| Titolo originale: | id. | ![]() |
| Nazione: | Irlanda |
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| Anno: | 2007 |
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| Genere: | Drammatico |
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| Durata: | 85' |
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| Regia: | Leonard Abrahamson | |
| Sceneggiatura: | Mark O'Halloran | |
| Cast: | Pat Shortt, Anne-Marie Duff, Conor Ryan, Tommy Fitzgerald, Andrew Bennett, Denis Conway, George Costigan, Tom Hickey, Una Kavanagh, John Keogh, Suzy Lawlor, Jason Nelligan, Don Wycherley | |
| Produzione: | Element Pictures, Broadcasting Commission of Ireland, Bórd Scannán na hÉireann, Film4, Radio Telefís Éireann |
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| Distribuzione: | Mediaplex |
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| Data di uscita: | 5 Giugno 2009 |
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| Trama: | Josie, che ha oltre quarant'anni ed è portatore di un leggero handicap mentale e fisico, lavora in una stazione di servizio periferica in una piccola cittadina irlandese. Un giorno, il suo capo gli chiede se può rimanere aperto più a lungo durante il weekend, dato il nuovo sviluppo urbano nei dintorni, e gli affianca nel nuovo orario di lavoro il giovane David. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Steven Soderbergh definisce i suoi esperimenti con budget minore come «film di purificazione». In una recente intervista al Los Angeles Times si è beato del fatto che in un film di purificazione «non si è mai sicuri di cosa si otterrà. Bisogna lasciarlo andare dove va e non forzarlo. È un bel modo di lavorare: ci si adatta costantemente a quello che si ha davanti». Idealmente, il modo di porsi del regista dovrebbe avere qualche riflesso su quello dello spettatore. Con Garage Leonard Abrahamson non ha ugual bisogno di purificarsi, ma la sua opera somiglia a un film che l'americano avrebbe potuto girare per confessarsi nel tempo libero, se solo fosse stato irlandese. È il racconto di una singola misera vita sul baratro alla periferia d'Irlanda; figurativamente aspira anche ad universalizzarsi, sebbene ovviamente sia fatto per colpire ognuno in un certo modo, esattamente con «quello che si ha davanti».Le prime immagini che ci si presentano innanzi—accompagnate da una musica già prefiguratamente annottata come gli occhi spenti del cavallo nel finale, slegato e lasciato senza più nessuno che lo nutra—sono quelle di un paesaggio ormeggiante ai bordi verdi di un piccolo-medio centro dove poco o nulla accade. Il protagonista Josie (Pat Shortt), che vi arranca con una camminata fatta apposta per esser sbeffeggiata dai passanti occasionali, è uno svitato-tipo, fra i tanti che possono trovarsi in ogni cittadina o quartiere. Si sta trascinando alla pompa di benzina che gestisce da anni da solo, e che sarebbe lasciata altrimenti in abbandono dal proprietario (John Keogh), che la tiene aperta intuibilmente solo per pietà verso di lui. All'annuncio che starà aperto più a lungo durante il weekend, Josie è quasi inorgoglito: la città si sta sviluppando, sembra, ci sono più case nei paraggi e così lui avrà più clienti.
Il disegno di Mr. Gallagher, gli comunicherà poi qualcuno al pub col disdicevole scherno con cui molti lo trattano, è però quello di chiudere a breve la stazione per costruirci sopra altre più redditizie case. Nei pochi mesi estivi che restano, Mr. Gallagher affianca a Josie il figlio della sua compagna, David (Conor Ryan), per farlo lavorare un po'; l'arrivo del ragazzino e lo sviluppo della sua «amicizia» con Josie sono al centro dei progressivi e casuali fatti nel delicato equilibrio dell'ultimo, destinato per via di questi a non reggere. David è un ragazzo abbastanza complicato, com'è normale per la sua età, un quindicenne con gli occhiali che non ha ancora deciso di radersi i timidi baffetti. È ben disposto verso Josie: gradualmente i due prendono sincera confidenza durante le piatte ore di servizio clienti, e poi addirittura fuori dal lavoro quando Josie si unisce a lui e a suoi amici in alcune serate al fiume, a bere le svariate lattine di birra che Josie compra al negozio di Carmel (Anne-Marie Duff), la bella del villaggio.
Se molti si prendono gioco di Josie, molti altri in città lo trattano col rispetto dovuto alla sua condizione, come un amico di lungo corso, un po' «lento», che va aiutato. Persino gli amici di David, che inizialmente vorrebbero quasi prenderlo a calci come un barbone kubrickiano, dopo un po' lo prendono apparentemente in simpatia. Di Carmel, una più che ventenne dalle speranze praticamente nulle rimasta chissà perché lì, Josie è ovviamente innamorato, come può esserlo lui; non nutre, realisticamente, nessuna speranza. «Darai una festa, Josie?», gli chiede lei guardando i suoi poco avvenenti acquisti; «Non do una festa: è solo qualche stuzzichino per il tè».
Da anni Josie vive così, ascoltando frecciatine ora leggere ora più pesanti, e facendo finta di niente pur essendo perfettamente in grado di sentirle, e sapendo di non far parte del «gruppo» nonostante ci possa bere una birra o due assieme. Su di lui è facile sperimentare un comune fatto di vita: chiunque di noi parla a volte agli altri come se non sapesse che sono lì ad ascoltare, come se quanto dice non avesse un peso. Fra Josie e Carmel succede poi qualcosa, avanti nel film, e Carmel deve dirgli esplicitamente che non è interessata a lui; entrerà in scena anche la polizia, per altri fatti solo vagamente connessi, e anche l'agente che lo conosce da anni e morirebbe piuttosto che urtarlo è costretto a fargli domande e richieste esplicite. Garage è, credo, il racconto di come Josie abbia in realtà sempre ascoltato e saputo.
Giudizio:

Recensione di AUGUSTO LEONE
Josie è un disadattato che lavora a una fatiscente pompa di benzina in un paesetto dell’Irlanda, nel quale termini come «terzo millennio» ed «Europa unita» non hanno senso: lì il ritmo dell’esistenza si è sempre adeguato al ciclo eterno delle stagioni, tanto che per non violarne l’arcaico isolamento persino i binari del treno si interrompono prima di entrarvi. Uno spopolato avamposto di confine fra il deserto e la civiltà, dove i gas di scarico non contaminano le meravigliose metamorfosi cromatiche del cielo e dove il ritardato, protagonista di Garage, trova qualcuno con cui passare tranquille serate al pub o starsene seduto a conversare in riva al lago o sul retro della sua polverosa officina: eppure è proprio la purezza estraniante dell’orizzonte a smuovere nello spettatore un senso di disagio profondo, molto più dell’emersione del dolore latente della piccola comunità e del medesimo Josie.Di fatto anima il lungometraggio una sorta di pessimismo cosmico leopardiano in base al quale la sofferenza subita e inflitta parifica condizioni e differenze di età e di specie: non ci sono alternative al fare del male e a subirlo, a essere cioè nel contempo vittime e carnefici. Tradimenti, rancori, affetti non ricambiati e fraintendimenti fanno marcire nella desolazione gli animi, un buon padre di famiglia fa strage di cuccioli appena nati e l’innocuo Josie tortura a morte in un secchio le anguille pescate: la tondeggiante figura dello zoppicante «idiota», icona, come da tradizione, di bontà incondizionata, è dunque la patetica attestazione del fatto che malvagità e innocenza si annullano in una tragica inconsapevolezza. Se l’umanità non è colpevole della sua stessa Storia, non resta che alzare lo sguardo verso il cielo patrigno ed impassibile al pianto del cavallo legato a un copertone in mezzo a un prato.
Giudizio:

Altri giudizi della redazione:
Emanuele Rauco:

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