Brothers

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Titolo originale: id. Brothers / Locandina
Nazione: Stati Uniti
Anno: 2009
Genere: Drammatico, Guerra, Thriller
Durata: 108'
Regia: Jim Sheridan
Sceneggiatura: David Benioff
Cast: Natalie Portman, Tobey Maguire, Jake Gyllenhaal, Bailee Madison, Taylor Geare, Patrick Flueger, Sam Shepard, Mare Winningham, Clifton Collins Jr., Josh Berry, Carey Mulligan, Jenny Wade
Produzione: Michael De Luca Productions, Palomar Pictures, Relativity Media
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 23 Dicembre 2009
Trama: Il capitano Sam Cahill dei Marines sta per partire per la sua quarta missione in Afghanistan, lasciando a casa la moglie Grace e le due giovani figlie. Suo fratello Tommy è un nullafacente appena uscito di prigione per una condanna sulla quale non vengono raccontati dettagli; viene visto molto di cattivo occhio da Grace, ma soprattutto dal padre Hank, che è invece assai orgoglioso di Sam. Quando arriva la notizia che l'elicottero di Sam è stato abbattuto durante una ricognizione, il lutto avvicina il fratello rimasto vivo alla moglie del defunto. Ma Sam in realtà è ancora vivo, caduto prigioniero dei guerriglieri.

Recensione di ALBERTO DI FELICE

BrothersLa carriera dell'irlandese Jim Sheridan ha voltato l'angolo—non sono ancora in grado di dire, di preciso, in quale direzione, il che mi aggroviglia non poco—col suo precedente lavoro Get Rich or Die Tryin', ispirato dalla vita del rapper 50 Cent, interprete stesso della pellicola. Idealmente una continuazione della sua saga sui bassifondi e le fiabe di successo uscendo da questi (subito prima c'era stato il delizioso In America – Il sogno che non c'era, che segnava il suo arrivo in quel di New York), il film si irrigidiva in risaputi scalini di vita da gangsta rapper, comuni a simili progetti senza scovare appigli personali, finendo addirittura per dare a cuor leggero una virtuale pacca sulle spalle al criminale sollevatosi mostrando i muscoli. Ora Sheridan prova ad entrare in qualcosa che a fiuto dovrebbe appartenergli maggiormente, ma in cui ciononostante fatica ad addentrarsi in maniera autenticamente autonoma.
Riscritto da David Benioff (La 25ª ora, Stay – Nel labirinto della mente) senza grandi rimaneggiamenti rispetto al film danese di Susanne Bier di cui è remake, e del quale vendica il titolo, in buona parte Brothers eredita pregi e difetti della più frastagliata fonte, fra i quali cito rispettivamente la drammaturgia domestica austera e l'indolenza della parte afghana—nella quale, rispetto all'originale, Sheridan se la cava peggio (vedasi la scena, teoricamente centrale, dell'omicidio: la Bier piazza la camera sopra al corpo quasi esanime dell'altro prigioniero, non visibile, scegliendo un'ottima postazione per catturare tutta la violenza dell'Ulrich Thomsen fratello maggiore; Sheridan si accontenta di dare col montaggio una parvenza di tensione alla camera a mano).
La sceneggiatura viene rimaneggiata in minime variazioni: il padre dei fratelli (Sam Shepard) è ora a sua volta un militare in pensione (il che provoca un mutato dialogo al funerale di Sam [Tobey Maguire], nel quale le origini dell'oppressione conservatrice del patriarca vengono evidentemente rafforzate), nell'atto centrale Sam non confessa l'omicidio al suo superiore, cambia la dinamica del confronto con la vedova (Carey Mulligan), ed il finale presenta un voice-over che sposta leggermente il nucleo tematico.
Se l'opera della Bier poteva infatti inscriversi più centralmente in una tradizione nordica con per fuoco la famiglia, la polvere dei cui noti altarini veniva rialzata da uno shock «fantasmatico», qui si prova (anche) a rinsaldare una qualche lettura «politica» sulla scia delle recenti pellicole toccate dalle avventure belliche americane (esempio: ricorda il ben più secco The Hurt Locker il fatto che Sam, non confessando l'omicidio, chieda contestualmente a Sanderson [Jason Hill] di tornare in missione): l'«America» ([lo zio?] Sam) «uscita dall'incubo» ce la farà davvero a riprendersi?
L'interrogativo in sé è francamente politicamente antisettico, e arriva adesso fuori tempo massimo, nonostante le cose nel paese dell'oppio (e oltre) continuino—tutt'altro che a sorpresa—ad esser parecchio delicate; per provare a rispondere, in ogni caso, propenderei piuttosto per cercare in Nella valle di Elah. Il cast, quanto al più spoglio dramma, funziona soprattutto nell'accoppiata Jake Gyllenhaal/Natalie Portman, che rilegge con più pudore e vergogna quella fra i più barbari Nikolaj Lie Kaas e Connie Nielsen; di contro, non sono sicuro che Tobey Maguire abbia la giusta indole per reggere la pressione del ruolo che fu del più adulto Thomsen. Per Sheridan mi sembra trattarsi di un nuovo svarione, di caratteristiche diverse, in attesa di ritrovare il pane di casa—il prossimo (col quale tornerà a co-sceneggiare col fido Nye Heron) sarà, promettentemente, sul mafioso bostoniano-irlandese collaboratore dell'FBI Whitey Bulger.

Giudizio: 1.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

BrothersRemake (citato nei titoli d'apertura) del film danese Non desiderare la donna d’altri di Susanne Bier, Brothers è un intenso drammone familiare con un trio di stelle hollywoodiane protagoniste, che narra di come anche un integerrimo e dal carattere marmoreo capitano dei Marines, di fronte all'orrore della prigionia in Afghanistan ad opera dei Talebani, perda la cognizione del giusto e del vero, ritorni in patria da eroe di guerra ma con la morte nel cuore, accusi suo fratello di scoparsi la moglie – invece lui è stato vicino alla famiglia durante la sua assenza, da balordo ex-galeotto è diventato buono e comprensivo. Sono percorsi che partono da due punti diversi ed opposti, quelli dei due fratelli, poi tutto si ribalta e prende nuove prospettive: anche la famiglia che ha sempre giudicato con un metro di buono e cattivo ben distinto cambia idea.
I due fratelli sono Tobey Spider-Man Maguire (il marine) e Jake Donnie Darko Gyllenhall (il balordo), in mezzo abbiamo l'affascinante Natalie Portman che fa la madre-coraggio che attende il marito con ansia ogni volta che lo mandano in missione. Un film con concetti americani tanto potenti, con presenti bandiere a stelle e strisce ovunque e frasi sulle abitazioni stile «God Bless» («Dio benedica») ben inquadrate, non poteva certo passare inosservato, e infatti per la regia la produzione ha cercato un regista che in passato si era distinto per pellicole validissime, quel Jim Sheridan di The Boxer, Nel nome del padre e Il mio piede sinistro, tutti con il grande Daniel Day-Lewis.
Si parla di famiglia spezzata e guerre lontane dove i figli d'America lasciano il sangue là e vedove qua, riconciliazioni dopo il peccato, di onestà, di coraggio e rispetto, tutte cose che filano lisce come l'olio per emozionare lo spettatore orgoglioso del suo paese, ed infatti (aiutato anche dall'interpretazione delle due bimbe) in alcuni momenti il pathos raggiunge picchi non disprezzabili, come nella scena in strada (come Eastwood in Gran Torino e Stallone in Rocky V le contese si placano per le vie e in mezzo alla gente) e quella surreale della cena dopo il ritorno. Sheridan sciorina delle faziosità di parte allucinanti: a parte quelle delle bandiere e delle frasi dette sopra, per muovere la storia si descrivono i Talebani come degli odiosi torturatori senza scrupoli (pure i bambini devono assistere alle torture) e i Marines come dei guerrieri incrollabili votati al sacrificio – solo minacciandoli di non vedere i propri cari potranno cedere: per cui niente fedi all'anulare, niente foto-ricordo nostalgiche da ricondurre. Il nemico abbiamo fatto bene a perseguirlo perché non merita pietà, sembra dirci il film.
Gli amici se sei americano vengono a metterti a posto la cucina gratuitamente, tuo fratello non si sogna neppure di dare seguito ad un bacio per approfittare della situazione con la cognata superbona, i Talebani non potranno mai essere onesti mentre un avanzo di galera USA si redime e comincia un percorso di espiazione; tutto bello, in America, anche se dopo il Vietnam Sheridan non omette di ricordare che certe cose nella psiche urtata non possono passare da sole e serve che tutti si prodighino e sopportino. Come vedete, un prodotto decisamente furbo e costruito ad hoc, ma se vogliamo le emozioni (senza avere i picchi di altri film del regista) queste le troviamo, artificiose quanto volete ma in alcune – diciamo alcune – sezioni la tensione si taglia come burro. Abbiamo sottolineato la presenza parziale di scene valide in quanto per vario tempo il film si perde in cose piuttosto labili: la scena dell'arredamento rifatto è davvero troppo lunga (concetto piccolo ribadito con troppa metratura), quella del funerale bodiless di Sam poco interessante e scontata, un alternarsi di cose che servono per riempire che alla fine può stancare i meno emozionabili e i più calcolatori.
Come prova attoriale non possiamo far altro che elogiare Maguire che vuole non fare la fine del povero e sfortunato Reeves: l'icona del ragno gli sta attaccata da troppo tempo e scrollarsela è per lui necessario, la scena dell'anello che prima non esce e poi entra facilmente è un simbolo di come sia dimagrito ad oltranza (è pallido e scavato al ritorno dall'Afghanistan) per entrare al meglio nella situazione. Gli altri due sono validamente presenti: Portman misurata e coinvolgnete, Gyllenhall bravo a delineare i due stadi d'animo.
In definitiva un film valido perché emoziona (con le stagioni calde e fredde che sottolineano gioia ed infelicità) ma imperfetto nella costruzione generale troppo American-oriented, ideale da seguire per trovare ansia e preoccupazione ma senza porsi troppe domande su alcuni artificiosi escamotage narrativi – il cinema serve anche per questo e per fortuna la bravura degli attori nasconde a dovere le pecche di sceneggiatura. Possiamo pure dirvi di accontentarvi ma onestamente, visto chi era coinvolto e visto il tema, speravamo in un risultato di gran lunga superiore a quello poi riscontrato.

Giudizio: 2


Recensione di AUGUSTO LEONE

BrothersIn Brothers una delle figlie bambine del marine coprotagonista,  mentre la famiglia unita pranza, chiede «Ma chi sono i cattivi?»; la sorellina risponde «Quelli con la barba»; gli adulti  invece tacciono imbarazzati. Al cinema siamo abituati alla perspicacia dei piccoli contrapposta alla miopia spesso in malafede dei grandi: l’irlandese Sheridan (Nel nome del padre) riscrivendo il lungometraggio della danese Bier del 2004 – in italiano Non desiderare la donna d’altri – inchioda  i personaggi a quel desco familiare e li assilla con la medesima domanda: dove sono i nemici? E il dramma sta lì, nel dubbio che rende irrespirabile l’aria di una cella dalle pareti invisibili quanto infrangibili: patria e famiglia non sono valori, bensì pesi opprimenti sulle coscienze, armi non neutralizzabili di autodistruzione.
L’obbedienza e la fedeltà ad esse del soldato Sam e la ribellione alle medesime del fratello minore Tommy portano entrambi attraverso strade speculari nel vicolo cieco del senso di colpa: le radici della dannazione si trovano nella fragilità degli animi di fronte all’arbitrio dei potenti. Il padre veterano del Vietnam e il giovane talebano occhialuto sono l’espressione di una tirannia illogica; le differenze sono nella posizione sociale e politica diversa all’interno della scala gerarchica e nella misura della crudeltà: la «disumanizzazione» ha risvolti traumatici, comunque, nonché responsabili anonimi e non sempre consapevoli. Se alcuni si salvano, innumerevoli altri si perdono: Brothers alterna le sequenze crude della dannazione dell’eroe di guerra nel rupestre Afghanistan con quelle delicate della riabilitazione del reietto fra palle di neve e pattini nel ghiaccio grazie alla condiscendenza muliebre di moglie e figlie del fratello precipitato con l’elicottero in missione. Il morto apparente però ritorna, eppure la domanda formulata dall’innocenza infantile sui nemici grava ancora più angosciante fra le stanze di casa, giacché la virtù dell’uno alimenta il demone maligno dell’altro. Il pianeta e le pareti di cucina devastate dall’incomprensibile agitarsi degli uomini tacciono solo nei parchi appartati dove gli spettri della follia si riposano nel caldo abbraccio di un donna innamorata.

Giudizio: 2


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