presenza nelle loro vite di due figli quarantenni che sono ancora a casa disoccupati e si comportano come bambini di nove anni. Dopo il matrimonio, Nancy si trasferisce col figlio Brennan a casa di Robert: l’incontro col fratellastro Dale sarà tutto fuorché pacifico. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Minuzia in bella mostra, sulla casa della neo-formata famiglia Doback veleggia orgoglioso un drappo statunitense. Le bandiere a stelle e strisce, saprete, hanno avuto, da quando la nazione si è lanciata da sola (fatti salvi, certo, i coalizzati volonterosi) nella guerra in Iraq, un’esposizione fuori dalle case americane pari solo, proporzionalmente, all’esposizione di bandiere della pace qui da noi. Sicuramente sono lì per manifestare solidarietà alle truppe, e forse anche per un altro tipo di orgoglio patriottico, ancor più profondo, perché dopotutto «le famiglie sono dove la nostra nazione trova speranza, dove le ali prendono il sogno». Frase tratta da un vero discorso di George W. Bush il 18 ottobre 2000, prima dunque che fosse eletto alla carica più alta del Paese.Una promessa ferma e risoluta, nonché un’ottima scelta quale didascalia per aprire questo film. In particolare l’inversione di parole e il mutamento del numero ivi contenuti (saranno i sogni che prendono le ali, ovviamente, non le ali che prendono un sogno) sono infatti una manifestazione colta a pennello di uno dei disturbi specifici (chiamiamoli pure blocchi) dell’apprendimento dei quali, sarete al corrente, ha sempre sofferto l’ancora per poco presidente americano, figlio adorato di una dinastia politica e non solo, che ha ereditato l’attività di famiglia. I figli Doback sono un po’ come lui: adulti ma con quello stesso blocco di sviluppo mentale, sono ancora lontani dal vedere il mondo in termini più complessi di un’infantile divisione fra «compagnoni di gioco» e «nemici cui muovere guerra». E anche loro hanno un vocabolario assai limitato, per non figurarsi poi l’uso che ne fanno.
I rispettivi genitori (Richard Jenkins e Mary Steenburgen) li amano, anzi li hanno amati sin troppo finora. Sono due professionisti, esponenti responsabili dell’agiata classe media: hanno fatto in modo da far la necessaria carriera, si sono procurati ognuno una casa monofamiliare di proprietà, e ora unitisi vorrebbero far quadrare tutti i conti per andare anticipatamente in pensione e girare il mondo in barca. Chiaramente, i pargoli quarantenni Dale (John C. Reilly) e Brennan (Will Ferrell) renderanno questa lecita aspirazione borghese di prepensionamento ben problematica da realizzare. Questo quadro sociologico specifico, quello dei figli mammoni, è già stato affrontato, direte, ad esempio in Tanguy; c’è poi che Fratellastri a 40 anni è un’ennesima produzione Judd Apatow, e rientra dunque in un medesimo discorso «poetico» sui bambinoni che non vogliono crescere.
Dato quest’ultimo dato di fatto, anche comprensibilmente, nella sua recensione sul New York Times Manohla Dargis manifesta la sua esasperazione verso il gruppo poltrone composto da Apatow, Ferrell, il regista Adam McKay e l’altro produttore Jimmy Miller: «Ragazzi, capisco: avete il pene. Siete carini e un po’ grumosi e non assomigliate a Tom Cruise, ma siete uomini veri. Uomini dal sangue caldo, anatomicamente corretti, e nessuno dovrebbe mai dimenticarselo, men che meno le signorine delle quali non potete smettere di parlar sporco e che un giorno sperate di sposare perché, beh, questo è il tipo di tizi buoni, dal sangue caldo, anatomicamente corretti che siete». Guarda caso, alla fine della giornata, è esattamente quello che succede.
Per di più, non solo questi due bambinoni usciranno di casa e si realizzeranno nella professione, ma riusciranno anche a farlo facendosi apprezzare nientemeno per come sono sempre stati, con tanto di regalino finale. Fondamentalmente rimangono sempre dei lavativi giocherelloni—voglio dire, una catena di karaoke bar non è proprio il massimo, anche se somiglia molto al modo in cui Apatow tira avanti la baracca—ma si stanno avviando alle gioie della vita adulta coniugale, meta prefissata. (Al punto da rinunciare al divertimento fedifrago quando si tratta di proteggere il sacro vincolo matrimoniale del fratello del fratellastro, che all’inizio si detestava salvo poi capire che in fondo il suo stile di vita è proprio quello che la vita responsabile richiede.) Non c’è bisogno, dati i coinvolti, di dirvi che il film è demenziale, o anzi sottosviluppato: per cui, se credete che sia troppo che i due fratellastri realizzino tutto questo con una performance della versione spagnola di «Con te partirò», statene alla larga.
Giudizio:

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