| Titolo originale: | The Day the Earth Stood Still | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti, Canada |
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| Anno: | 2008 |
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| Genere: | Drammatico, Fantascienza, Thriller |
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| Durata: | 104' |
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| Regia: | Scott Derrickson |
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| Sceneggiatura: | David Scarpa | |
| Cast: | Keanu Reeves, Jennifer Connelly, Kathy Bates, Jaden Smith, John Cleese, Jon Hamm, Kyle Chandler, Robert Knepper, James Hong, John Rothman, Sunita Prasad, Juan Riedinger, Sam Gilroy, Tanya Champoux, Rukiya Bernard |
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| Produzione: | 20th Century Fox, 3 Arts Entertainment, Dune Entertainment III, Earth Canada Productions, Hammerhead Productions |
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| Distribuzione: | 20th Century Fox |
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| Data di uscita: | 12 Dicembre 2008 |
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| Trama: | Una strana bolla fluorescente, inizialmente creduta un meteorite, piomba su Central Park. Da essa esce una creatura aliena, che viene portata in laboratorio per analisi. Sotto il rivestimento si trova Klaatu, rappresentante della razza aliena giunto a New York per parlare all'umanità alle Nazioni Unite; il governo americano, però, non ha intenzione di lasciarlo libero. Lo aiuta la dottoressa Helen Benson. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Nel film riscritto da David Scarpa, Scott Derrickson dirige a grandi linee il suo secondo lavoro chiesastico dopo The Exorcism of Emily Rose, che andando a stringere era poco più che un opuscolo d'appello al pellegrinaggio di fede mariana. Non molto rimane però della mano artigianale che lì gestiva spesso penetrantemente i lavori: il rifacimento dell'opera di Robert Wise sembrerebbe volersi comportare più modestamente come un blockbuster catastrofico, anch'esso «con messaggio», sebbene uno dominato dalla flemma dell'alieno Keanu Reeves.Questa sorta di disinteresse riflessivo, comunque, è proprio ciò che Derrickson prova ad apportare a partire esattamente dalla scelta dell'attore nato a Beirut, che per quanto—come suo solito—è compassato perde il fascino autorevole del Michael Rennie dei tempi che furono. Se quest'ultimo era di certo severo, Reeves è di converso spentamente compunto; come per l'appunto è il film, il quale mai in una scena descrive un arco che si veda coerentemente iniziare, continuare e chiudersi, guastandosi praticamente ogni volta che può, causa il venir meno del poco carburante.
Non ci si è distratti, dunque, se non si è capito granché come mai il nuovo Klaatu, arrivato per una missione semplice semplice (tanto semplice che poteva risparmiarsi direttamente il viaggio: che al presidente USA, almeno fino a nuovo insediamento, interessi poco sentire quel che ha da dire l'ONU avrebbe dovuto saperlo già), finisce d'un tratto per affezionarsi alla nostra umanità sprecona eppure tanto piena di sentimenti. Saranno bastati un carente dialogo in auto con mamma Jennifer Connelly e una scenata monca di figlio Jaden Smith davanti alla tomba del babbo a fargli vedere di quanto siamo capaci quando messi alle strette?
Sarà forse più probabile che, dato che il tempo e la convinzione concessigli per capire le cose a ogni occasione sono oltremodo esigui, sia stato lo scambio alla lavagna col prof. John Cleese—pagato per comparire purtroppo solo due minuti, giusto il tempo di servirci (con una classe, come di regola, inversamente proporzionale alla sconcezza del subject matter) la morale prima che Reeves debba ripetercela—in qualche modo a convincerlo che la Terra vada lasciata agli umani. Foss'anche solo per preservare i sette dvd della serie completa di Flying Circus.
Giudizio:

Recensione di PIETRO SIGNORELLI
«Klaatu, Barada, Nikto!» recitava la famosissima frase (usata dai posteri in mille occasioni citazionali, pure dai Simpson) che serviva per bloccare la terribile ira del robot alieno Gort (nome citato nel remake con una sigla nel prefinale) nello storico film del 1951 di Robert Wise, che si intitolava come questo remake del 2008, diretto da Scott Derrickson, Ultimatum alla Terra (almeno in italiano; l'originale è The Day the Earth Stood Still). Nel mare totale di mancanza della fantasia, passati 57 anni, ecco che l'alieno Klaatu, premonitore nel passato di terribili conseguenze per la Terra se l'uomo muoverà guerre contro altri pianeti, diventa il bel Keanu Reeves in giacca e cravatta che lancia terribili anatemi se non ci sarà un'intensa politica ecologista.Nel 1951 il conflitto mondiale non era finito da molto, i due grandi blocchi contrapposti si guardavano guardinghi e minacciosi dando il via alla cosiddetta guerra fredda, la tematica era molto sentita e il bel messaggio pacifista del film entrava dentro le coscienze con ottima penetrazione. Oggi, in mancanza del dualismo freddaguerrafondaio, è più importante parlare di sopravvivenza delle speci e di preservazione dell'ambiente; peccato che il film che cerca di farlo si disperde in un sacco di cose inutili, parla blandamente di grandi argomenti in maniera dispersiva, si concentra molto a tratteggiare Klaatu come un alieno forte e comprensivo, si lacrimeggia addosso parecchio nel ritratto di matrigna comprensiva Connelly (donna sempre stupenda comunque) che alleva un bambino di colore non suo ma del marito morto in combattimento, lasciando in disparte ogni velleità di interesse per lo spettatore, senza dare una trama incalzante, un ritmo valido, ma soprattutto un senso globale del pericolo e della furia di chi non accetta la violenza al luogo (il nostro pianeta) che ci accoglie.
I mezzi tecnici usati ovviamente sono ben diversi rispetto a quelli genuini e sinceri degli anni '50 (l'alieno Klaatu sembrava quasi un palombaro), abbiamo un ampio dispiegamento di forze armate con ogni tipo di arma, dai fucili ai carri armati, un'astronave a sfera che atterra nella martoriata New York (Wise ambientò l'arrivo a Washington) di sicuro impatto visivo, uno sciame di simil cavallette che ricorda le tragedie bibliche, distruzione di luoghi dediti agli incontri sportivi come un immenso stadio. Il computer, purtroppo, in questo caso non ha l'anima per muovere emozionalmente il contorno in cui si muovono i personaggi; Reeves e la Connelly sono una bella coppia da vedere, ma il messaggio ecologista appare talmente privo di carisma in tutto quel cinismo e disinteresse senza logica (rappresentato da Kathy Bates, inviata del Presidente USA assolutamente cinica e convinta che si possa risolvere da soli il problema alieno) da passare per una sorta di scusa e non motore del racconto; non ci sentiamo certo preoccupati più di quanto già non lo siamo per il nostro amato pianeta quando un (bel) figuro in giacca e cravatta ci racconta cose scontate e ci minaccia con frasette fatte (per cronaca, quella famosa e storica citata all'inizio comunque non c'è nel remake), oppure un tenero bimbo piange sulla tomba del papà morto e diventa comprensivo verso la matrigna amorevole.
La nave aliena arriva, vuole parlare per darci un aiuto, la nostra ottusità non glielo permette, succede un po' di caos (tra l'altro la furia demolitrice ha un'aria molto circostanziata e non ha un senso globale che coinvolge il mondo intero) ma poi anche noi umani tanto crudeli e in fondo stupidi da non vedere la mano tesa abbiamo qualche cosa di buono, e allora proviamo a stare lontano dagli errori del passato e rigeneriamoci, prendiamoci una nuova occasione che sa di ultima chance.
Davvero poca cosa questo film, intristito da una regia del tutto priva di nerbo nel guidare gli avvenimenti, con un robottone gigantesco che pare un soprammobile, messo lì vagante nello schermo, e che non ha in sé nessun opprimente senso di paurosa minaccia. Il cinema di oggi parla attraverso le frasi e le immagini di quello di ieri, le modifica e le aggiorna a seconda dei tempi e delle situazioni; peccato che non abbia nessuna voglia di andare oltre dandoci anche delle emozioni vere e sincere, facendo sentire al meglio la propria voce di consiglio ecologista, perdendosi per strada con stupidaggini lacrimevoli e perdite di tempo (pure una fuga bucolica tra i boschi).
In definitiva un remake dal massiccio uso del computer privo di anima, povero di emozioni, noioso per lungo tempo e senza nessun senso per cui doveva essere realizzato, visto il risultato finale. La premiata ditta Connelly (che rigioca con gli insetti dei suoi esordi argentiani) & Reeves buca la parte e la scrittura, si muove dispersa in una situazione anonima. «Klaatu, Barada, Nikto!» sarebbe da dire al film e non al robot; peccato che avendo noi pagato il biglietto, gli esercenti sono obbligati per etica a non accettare interruzioni anche se invocate.
Giudizio:

Altri giudizi della redazione:
Emanuele Rauco:

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