Il bambino con il pigiama a righe

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Titolo originale: The Boy in the Striped Pyjamas Il bambino con il pigiama a righe / Locandina
Nazione: Regno Unito, Stati Uniti
Anno: 2008
Genere: Drammatico, Guerra, Thriller
Durata: 94'
Regia: Mark Herman
Sceneggiatura: Mark Herman
Cast: Asa Butterfield, Zac Mattoon O'Brien, Domonkos Németh, Henry Kingsmill, Vera Farmiga, Cara Horgan, Zsuzsa Holl, Amber Beattie, László Áron, David Thewlis, Richard Johnson, Sheila Hancock, Iván Verebély, Béla Fesztbaum, Attila Egyed
Produzione: BBC Films, Heyday Films, Miramax Films
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia
Data di uscita: 19 Dicembre 2008
Trama: Nella Berlino degli anni '40, Bruno è un bambino vivace che vive di sogni, coltivati con i romanzi d'avventura che divora. Con gli amici gioca e si diverte, mimando una guerra di cui non percepisce le conseguenze tragiche. Figlio di un ufficiale delle SS, deve trasferirsi in una zona di campagna al seguito della famiglia. Lì vede un campo di sterminio per ebrei, che crede una fattoria dove lavorano dei contadini con un curioso pigiama a righe. Per soddisfare la sua curiosità si reca sul posto, dove incontra, diviso dalla rete elettrificata, un bimbo ebreo di nome Shmuel. L'incontro gli farà capire che quel pigiama a righe significa qualcosa di particolare.


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Il bambino con il pigiama a righeLa Disney ha prodotto questo film dalle tematiche inusuali per lei, e dobbiamo proprio dirle grazie. Affidandosi alla regia delicata di Mark Herman (che aveva affrontato il dualismo infantile con Prenditi un sogno), ci dona un film intenso, che evita le immagini forti per dedicarsi alle emozioni e alla tematica dell'innocenza infantile infranta. Gli occhi di Bruno, berlinese, il piccolo protagonista interpretato da Asa Butterfield, sono dolci ed innocenti, per lui la guerra e la battaglia sono solo un gioco. Sogna avventure leggendo libri, coccolato dalla madre comprensiva (Vera Farmiga) che non riconosce completamente a se stessa e ai figli la verità sul lavoro del marito, un ufficiale delle SS incaricato di migliorare le tragiche prestazioni dei forni crematori nello smaltimento dei corpi degli ebrei. Un giorno il padre deve andare di persona a controllare il funzionamento degli orrendi strumenti di morte, ed è obbligato a trasferirsi in una zona di campagna, accanto al campo di concentramento. Bruno rimane sconcertato dalla perdita degli amici di gioco, ma ancora di più dalle strane divise a righe che portano degli inservienti della grande casa e anche le persone che vede dalla finestra presenti nel campo. Credendola una fattoria con degli strani contadini, si reca sul posto, per noia e curiosità, contravvenendo ai divieti della madre. Giunto sul luogo incontra Shmuel, un bimbo ebreo con cui parla diviso dalla rete elettrificata che cinge il campo. Inizia una strana e curiosa amicizia, anche se Bruno non riesce ancora a capire la realtà delle cose e crede che quei pigiami a righe numerati servano per contraddistinguere un gioco.
Ci sono tanti modi di parlare dell'olocausto, questo sicuramente è uno dei più originali: attraverso gli occhi di due bimbi contrapposti dalle parti divise della barricata (un tedesco figlio di un ufficiale nazista e un ebreo internato) assistiamo a come gli adulti abbiamo tragicamente spento ogni scintilla di innocenza negli occhi dei piccoli – il più grande peccato che l'uomo potrebbe compiere, al di là di ogni orrore. Negli occhi di Shmuel ormai questa tragica realtà è penetrata lasciando lo spazio alla rassegnazione e allo sconforto; in quelli del sognatore Bruno la mancanza del contatto diretto con l'orrore non ha ancora tolto le sue speranze di avventure. Per lungo tempo del suo scorrere la pellicola non mostra praticamente nulla delle violenze (anche un picchiaggio selvaggio verso un ebreo inserviente, per futili motivi, in casa di Bruno è solo udibile ma non visibile) soddisfacendo l'etichetta Disney, ma poi il violentissimo finale non lascia spazio davvero a nulla, con un colpo di scena incredibile, sottolineato dalla pioggia battente e dal clima plumbeo. In quel momento i colori muoiono, le scene in fondo semplici e dolci del gioco (mono o bilaterale che sia) viste in precedenza appaiono estremamente lontane, incongruenti. La crudeltà della pulizia etnica mostra la sua faccia peggiore, che non guarda a nessuno ma compie il suo dovere fino a fondo, in maniera beffarda. Nel film potrete vedere anche gli ufficiali nazisti che guardano un cinegiornale costruito ad arte per far sembrare il campo di prigionia e sterminio come un villaggio vacanze; ovvio che nella trama specifica serve per ingannare Bruno che comincia a farsi troppe domande, ma rispecchia l'andamento del paraocchi del mondo del tempo (Chiesa compresa) che rifiutava, almeno in apparenza, di credere all'esistenza dei lager nonostante non ci volesse moltissimo per controllare ed agire il più alla svelta possibile. Nel film questo atteggiamento è appannaggio della madre, cui importa che la verità non venga a galla pur conoscendola fondamentalmente.
Il ritmo del film non smette mai di coinvolgere, la tenera storia dei due piccoli si contrappone al cinismo e alla violenza dei grandi, che non esitano a mandare un istruttore fanatico dei principi della propaganda nazista promulgati e diffusi da Goebbels per indirizzare i figli. La sorella di Bruno perde ogni contatto con la sua adolescenza e la sua umanità, rischiando di portarla verso l'azzeramento del rispetto della vita altrui – la scena delle bambole nude buttate come se fossero dei corpi ammonticchiati è emblematica. Tanti temi pesanti messi sul tavolo, in maniera precisa e congruente a quella della filosofia del film di non perdere di vista la centralità dei due piccoli protagonisti che si avvicinano partendo da due punti del tutto opposti e che devono fermarsi in centro per via di una barriera che non è detto che sia invalicabile. Ottima la fotografia, che ben evidenzia i colori mutevoli degli animi utilizzando degli ambienti man mano sempre più scarni dopo il lussureggiante inizio.
In definitiva un gran bel film, che passa dalla tenerezza alla tragicità con precisa progressione, facendoci man mano vedere come un bambino possa vedere a modo suo la guerra con gli occhi dell'innocenza; ma il grande errore lo fanno gli adulti negandogli la giusta conoscenza e il dovuto sapere per non mostrare la vergogna dei loro atti. Per questo il crimine è compiuto sulle coscienze e non solo sui corpi, cosa ancor più grave sapendo che mentre ricordiamo le efferatezze del passato, queste da qualche parte del mondo esistono ancora, in modo magari diverso ma ugualmente grave. E due bambini che colpe non hanno, con le loro mani unite, se non altro ci danno la speranza che il punto di partenza di tutti noi è assieme prima di dividerci e poi magari scontrarci.

Giudizio: 3


Altri giudizi della redazione:

Alberto Di Felice: 2
Emanuele Rauco: 2.5


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