Una notte da leoni

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Titolo originale: The Hangover Una notte da leoni / Locandina
Nazione: Stati Uniti, Germania
Anno: 2009
Genere: Commedia, Poliziesco
Durata: 100'
Regia: Todd Phillips
Sceneggiatura: Jon Lucas, Scott Moore
Cast: Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis, Justin Bartha, Heather Graham, Sasha Barrese, Jeffrey Tambor, Ken Jeong, Rachael Harris, Mike Tyson, Mike Epps, Jernard Burks, Rob Riggle, Cleo King, Bryan Callen
Produzione: Warner Bros. Pictures, Legendary Pictures, Green Hat Films, IFP Westcoast Erste
Distribuzione: Warner Bros.
Data di uscita: 19 Giugno 2009
Trama: Phil, Ed e Zach partono da Los Angeles per Las Vegas con Doug per l'addio al celibato di quest'ultimo, che due giorni dopo si sposerà felicemente con la bella Tracy. La notte dell'arrivo al Caesars Palace, salgono sul tetto per un primo shot prima della pazza serata; il mattino dopo si risvegliano in una stanza d'albergo distrutta nella quale trovano, fra le altre cose, una tigre ed un bebè; mentre, cosa più importante, non si sa dove sia finito il futuro sposo. Nessuno ricorda nulla di quello che è successo.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Una notte da leoniQuello che succede con una premessa in stile Cose molto cattive quando la si declina alla larga secondo i passi dell'ultima ritrovatissima commedia apatowiana, che più recentemente abbiamo ammirato con un titolo quale Strafumati, è che si riesce a raggiungere un qualche maggiormente adeguato equilibrio tra la parte più godereccia e quella più reprensibile. Ormai il problema di Apatow e dei suoi seguaci David Gordon Green e Nicholas Stoller è abbastanza semplice, quanto alla meccanica più elementare, e corrisponde a quello che per molti è anche ciò che meglio funziona, e anzi darebbe «spessore umano»: cattivo tempismo—in altre parole, durano troppo. Già portando il minutaggio da 110 a 100 minuti, Todd Phillips fa un grande passo in avanti sul piano del decoro e—per i meno avvezzi alle smancerie—della sopportabilità.
La reale spiegazione, ovviamente, è che la squadra di Phillips (davanti e dietro la macchina da presa) non ha nulla a che vedere con la «poetica» del celebrato produttore/regista del filone comico sovracitato: il regista di Road Trip, Old School (che, da quanto ricordo, ho stranamente detestato) e Starsky & Hutch si occupa prevalentemente di sfornare una commedia propriamente detta, e non tanto di veicolare con essa viaggi di corrispondenza e comunanza fra fratelli dello stesso sesso, che parlano a mitraglietta per far buona impressione l'uno sull'altro, molto proni alla lacrima di compatimento, con l'incomodo più o meno gradevole e necessario delle femminucce. La differenza può sembrare sottile, guardando ai comuni elementi rituali (o triviali); i maschi di questa sbornia sono però a tutti gli effetti degli adulti, e sanno già cosa andranno a fare, prima di dimenticarsene dati gli sviluppi nati e da sistemare nel frattempo.
Dei quattro maschi che partono per Las Vegas, tre sono o stanno per essere già sistemati con rispettiva consorte, della quale ci si lamenta senza troppe lungaggini principalmente durante il viaggio d'andata in macchina: le mogli sono una rottura perché non ti permettono di fare quello che vorresti fare, lo si sa e bisogna farsene una ragione da veri uomini—se non lo si sa e si è ancora in tempo per accorgersene, come Stu (Ed Helms), l'avventura avrà maggiore utilità e farà nascere quello che probabilmente per l'interessato è il primo rapporto realmente sano ed adulto (con una Heather Graham come sempre adorabile nelle comparsate da mignotta, ruolo nel quale è specializzata). Per il resto, la situazione è trascorsa secondo necessità ben stabilite e relativamente concise: ricostruire/sanare quanto avvenuto nella pazza nottata addietro e recuperare il maritino perso del giorno dopo, Doug (Justin Bartha).
Quanto al quarto uomo, l'Alan di Zach Galifianakis (visto anche, a fagiuolo, nel più fallimentare Notte brava a Las Vegas), il ruolo è quello di insostituibile spalla di puro impatto fisico, sulla quale anche i secondari (feroce bambino delle elementari e boss della mafia cinese) possono accanirsi con più facilità. Suo anche l'aggancio (esplicitato sempre dalla sua bocca) alle due più evidenti citazioni del film, quella allo svezzamento a tre papà di Tre scapoli e un bebè e quello alla puntata al casinò di Rain Man. Se mi ricorderò di qualcosa di questo film nelle prossime settimane, sarà sicuramente la sua discesa sulle scale mobili in completo e posa «Raymond Babbitt».

Giudizio: 2


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Una notte da leoniUna notte da leoni fa parte del filone cinematografico «festa di addio al celibato con grandi guai» il cui esponente più famoso è un film con un giovanissimo Tom Hanks del 1984, Bachelor Party di Neal Israel. In questi film, una scatenata combriccola di amici cerca in tutti i modi di far trascorrere al massimo della velocità l'ultima notte di libertà al futuro sposo. Il film odierno non esula da questo assunto nelle intenzioni di base, ma poi se ne distacca nel prosieguo permeandosi di una sorta di divertente mistero, nel qual caso la misteriosa sparizione del festeggiato dopo che della festa folle della sera prima non hanno nessun ricordo.
Il gruppo in questione è composto da quattro variegate persone: Phil Wenneck (Bradley Cooper, presente ne La verità è che non gli piaci abbastanza ma famoso per essere il Will di Alias accanto a Jennifer Garner), un uomo decisamente stanco della monotonia del suo matrimonio e voglioso di continue esagerazioni; Doug Billings (Justin Bartha, accanto a Cage nei due film sui templari), il futuro sposo; Alan Garner (Zach Galifianakis, visto in Into the Wild), il fratello storditissimo della sposa; per finire con il dentista Stu Price (Ed Helms, visto in Un'impresa da Dio e nel recente Una notte al museo 2), con una compagna triennale, Melissa, dispotica, antipatica e del tutto invisa ai suoi amici. I quattro partono per Las Vegas (location saccheggiata dal cinema in continuazione per fare da sfondo a pellicole commedia, non ultima quella con Cameron Diaz) e sul tetto del Caesars Palace brindano all'inizio di una notte indimenticabile; peccato che quando si risveglieranno al mattino non se ne ricorderanno per nulla, e al momento in cui torneranno alla coscienza avranno anche la suite distrutta,  la compagnia di un pollo, un bambino e …una tigre, mentre di Doug non hanno nessuna traccia.
Dopo l'inizio totalmente anonimo, il regista di Starsky & Hutch, Todd Phillips, si concentra sulla ricostruzione della folle notte in cui davvero successe di tutto (come in Bachelor Party, che aveva un asino come protagonista: qua abbiamo la tigre, anche se in circostanze del tutto diverse) e la cosa più divertente è che ci riesce davvero bene: le cose che immette mano mano per dipanare il mistero stuzzicano la curiosità dello spettatore lasciandogli fare ogni tipo di supposizione sul come e il perché, lasciando sospese le cose fino in fondo (per il quadro completo dovrete vedere anche i credits finali). Todd Phillips è un Uwe Boll misurato e circoscritto: propone il nonsense fino a dove può gestirlo e senza perdere il filo del possibile logico, inserisce un Mike Tyson goffo ed imbalsamato nella recitazione per dargli un divertente cammeo sulle note del Phil Collins di «In the Air Tonight»; la sempre avvenente Heather Graham è una nobile spogliarellista e Ken Jeong (Role Models) ha la parte di un boss gay che ritroveremo nella situazione più folle.
Come si può vedere, in mezzo a citazioni ultra nobili con un pizzico di Coen con Arizona Junior, Barry Levinson con Rain Man e una spruzzata di Hollywood Party, non si cade mai nel tribale puro e totale ma si preferisce l'alternanza di ansia per la scomparsa dell'amico (che ha anche l'impegno di tornare al più presto a casa in vista del matrimonio) con situazioni divertenti che stemperano, come le battute dello stordito Alan. Tra l'altro è incredibile come il cinema americano, direttamente nel film per bocca di Alan, preferisca citare il remake locale Tre scapoli e un bebè (1987, diretto da Leonard «Mr. Spock» Nimoy) come derivazione di idea, invece che la vera origine, cioè il francese Tre uomini e una culla (1985), una mancanza di onestà che potrebbe far storcere il naso ai puristi. Come recitazione ci è piaciuto particolarmente Ed Helms, il dentista con l'anello che arriva dall'olocausto che vuole mettersi in un tunnel senza troppa aria con la burbera Melissa: l'attore interpreta alla perfezione i vari momenti di percorso che man mano segneranno la sua nuova idea di compagna e vita di coppia (il film delinea ben poco invece la futura sposa di Doug, la preoccupatissima Tracy).   
In definitiva, un film onesto e senza particolari pretese che si difende bene per quel che vuol proporre, impreziosendosi nella fase della ricerca dell'amico dove accade veramente di tutto, che sicuramente sarebbe stato davvero valido se la soluzione dello pseudo-comico mistero fosse stata un po' meno misera di quella proposta. Situazioni folli, protagonisti simpatici, battute e colpi di scena commedia più o meno riusciti, location (deserto compreso) intrigante, la missione di divertimento leggero in compagnia post/pre-pizza di questo film è stata centrata in pieno.

Giudizio: 2


Recensione di RICCARDO RUDI

Una notte da leoniDoug si sta per sposare, e come di consueto sta per celebrare un addio al celibato a Las Vegas, insieme a Phil, insegnante dal carattere parecchio euforico e fuori di testa, Stu, dentista  che vive con una donna opprimente, e Alan, fratello della futura sposa con qualche rotella fuori posto. Così il gruppo parte per la città del peccato; ma la notte che i quattro amici passeranno non sarà del tutto normale, e soprattutto non si ricorderanno assolutamente niente delle follie che hanno seminato. I giorno delle nozze è però vicino, e hanno poco tempo per ricostruire la loro notte da «leoni».
Il film procede per fasi alterne: da un lato segue i soliti cliché delle commedie americane, dove un gruppo di amici ne combina di tutti i colori, e dove la comicità viene forzatamente tradotta da una sceneggiatura non sempre innovativa – e in quei casi ci sono delle vere scene fredde in cui non si sa se ridere per forza oppure aspettare che la scena seguente sia più interessante; dall’altro lato però bisogna ammettere che per la maggior parte del film la risata rimane gratuita e quasi mai scadente in battute fini a se stesse, sempre portatrici di uno sano humor assurdo ma non per questo stupido. In questi casi la risata è dettata da una scelta stilistica intelligente, sia perché i personaggi sono carismatici e i loro caratteri riescono a collidere e a provocare ilarità con molta semplicità – e in particolare bisogna evidenziare il ruolo di Alan e Stu – sia perché il modo in cui la storia si svolge crea una certa attesa nel conoscere che cosa hanno combinato quella notte folle a Las Vegas.
Ciò che accade durante questa viene ricostruito in una sorta di indagine, in cui i protagonisti non solo devono ricordare cosa sia successo ma devono cercare il loro amico Doug, il quale (in teoria) è il protagonista centrale di tutta la storia, ma (in pratica) diventa un espediente narrativo in cui la sua scomparsa conduce i veri protagonisti della storia verso situazioni assurde, scoprendo man mano la notte ancora più assurda che hanno avuto. Gli indizi di ciò che hanno fatto sono seminati per tutta Las Vegas, e sia lo spettatore che i protagonisti sono ignari del perché una tigre si trovi nel bagno della camera d’albergo, così come del perché ci sia un bambino nello sgabuzzino. Quindi non solo il divertimento è provocato da questa serie di tracce una più assurda dell’altra, ma anche dallo sbigottimento e dalle reazioni che hanno i personaggi. I quali, benché standardizzati (c’è il solito stupido del gruppo, il fuori di testa, e il razionale), conducono la trama con leggerezza, senza cadere nello svogliato o in un eccesso di comicità demenziale.
Il film non ha attori di grande calibro; quelli presenti (almeno qua in Italia) sono del tutto sconosciuti. Zach Galifianakis (Alan) è una sorpresa all’interno del film, sia per l’aria divertente a priori, sia per l’interpretazione mai eccessiva. I titoli di coda saranno una sorpresa, e senza accorgersene si riderà molto di più durante lo scorrere dei titoli che durante tutto il film. Quindi rimanete seduti e godetevi lo spettacolo. Una notte da leoni non racconta niente di nuovo in fin dei conti, ma il modo in cui è raccontato e gli attori sono comunque un ottimo mezzo per farsi delle risate differenti da quelle offerte dalle varie commedie che sono sul mercato.

Giudizio: 2


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 2.5


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