| Titolo originale: | id. | ![]() |
| Nazione: | Italia |
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| Anno: | 2009 |
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| Genere: | Drammatico |
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| Durata: | 105' |
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| Regia: | Claudio Noce |
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| Sceneggiatura: | Elisa Amoruso, Claudio Noce, Diego Ribon, Heidrun Schleef |
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| Cast: | Valerio Mastandrea, Said Sabrie, Anita Caprioli, Amin Nur, Giordano De Plano, Adamo Dionisi, Sandra Toffolati |
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| Produzione: | DNA Cinematografica |
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| Distribuzione: | Istituto Luce |
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| Data di uscita: | 13 Novembre 2009 |
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| Trama: | Aman è un giovane somalo che vive la sua vita con apparente cinismo e distacco, ma che maschera una profonda insicurezza da quando il suo amico Said è partito per l'Inghilterra. I terrazzi dell'Esquilino diventano il suo personale pensatoio da cui può vedere il flusso frenetico di macchine e di persone, ed è proprio su uno di quei terrazzi che una sera il suo mondo di solitudine si incontra con quello di Teodoro, ex-pugile segnato da una profonda ferita, il quale cerca subito la compagnia del ragazzo, arrivando persino a pagarlo. In seguito nascerà un profondo rispetto e affetto che aiutarà entrambi a cercare la propria identità, a redimersi da una realtà dura e fatta di rimpianti. | |
Recensione di RICCARDO RUDI
Finalmente nel panorama del cinema italiano si impone una pellicola diversa e innovativa: Claudio Noce, regista di cortometraggi e documentari, esordisce con un lungometraggio (presentato alla scorsa Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia) coinvolgente e pieno di pathos, dove la macchina da presa ha movimenti inquieti e amatoriali, costruendo immagini vertiginose sino a raggiungere una poetica visiva quasi onirica. Il regista presenta una Roma diversa, multiculturale e oscura, teatro dell'isolamento e di ricerca di un posto nella società. L'idea di fondo del film è di raccontare una storia sull'integrazione delle seconde generazioni di immigrati in Italia; con estrema maestria questo tema viene reso sottile non invadendo la narrazione, e l'analisi di questa realtà diventa un pretesto per poter tratteggiare il personaggio di Aman (Said Sabrie), ragazzo profondamente segnato dalla storia del suo paese e fuggito in Italia, come tanti altri, con la speranza di vivere in condizioni migliori. Viene raffigurato come un ragazzo pieno di difetti, profondamente umano nella sua imperfezione: bugiardo (nelle telefonate che fa a Said mente di navigare nell'oro), opportunista (sfrutta l'ambigua disponibilità di Teodoro, interpretato da Valerio Mastandrea, a dargli soldi) e pieno di sé, che si sente incompleto e senza prospettive future. Il talento affermato di Mastandrea non delude neanche stavolta, impersonando una figura criptica e piena di rabbia: il suo sguardo granitico, che nasconde sofferenza e follia, è l'elemento che costituisce la linea di tensione e di imprevidibilità del film.
La solitudine di entrambi, per quanto li accomuni, è differente per ognuno: Aman è costretto alla solitudine come conseguenza diretta della sua situazione di immigrato, e il processo di integrazione ha come conseguenza l'emarginazione; per Teodoro invece l'isolamento è una scelta, e la sua decisione di chiudersi in sé stesso – il motivo viene spiegato all'ultimo – ha l'obiettivo di disintegrare letteralmente la propria identità. Questa solitudine e debolezza viene espressa con pochi dialoghi: il regista ha scelto di ridurre la parola ai minimi termini sino a lasciar parlare il silenzio e la colonna sonora degna di nota; è proprio nel connubio musica/silenzio/immagine che il surrealismo esplode, ricordando per certi versi le tonalità del progressive rock, di cui i Pink Floyd sono i principali esponenti.
Il fascino di Good Morning, Aman non risiede solo nella storia, e lo sguardo di Claudio Noce è il vero contenitore di emozioni. I momenti di realismo estremo si alternano a un flusso di immagini ipnotiche e un linguaggio riflessivo; le inquadrature si stringono molto sui personaggi, come per irrompere nei loro pensieri rendendoli tuttavia indecifrabili e criptici; le riprese giocano sui vari elementi presenti in scena, sfocandoli al punto da renderli irriconoscibili o alternando la messa a fuoco in un gioco di occultamento/svelamento; e infine la fotografia colpisce sin da subito per la sua composizione geometrica che evidenza la ricerca della perfezione. Da ciò si può notare come Claudio Noce abbia voluto usare due registri stilistici: da un lato quello documentaristico, un linguaggio che il regista ha nelle vene, dall'altro quello del cinema di genere, valorizzando l'introspezione dei personaggi, costruzione raffinata delle immagini, della storia e delle emozioni raccontate. Good Morning, Aman fa parte di quel tipo di cinema puro che sa parlare per immagini, giocando con la macchina da presa e con la fotografia sino a esplodere nella fisicità della pellicola.
È importante dare spazio a film del genere, che vanno controcorrente e che allo stesso tempo sanno parlare allo spettatore senza pretese di artifici narrativi o cliché. Se c'è speranza per il mercato cinematografico italiano, risiede principalmente nella produzione indipendente di film: solo valorizzando i nuovi talenti si può svecchiare il cinema italiano, e Claudio Noce è il rappresentate di una schiera di registi che sanno raccontare qualcosa.
Giudizio:

Recensione di ALESSIO BACCHETTA
Il giovane regista Claudio Noce arriva al suo primo appuntamento in lungo dopo varie esperienze di pubblicità, documentario e cortometraggio. E lo fa con coraggio e ambizione, poiché la realtà degli immigrati di seconda generazione è materia complessa, intricata e da trattare con mano prudente e occhio sensibile. Non solo: Noce si permette di aggiungervi altri temi come l'incontro fra due universi diversi ma simili al contempo, l'anelito al cambiamento e ai sogni, la difficoltà di risollevarsi dopo le sconfitte. Good morning Aman si configura pertanto come un romanzo di formazione in questa metropoli, Roma, che accoglie i propri figli come la lupa, madre e matrigna, munifica e prodiga di generosità ma all'occorrenza caina e avara. In questo sfondo vengono a baciarsi le esistenze di Aman, che corre come un dannato per inseguire i propri sogni con l'ingenuità e la potenza degli adolescenti e Teodoro, dimesso ex pugile quarantenne che non esce di casa da tre anni e in cui si è estinta la fiammella del benessere. Proprio la vitalità del primo attrarrà il secondo in questo rapporto duale equilibrato dal regista con efficacia e in cui spiccano le recitazioni di un Mastandrea perfetto (le capacità dell'attore romano sguazzano del tutto in parti di questo genere) e di un sorprendente Sabrie, il cui italiano, anzi romanesco, è senza sbavature. Intorno a loro la cecità e l'algido tenore di una grande città, che attrae con le sue luminarie per poi non offrire il pane da mangiare; in tal senso riusciti gli approfondimenti sugli ex amici di Teodoro legati all'ambiente del pugilato e dei parenti di Aman.
I due amano guardare Roma da una terrazza dell'Esquilino e le parole non sanno sgorgare in modo copioso; la pellicola non fa dei dialoghi un suo presupposto, anzi Noce se la gioca tutta sugli sguardi, i silenzi, le sillabe spezzate dal malessere del mal di vita. Un film duro questo, non necessariamente per le scene di violenza che anzi sono istillate con il contagocce, ma per l'acre disamina dei demoni interiori, pozzi neri limacciosi e tracimanti scorno e dolore in cui affacciarsi diventa problematico.
Per dipingere tale clima il regista utilizza un'ampia presa diretta che pare ben bilanciata per l'audio e segue i suoi personaggi con una macchina da presa perennemente traballante e incline in modo sistematico a ritrarre i volti, come se lo spettatore dovesse per forza filtrare tutta la storia tramite la sofferenza erogata da quei quattro occhi tetri e mesti. La scelta di Noce è particolare, vi sono momenti in cui altri personaggi collaterali non vengono nemmeno presi in faccia; alla lunga appare anche esagerata, reiterata, troppo ostentata, anche se in alcuni casi sembra l'unica possibile.
Aman viene accompagnato nella sua vita tardo-adolescenziale capitolina verso fantasmi che non credeva esistessero, lui già di per sé così falcidiato nell'intimità dai dolori della guerra e dalla fuga che insieme alla famiglia fece da Mogadiscio. L'impatto con il misterioso e folle Teodoro lo sgomenta da un lato ma dall'altro lo attrae poiché quel solitario e autarchico personaggio sembra comprenderlo, sostenerlo e dargli in qualche modo una chance. Pian piano la verità viene a galla e si crea un livello di tensione atmosferica che taglia l'aria.
Noce non fa tutto in modo perfetto: alcune scelte andavano limate, la lentezza di base è funzionale e discretamente consegnata ma talvolta pesante, la fotografia appare troppo affetta da eccessiva tetraggine, il legame fra Aman e Sara (una brava Anita Caprioli) è solo abbozzato (anche se è contestualizzato nell'effimero desiderio del ragazzo di evadere con l'amore). Ma il suo è un esordio del tutto positivo, dal taglio virtuosamente europeo, che non è da reputarsi valido solo per gli amanti di certo cinema italiano, ma che parla vari sottotesti e può essere apprezzato da più persone. Le sue mosse sono da seguire nel futuro con vivo interesse.
Giudizio:

Altri giudizi della redazione:
Alberto Di Felice:

Emanuele Rauco:

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