| Titolo originale: | id. | |
| Nazione: | Stati Uniti, Regno Unito |
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| Anno: | 2009 |
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| Genere: | Azione, Avventura, Fantascienza, Thriller |
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| Durata: | 162' |
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| Regia: | James Cameron |
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| Sceneggiatura: | James Cameron | |
| Cast: | Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Michelle Rodriguez, Giovanni Ribisi, Joel David Moore, CCH Pounder, Wes Studi, Laz Alonso, Dileep Rao, Matt Gerald, Sean Anthony Moran, Jason Whyte, Scott Lawrence |
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| Produzione: | Twentieth Century-Fox Film Corporation, Dune Entertainment, Giant Studios, Ingenious Film Partners, Lightstorm Entertainment |
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| Distribuzione: | 20th Century-Fox |
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| Data di uscita: | 15 Gennaio 2010 |
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| Trama: | Nel 2154, l'umanità si trova in piena crisi energetica. Su Pandora, mondo incontaminato e dominato da una natura incontrastata, si trova un minerale rarissimo e capace di risolvere la crisi terrestre. La RDA è incaricata di estrarre questo minerale, il cui più ricco giacimento si trova sotto un possente e gigantesco albero, luogo sacro dove vive la comunità indigena locale, i Na'vi. La diplomazia e la conoscenza della loro cultura sembrano le uniche vie per dominarli e cacciarli da lì. Il progetto «Avatar», capeggiato dalla dottoressa Grace, è essenziale per lo svolgimento della missione: con la creazione di un ibrido Na'vi è possibile trasportare la coscienza di una persona all'interno di esso. Così facendo, l'interazione con i Na'vi diventa una realtà tangibile. Dopo la morte del fratello gemello, scienziato rinomato e rispettato, è il marine Jack Sully l'unico ad essere idoneo geneticamente al suo avatar. Obbligato su una sedia a rotelle, vivere in quella creatura forte e dall'enorme vitalità si rivela un'esperienza unica. Ma quando entra in contatto con la meravigliosa Neytiri, con la tribù Na'vi e con il respiro di Pandora, il dovere di proteggere quest'incredibile sogno dall'ombra dell'intervento militare del colonnello Quaritch si trasformerà in una guerra per preservare la vita del pianeta. | |
Recensione di RICCARDO RUDI
Avatar è pura sensazione, nutrimento per la vista. Creare un mondo così bello e pericoloso stimola l'immaginazione e la fantasia. Il film va valutato soprattutto come esperienza visiva poiché a livello narrativo è già stato tutto raccontato. L'intreccio è semplice e lineare, con alcuni colpi di scena, ma sempre sotto una luce di ordinaria convenzione narrativa. Inoltre il solito conflitto western buono/cattivo è presente, concludendo l'infinita diatriba tra l'eroe per caso e il generale malvagio con un finale buono, positivo, scontato, ma necessario per soddisfare lo spettatore. Il film è un classico d'azione hollywoodiano, con eroiche gesta, grandi personaggi stereotipati e la solita storia d'amore. Proprio nella sua «classicità» fatta di cliché americani, fini a un'esaltazione di valori positivi, dimostra che la vera forza non risiede in una sceneggiatura innovativa, ma nella commistione di intreccio e spettacolo. E quando Jack e Neytiri corrono nella foresta, mentre la loro storia d'amore sta per sbocciare in una notte illuminata da una flora fantasmagorica, lo spettatore si lascia trasportare totalmente da quell'evento così ordinario, non badando alla storia ma al gioco di emozioni che suscita la visione così onirica.
È stato creato un mondo tanto semplice quanto commovente nelle sue fragili regole. Pandora risulta un'enorme creatura vivente, connessa a ogni altra creatura, la quale è connessa a sua volta con le altre. La flora e la fauna sono state disegnate con l'incredibile collaborazione di Stan Winston: in forme quanto mai bizzarre e realistiche, in colori sgargianti e in ambientazioni evocative, Pandora entra nel cuore, penetra attraverso gli occhi sino quasi a percepire la vita stessa. Il rispetto dei Na'vi, la loro cultura e la loro devozione verso la più piccola creatura rendono l'esperienza di Pandora sacra e intoccabile. E vedere l'uomo «sporcare» con le proprie macchine e la propria guerra quel sacro impero naturale suscita un'emozione indescrivibile: l'empatia con i Na'vi è assicurata.
L'incontro/scontro tra la civiltà avanzata e quella «primitiva» è un tema delicato, usato e riusato, che rischia sempre di sfociare in una sterile critica ai paesi del capitalismo avanzato; in Avatar la critica c'è, ma vengono valorizzati altri messaggi, molto più forti e molto più importanti. L'incipit, lo svolgimento, e persino il finale sono un chiaro riferimento a storie come Pocahontas e Balla coi lupi; la fantascienza irrompe con citazioni quali Matrix, Star Trek e Star Wars. Insomma, Avatar è un amalgama di innumerevoli pellicole, un omaggio al cinema stesso in pieno stile postmoderno, un'unione tra una classica storia e una nuova tecnologia digitale.
Immensa è l'interpretazione degli attori, e ancora più immensa è l'interpretazione dei loro «avatar» in CG. Sam Worthington non convince nelle sue vesti «umane», ma per fortuna è grandioso nelle vesti Na'vi. Dietro la bellissima Neytiri l'attrice Zoe Saldana (Star Trek) commuove nella sua interpretazione di un personaggio così pieno di forza, delicatezza e amore verso quel mondo. Per non parlare della dottoressa Grace, interpretata dalla magnifica Sigourney Weaver. Sono personaggi ordinari e conosciuti, ma proprio grazie a questa familiarità con loro che lo spettatore può dedicare la sua attenzione alla magia delle immagini. E sorprende soprattutto come non annoino nella loro convenzionalità, in particolare il villain di turno Quaritch (rappresentante della cupidigia umana) che si rivela l'antagonista più visto nella storia del cinema, ma convincente.
Il film segna un traguardo importantissimo nella storia del cinema. Il digitale ha una potenza comunicativa incredibile, e grazie ad essa è stato possibile realizzare un film grandioso. È una favola eco-ambientalista, una storia d'amore, un messaggio e un richiamo, una forza e una potenza che trascende il cinema stesso. Un capolavoro? Domanda che non troverà semplice risposta. Ma la domanda più interessante è se lo spettatore sia pronto a vivere qualcosa di talmente potente da sconvolgere ogni convinzione sul cinema.
Giudizio:

Recensione di ALBERTO DI FELICE
Da questo punto di vista, il successo parziale di Cameron dimostra in ogni caso soprattutto la determinazione, frenata pur sempre da qualche ostacolo di percorso, delle grandi case di produzione americane nello spingere sul pedale tecnico per rinsaldare il loro ruolo: non possono esserci molti dubbi sul fatto che, complice la dilagata e dilagante pirateria, oggi come nel prossimo futuro una parte essenziale della partita per la sopravvivenza e lo sviluppo del cinema ha e avrà a che fare col modo in cui si consumano i film in sala. Ciò che il prodotto finito Avatar sembra mostrare piuttosto chiaramente per il momento è che questa evoluzione si fermerà—sostengo, per ragioni di «costituzione» del mezzo—ad essere un miglioramento/evoluzione di certo apprezzabile dell'esperienza audiovisiva, come sono stati in ambiti diversi l'avvento del surround o dell'alta definizione, piuttosto che rappresentare una rotazione copernicana di sorta.
Tornando dove ci aveva lasciato dopo l'enorme Titanic (1997, pur ben saldo dentro la sua visione d'autore), a metà strada fra l'ambientalismo anti-militaristico di The Abyss (1989) e la saga anti-corporate di Terminator 2 – Il giorno del giudizio (1991), Cameron congegna una vicenda dai contorni elementari, o meglio elementizi: le linee dello script descrivono la parabola di maturazione di un eroe/avventuriero dell'Occidente civilizzato, il quale si trova coinvolto nella resistenza opposta da una minoranza oppressa e tradizionale (il regno dei Na'vi) all'avanzamento della «civiltà». Lo spinto parallelo con la penetrazione dell'«uomo bianco» nell'America del nord (ampiamente parodiato per la somiglianza con Pocahontas) si mescola senza troppi problemi con altrettanto aperti richiami al militarismo statunitense recente, che ne ha ereditato il gergo civilizzante. Le figure dell'«avventuriero» Parker (Giovanni Ribisi) e del colonnello Quaritch (Stephen Lang) hanno mimiche tanto più forti quanto consegnateci dalla storia: parlano per riassunti e slogan, e non hanno bisogno di far altro.
Quanto più è ingenuo in queste sue linee fondamentali, tanto più il film non le tramuta in vanagloria, abbracciando magari non in profondità ma con una certa bramosia la classica «innocenza perduta» del soldato Jake Sully (Sam Worthington). Più vicino al giovane John Connor che non al vissuto Bud Brigman, Jake e l'attore che lo interpreta paiono in effetti disorientati ed impotenti, riflettendo l'infermità fisica del ragazzo da un lato e richiedendo dall'altro l'arrivo della figura che lo «salva» nella sua versione doppia, l'indigena umanoide Neytiri (Zoe Saldana), che credo Cameron veda come misto fra i personaggi che furono di Linda Hamilton e Mary Elizabeth Mastrantonio. La loro corsa di scoperta reciproca, nella quale li vediamo fin in amplesso, imbrigliati nelle tute del motion capture, non manca di convulsioni, vagamente approssimative ma vive ogni volta che appaiono; la grande battaglia finale termina in una resurrezione d'amore che—sebbene non ai livelli di quella fra Ed Harris e la Mastrantonio—ha inghiottito qualsiasi dubbio io possa conservare sul riciclo e la faciloneria pro-ambiente che era persino più smaccata in The Abyss.
È un film che conferma l'indistruttibilità di una macchina produttiva che in massima parte campa di grosse linee distillate in emozioni con la E maiuscola, racchiudendo il tutto in una semplice ricetta: una grande «storia» che tutti vogliono correre a vedere al cinema, adesso in 3-D. Da quanto ho visto, direi che James Cameron l'ha usato, al di là di tutto, come estensione (o meglio, allungamento) di questa storia, la cui bellezza visiva (più che per il 3-D, o almeno in necessaria collaborazione con esso, questo è un successo di CGI) non è nella sostanza mutilata rimuovendo la tridimensionalità: Avatar ha un aspetto imponente sia a due sia a tre dimensioni. Ma ora abbiamo le tre dimensioni (anche se, per le leggi della prospettiva, le abbiamo nella sostanza sempre avute), sono sempre più su larga scala perché c'è chi per vari buoni motivi sta investendo, e per non propriamente rivoluzionarie (o meglio, essenziali) che possano essere, noi consumatori di massa non avremo molta voglia di rinunciarci, come in pochi vorranno rinunciare all'impianto surround o al loro ultimo televisore HD che ha sostituito il vecchio tubo. Vogliamo vedere la stessa storia, solo «meglio».
Giudizio:

Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Visto l'ottimo lavoro dei colleghi che potete trovare poco più sopra, di cui consiglio ovviamente la lettura, il Signorelli non starà qui ad elencarvi ancora una volta collegamenti, trama e protagonisti, ma si concentrerà sul farvi notare tutti i motivi delle sue perplessità sul fatto che Avatar possa essere un lavoro di eccellenza; semmai è un grandissimo spettacolo ad uso e consumo delle masse, mischiando come solo Cameron sa fare romanticismo con la vicenda, messaggio ecologista e onore agli indiani d'America, effettoni incredibili e giganteschi e dilungandosi mortalmente in alcune sezioni, ripetendo i concetti di amore e interazione/rispetto con la natura senza sosta. Alcune cose fra quelle che seguono risulteranno sibilline, al fine di impedire che possiate incorrere in fastidiosi spoiler; il film è di massa, in ogni caso, quindi ben pochi leggeranno la recensione senza vederlo, soprattutto quando finirà l'assalto alle sale 3-D che saranno più praticabili nei prossimi giorni, e certe cose saranno meglio spiegate nell'articolo messo in ultime notizie intitolato «Le fonti che hanno ispirato Avatar», a cui vi chiediamo di aggiungere vostre scoperte da noi non inserite.
Avatar (da qui in poi «A») è Titanic perché il primo tempo si dedica a farci amare tutto quello che è in pericolo nel secondo comparto, con un finale che rischia la collusione ma poi fortunatamente si discosta; «A» è Pocahontas, «A» è la storia degli Indiani d'America ma anche il generale Custer e il Little Big Horn; «A» è Aida degli alberi, «A» è Nausicaä della valle del vento e Hayao Miyazaki; «A» è Forrest Gump; «A» è Roger Dean e i suoi dipinti immaginifici (non menzionato nei credits, un vero oltraggio!); «A» è Lost; «A» è L'ultimo dei Mohicani (uno degli attori è Wes Studi, ma la citazione non è per questo). Neppure la colonna sonora si salva: Titanic in gran parte delle similitudini e le sonorità de Le cronache di Narnia nelle parti finali. Ma soprattutto «A» è il passato forte e potente di Cameron, non soltanto per la grande presenza dell'immortale Ripley/Sigourney Weaver ma anche per le mobile suite degli androidi, le camere criogeniche utilizzate non solo per i viaggi intersiderali ma anche per i collegamenti con l'Avatar sul pianeta Pandora.
Tutto questo citazionale cine-sproloquio è per dirvi che Cameron non ha inventato assolutamente nulla ma ha abilmente incastonato le varie cose. Eppure mentre questi lavori un folle genio come Tarantino sa farli senza perdere il fatto di essere interessante, prendendo una piega personale inaspettata che li rende unici, il film sfasciabotteghini alla fine risulta essere immaginifico ed emozionante – ma anche di plastica ed artefatto – lacrima-movie da spot che non tocca il cuore per i troppi momenti che paiono da cioccolatini; oltretutto lo spreco di botti ed esplosioni fa sembrare il tutto roba da soldato Ryan spaziale senza darci l'orrore del sangue sparso di questi puffi/watussi con coda. La troppa forma, la troppa tecnica, la troppa ripetitività, fanno diventare il potenziale capolavoro che ha richiesto 12 anni di studio e 4 di lavoro un colpo atomico implodente dal fascino limitato alla sua realizzazione; senza doversi perdere di giudizio per le citazioni – che non è doveroso si debbano conoscere, visto che il cinema non è fatto per le notti insonni a scovare rimandi – mancano i cerchi nell'acqua per il futuro dopo aver lanciato il sasso, prendendo molto dal pozzo del risucchio del passato.
Recatevi al cinema per vedere quanto sia grandioso il visivo che trasmette (amplificato dalla versione 3-D) e per il messaggio ecologista: sono quasi tre ore di spettacolo assicurato. Ma purtroppo Avatar poteva andare oltre la linearità di base e non ha osato perdere di vista la sicurezza di poter permettere a re Mida Cameron di godere nuovi sogni ultra-miliardari (e parliamo di dollari ed euro, non lire): come per il successo di un videogioco, la grafica è importante ma non è tutto. Una curiosità: vorremo sapere quando Michelle Rodriguez ha avuto il tempo di dipingere con i colori di guerra indiani anche il suo elicottero da combattimento, oltre che se stessa.
Giudizio:

Recensione di AUGUSTO LEONE
Giudizio:

Altri giudizi della redazione:
Emanuele Rauco:

Flavio Serantoni:







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