| Titolo originale: | id. | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti | |
| Anno: | 2006 |
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| Genere: | Biografico, Documentario, Musicale | |
| Durata: | 99' |
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| Regia: | Barbara Kopple, Cecilia Peck | |
| Cast: | Natalie Maines, Emily Robison, Martie Maguire | |
| Produzione: | Cabin Creek Films |
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| Distribuzione: | 01 Distribution |
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| Data di uscita: | 6 Maggio 2009 (DVD) |
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| Trama: | Questo documentario segue le Dixie Chicks mentre il mondo del gruppo femminile country, enormemente popolare negli USA avendo venduto più dischi di ogni altro gruppo femminile, implode dopo che la sua cantante Natalie Maines fa un commento contro il presidente Bush («Ci vergognamo che il presidente Bush sia del Texas») alla vigilia dell'invasione americana dell'Iraq nel 2003. Il pubblico che le segue da anni d'improvviso volta loro le spalle. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Fra le manifestazioni d'animo contemporanee alla marcia solitaria sul mondo della passata amministrazione americana di George W. Bush, c'è stata una riaccensione del profondo nazionalismo redneck di cui il presidente stesso era orgogliosa espressione. Volere la guerra in Iraq significava essere americani; non volerla significava essere anti-americani ed anti-patriottici. Le Dixie Chicks, gruppo femminile country con le maggior vendite della storia, erano evidentemente le texane nel posto sbagliato quando ad un concerto londinese proprio al momento dell'ultimatum a Saddam manifestarono la loro vicinanza al sentire del pubblico locale, che non essendo texano non aveva alcun bisogno di guerre.Al momento le tre ragazze avevano una hit numero uno in classifica che si intitolava «Travelin' Soldier», la quale raccontava dell'amore di una cameriera per un soldato in partenza: melanconica ma ferma, era la canzone ideale per accontentare l'orgoglio bellicoso del loro pubblico di casa, addolorato eppur conscio del proprio dovere civilizzante, ma il significato di quel pezzo fece presto ad essere ribaltato, e nel giro di poche settimane il soldato in viaggio scomparve dalle radio e dalle classifiche. Ascoltare le Dixie Chicks adesso significava supportare Saddam, e—dato che il clima da Guerra Fredda in certi posti (per carità, solo in Texas: in Italia, si sa, nessuno parla più di comunisti) non se ne andrà mai—anche il comunismo.
Con Shut Up & Sing, Barbara Kopple rientra—grazie al cielo—nel documentario dopo l'assai sconcertante parentesi fiction di Havoc, piazzandosi a metà strada fra il ritratto d'artista di Wild Man Blues e l'analisi politica e sociale del successivo My Generation: originariamente pensato come lavoro esclusivamente sul gruppo, in corso d'opera il documentario è diventato, dato l'accaduto, un registro dello stato dell'unione in termini di libertà di parola negli anni caldi del conflitto post-9/11. La Kopple e Cecilia Peck restano con le Dixie Chicks per tre anni, ne seguono i concerti, le riunioni per «tamponare» la situazione e la vita familiare: fortunatamente, così facendo passano dal fatto del 2003—massimo supporto popolare al presidente—al suo assestamento coinciso col nuovo album del 2005, quando il gradimento di Bush è ormai calato vertiginosamente.
Ma mai la Kopple si è adagiata a dire che le cose si sono sistemate, e difatti anche qui non si può dire tutto si sia risolto e tornato al vecchio: l'orgoglio testardo del nazionalismo è duro a morire, e le Dixie Chicks hanno dovuto cambiare carriera e reinventarsi un pubblico di palasport per restare a galla, dopo essere state chiamate sui network nazionali—purtroppo non solo Fox News—le «bimbe» più stupide che esistano. In realtà la traccia più sottile del film è probabilmente quella che parla di come queste tre trentenni, allevate nel tradizionalismo musicale e politico del vecchio country dell'America profonda, quella degli «stati rossi», si siano ribellate a ciò che già da prima aveva forse cominciato a non piacergli: stavano facendo musica country o stavano solo accontentando, da «brave bimbe», un pubblico ai cui «valori» pagare tributo?
Giudizio:

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