Vincere

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Titolo originale: id. Vincere / Locandina
Nazione: Italia, Francia
Anno: 2009
Genere: Biografico, Drammatico, Storico
Durata: 128'
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Daniela Ceselli, Marco Bellocchio
Cast: Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi, Corrado Invernizzi, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon, Pier Giorgio Bellocchio, Paolo Pierobon, Bruno Cariello, Francesca Picozza, Simona Nobili, Giovanna Mori, Silvia Ferretti, Corinne Castelli, Patrizia Bettini, Fabrizio Costella
Produzione: Offside, Rai Cinema, Celluloid Dreams, Istituto Luce, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Eurimages, Provincia Autonoma di Trento, Film Commission Torino-Piemonte, Film Commission Regione Piemonte
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 20 Maggio 2009
Trama: Ida Dalser è una giovane titolare di una sartoria che agli inizi del '900 incontra un uomo bello, aitante e deciso a tutto, dal temperamento esuberante, del quale si innamora perdutamente. Con quest'uomo ha una intensa storia d'amore, un matrimonio, un figlio e anche un triste destino: viene ben presto abbandonata e costretta ad andarsene per via del fatto che costui sta avendo un'ascesa politica vertiginosa, si risposa civilmente e diventa un capo di stato. Ida per sé e per il figlio rivendica con forza il diritto a veder riconosciuti matrimonio e paternità, ma le cose non sono certo facili se le devi avere da una persona che non vuole assolutamente che vengano alla luce, e che si chiama Benito Mussolini.


Recensione di AUGUSTO LEONE

VincereIl cinema cromaticamente cimiteriale e psicanalitico di Marco Bellocchio continua in Vincere a ribadire che senza l’assassinio dei padri non si diventa adulti e la diagnosi, considerata la «res italica» attuale, pare persino cogliere nel segno: il cosiddetto carisma dei dittatori o dei leader che ne hanno le sembianze ha le radici nell’invasamento adolescenziale dei loro popoli, i quali  però finendo con l’essere ossessionati da una figura  ingombrante e poco riconoscente si trasformano primo o poi in carnefici. Tra la venerazione cieca di una folla adorante, lo struggimento di un’amante non ricambiata e la frustrazione di un figlio abbandonato, il collante è il dominio sulla realtà dei fantasmi creati dalla mente, il che consente all’autore de Il regista di matrimoni di sfruttare la patologia erotica di Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno) come chiave di lettura della Storia italiana del secolo appena trascorso.
Gadda in Eros e Priapo o in Quer pasticciaccio brutto di Via Merulana diede un’interpretazione più o meno simile del Ventennio: eventi e persone non sono semplicemente raccontati, bensì vengono filtrati dalla passione irragionevole ed esemplarmente totalizzante della protagonista, nell’ottica del clima e della cultura futurista dell’epoca. Mussolini (Filippo Timi) evoca pertanto nella prima parte del film un Prometeo ribelle ed affascinante, mentre, applicando alla lettera i dogmi di Marinetti, lancia la sfida a Dio e alle convenzioni borghesi: nella seconda parte è uno spettro evanescente, destinato a confondersi nel Duce del Concordato con la Chiesa e nell’immagine raggelata dei cinegiornali. Significativo che la ripresa in parallelo crei un legame solidale fra la sensuale Ida nel cortile del manicomio e la contadina Rachele autosegregatasi nel pollaio di Villa Torlonia:  del resto la visione di una galleria di donne dal volto devastato dallo nevrosi  interrompe la narrazione nei momenti di tensione, come un dolente canto di inutile opposizione allo scorrere inesorabile dei fatti.
I manifesti programmatici e i movimenti sono pretesti che permettono agli uomini di indossare una maschera adattabile alle circostanze e funzionale al perpetuarsi delle gerarchie della società patriarcale: le donne  delle circostanze sono invece silenziose vittime, nelle loro lettere gettate dalla finestra al vento resta l’eco del verso del poeta rivoluzionario Majakovskij: «Ascoltate!/Se accendono le stelle,/vuole dire che qualcuno ne ha bisogno?».

Giudizio: 3.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

VincereIl regista di riconosciuta bravura (e realizzatore di film di dichiarato impegno) de I pugni in tasca, Marco Bellocchio, decide di dedicarsi, presentandolo come unico film italiano in concorso a Cannes, ad un lavoro che ci parla di un fatto assolutamente poco presente negli archivi storici, mai riconosciuto veramente e solo recentemente venuto alla luce con ottima certezza per via dell'impegno di ricostruzione storica di due giornalisti della Rai. Il fatto in questione è la paternità non riconosciuta da parte del Duce di un figlio avuto da un matrimonio, cancellato dagli archivi, con la tenutaria di un negozio di vestiti (Ida Dalser, la interpreta la Mezzogiorno, intensa come sempre) all'inizio del secolo scorso, prima che la sua attività politica lo portasse alla guida del paese, quando a quel punto ormai da tempo aveva sposato Rachele Guidi (la interpreta la Cescon).
Il giovane Mussolini (Filippo Timi) di cui Ida si innamora perdutamente è un uomo bello, aitante e dal carattere focoso e deciso (emblematico il discorso con cui si apre il film, nel quale dice che Dio non esiste visto che chiede di essere fulminato entro cinque minuti e invece non avviene nulla), convinto socialista (partito che poi lascerà e addirittura avverserà) e che ha nel giornale «Avanti!» un punto di riferimento. La passione travolge ambedue (la Mezzogiorno come di consueto non ha nessun timore di spogliarsi per girare a dovere la scena con la dovuta intensità) e ne nasce un figlio, Benito Albino. Dopodiché Mussolini intrapprende con successo la carriera politica ad altissimi livelli, accantona Ida e suo figlio, li ignora e li annulla per sposarsi con Rachele e avere quattro figli. Ma Ida non si arrende, vuole avere giustizia ed avere riconosciuti i suoi diritti di fronte all'Italia e stare al fianco dell'uomo che ama ancora, pensando che lui non c'entri nulla con le sue disgrazie e la stia cercando. Diventata incontrollabile e pericolosa: per evitare lo scandalo, viene dichiarata instabile di mente, internata in manicomio e separata dal figlio.
Girato come un melodramma televisivo a fosche tinte (a volte sembra quasi che una visione da fiction su piccolo schermo sia maggiormente performante per la storia) Bellocchio concentra tutta l'attenzione sulla figura di Ida (che sembra subire la stessa sorte della Jolie in Changeling), aiutato benissimo dalla grande vena della Mezzogiorno, che rivendica l'importanza del singolo rispetto al sottofondo apparentemente molto più importante. Ida è ancora una bella donna: nessuno le impedirebbe di trovare un nuovo uomo, come consigliato dal cognato, ma lei non vuole arretrare minimamente e vuole solo Mussolini; nelle scene più toccanti del film arriva ad arrampicarsi su delle grate che la imprigionano nel ricovero forzato e butta disperatamente delle lettere, nel prato, nella neve e poi in una bottiglia lanciata nell'acqua quando le danno un po' di aria e di respiro. Madre-coraggio, non si piega ma alla fine si deve arrendere al fatto che tutti dobbiamo recitare una parte in certe situazioni; per sottolinearlo il regista non perde l'occasione di inserire un gruppo di commedianti che, mentre Ida arriva su una barella, recita delle strofe. Uno di essi è uno psichiatra del manicomio che poi darà il concetto alla povera tormentata madre («Questo non è il tempo di gridare la verità. È il tempo di tacere, di recitare una parte», queste sono le esatte parole che comunica). Emozionante l'inserto delle immortali immagini di Charlot e Il monello, dove Ida riscopre la speranza e un po' di serenità, mentre il contorno storico, che – man la pellicola scorre sfuma sempre di più e la presenza fisica di Mussolini/Timi scompare – è affidato a immagini di repertorio e a delle didascalie che appaiono sullo schermo ripetendo per brevi momenti i concetti e le parole cardine (parole tipo «Guerra!» e «Audacia!»).
Bellocchio è da sempre un acceso anticlericale e un convinto antifascista, e riserva a dei momenti parodistici d'imitazione dei discorsi trionfali del Duce la sua aperta critica al sistema oppressivo fascista, mentre per il clero non c'è scampo con il mostrare rigide suore che dirigono il manicomio (tutte tranne una, con il volto di Vanessa Scalera), che fanno di tutto tranne che essere caritatevoli, e si ricorda spietatamente l'accordo del 1929, i Patti Lateranensi, trattato del tutto di convenienza sia per l'una che l'altra parte, quando fondamentalmente l'una odiava l'altra («L'unica cosa su cui non ha ancora controllo Mussolini è la Chiesa»).
In definitiva, un film che narra una storia del singolo e prende la storia globale solo come sottofondo via via sempre più pallido, emozionante per la vicenda straziante della protagonista e di suo figlio, ma che convince alla fine meno degli altri lavori del regista, dove la protesta si smorza nel dolore e la denuncia nella pena per una verità sottratta e nascosta. Bellocchio si accosta in questo modo alla storia controversa del primo dopoguerra mondiale, dandoci un segnale forte di voler raccontare quanto siamo importanti come individui, di quanto il potere possa corrodere e far trascurare le verità fondamentali, rinnegare l'amore sincero che si è provato e il frutto che ne è scaturito. La storia sembra cancellare certi fatti: fortunatamente abbiamo registi che vogliono ricordarceli anche se lontani e apparentemente ininfluenti sull'oggi, facendoci riflettere su come cambiano i contorni, ma le basi emozionali non abbiano date o stagioni per poter essere raccontate.

Giudizio: 2.5


Altri giudizi della redazione:

Alberto Di Felice
:
3
Emanuele Rauco: 3


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