| Titolo originale: | id. | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti, Italia |
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| Anno: | 2009 |
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| Genere: | Drammatico, Musical, Romantico |
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| Durata: | 118' |
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| Regia: | Rob Marshall |
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| Sceneggiatura: | Michael Tolkin, Anthony Minghella |
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| Cast: | Daniel Day-Lewis, Penélope Cruz, Marion Cotillard, Nicole Kidman, Judi Dench, Sophia Loren, Kate Hudson, Stacy Ferguson, Sandro Dori, Ricky Tognazzi, Giuseppe Cederna, Elio Germano, Roberto Nobile, Valerio Mastandrea, Remo Remotti, Martina Stella, Monica Scattini, Roberto Citran |
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| Produzione: | The Weinstein Company, Relativity Media, Marc Platt Productions, Lucamar Productions, Cattleya |
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| Distribuzione: | 01 Distribution |
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| Data di uscita: | 22 Gennaio 2010 |
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| Trama: | L'accattivante e donnaiolo Guido Contini, regista italiano conosciuto e amato in tutto il mondo, si trova a dover combattere il peggior male: il blocco dell'artista. Per via della pressante immagine pubblica che deve sostenere e degli impegni gravosi che la produzione lo obbliga a sopportare, il suo prossimo film «Italia», nono della sua filmografia, è stato annunciato ma il regista non ha nemmeno scritto il soggetto; ha solo in mente il viso della famosa attrice Claudia, sua musa. Scappato dall'ambiente asfissiante del Teatro 5 di Cinecittà, si nasconde in un hotel ad Anzio, dove viene raggiunto dall'amante Carla, e in seguito dalla moglie Luisa. La sua vita si complica sempre di più, e la crisi che lo attanaglia non gli consente di prendere in mano il film; solo il dolce pensiero della madre e l'abbraccio del suo bambino interiore riescono a dargli un minimo di tranquillità e armonia, facendolo ricongiungere con l'artista che è in sé. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Il personaggio di Kate Hudson—o magari meglio Kate Hudson stessa—rappresenta l'idea regina del nuovo, parecchio disprezzato musical di Rob Marshall: presentare una fantasia del paese Italia coltivabile da una svogliata e svagata turista americana in vacanza-relax con le amiche. Fra le canzoni che Maury Yeston è tornato a scrivere appositamente per l'adattamento cinematografico del suo spettacolo di Broadway c'è non a caso «Cinema Italiano», appunto una fantasia (?) nella quale, in un imbarazzante costumino dorato, la Nostra—cimentandosi anche nel nostro gergo, e variando di conseguenza con noncuranza la pronuncia di quella C iniziale—confonde il bianco e nero del neorealismo con le immagini fotografiche di un calendario di bei maschi latini pronti a soddisfare le sue voglie, nonché a cucinare per lei tante buone cose. «Questo Natale, sii italiano», recitava la tagline internazionale.Ciò non impedisce a mio avviso al film di essere un conscio trastullo, certamente del tutto estraneo alle alte ispirazioni artistiche che forse erroneamente si vorrebbero far pesare a suo discapito. Questa, per dirla con due soldi, è una produzione di «alta qualità» di quei furboni di Harvey e Bob Weinstein, che avendo preso in casa una macchina teatrale già famosa e fruttuosa decidon bene di ammassare il loro regolamentare insieme di star e assegnar loro i vari pezzi musicali di modo che tutte—purtroppo, anche Kate Hudson—siano contente. Rob Marshall, con talento da puro mestiere satinato tutt'altro che necessariamente portato per il cinema e la sottigliezza (qui si accentua un ricorso banalotto al montaggio parallelo), è l'uomo per loro ideale; rispetto al suo Chicago c'è tuttavia da dire che il materiale teatrale di partenza è di livello sensibilmente inferiore.
Le star in questione sono in primis le Loro Avvenenze Marion Cotillard, Penélope Cruz e Nicole Kidman: la prima, elegantemente in linea col contegno della sua Billie Frechette; la seconda immancabilmente provocante; la terza in rapida trasferta da manichino, senza molta voglia, dal vicino set di un suo nuovo spot Chanel. Oltre alle già citate e ad un'ampia partecipazione di nostre glorie nazionali quali Ricky Tognazzi (il produttore Dante), Valerio Mastandrea (il magnanimo concierge) e soprattutto mammà Sophia Loren, abbiamo la sempre impassibile Judi Dench (protagonista di un'altra produzione Weinstein come Lady Henderson presenta, che però era un altro paio di maniche) e la Saraghina interpretata dalla repellentemente gitana Fergie dei Black Eyed Peas. Daniel Day-Lewis, infine, intende Guido Contini come fosse Daniel Plainview che tenta di fregarti spacciandoti un misero accento italiano.
Come i lettori attenti avranno notato dal fatto che ho dovuto far ricorso ad un'elencazione del cast, il loro residuo carisma è quanto potete ragionevolmente aspettare di trovarci. È più propriamente una replica nel mezzo della stagione di un adattamento musicale che non una sentita rielaborazione di quanto lasciatoci dal nostro Fellini; a quanto apprendo, era così già per l'opera di Yeston. Basta per renderlo un film in qualche modo godibile? Non si dovrebbe forse pretendere maggior «rispetto»? Per molti, evidentemente, le risposte sono rispettivamente «no» e «sì»; da parte mia, come premesso, credo che la baracconata sia talmente evidente, come dev'essere con piena onestà in certi casi, da farsi nell'insieme perdonare gli evidenti limiti di piattume.
Giudizio:

Recensione di RICCARDO RUDI
Le intenzioni di Rob Marshall (memorabile e altrettanto discutibile nella direzione del film Chicago) sono le più nobili che un regista possa avere: cantare l'amore per il cinema. Nine ripercorre una sensibilità e un divertimento che il genere del musical è capace di tracciare: il film è un tributo all'Italia e un omaggio al suo cinema, prendendo in mano l'incredibile capolavoro di Fellini, 8½, partendo dal quale Marshall ha preteso, con un pizzico di arroganza, di raccontare di Guido Contini e della sua crisi artistica in chiave contemporanea. «Ma attenzione: non è un remake», così il regista ha introdotto il suo ultimo film, alzando subito le mani di fronte al pezzo di storia qual è il film di Fellini. L'ingresso di Nine nelle sale italiane ha avuto sin da subito un impatto polemico non da poco, criticando la presunzione di aver voluto riscrivere uno dei film capisaldi del cinema italiano e non solo, additando la pellicola come uno sterile remake; il protagonista e la storia attingono in pieno da 8½, ma ciò è in funzione di un richiamo al cinema italiano: chiunque, dal cinefilo più accanito sino al semplice spettatore che si vuole informare sui vasti riferimenti e citazioni del film, capisce che i personaggi, i luoghi, e persino determinate scene provengono dal vasto repertorio cinematografico nostrano. È questo, Nine: una pellicola fatta da piccoli brandelli di film cuciti intorno a un musical affascinante.
L'intrattenimento e il divertimento sono costanti del film. Il musical viene portato sino all'eccesso: coreografie sensuali e ammiccanti, scenografie glamour, e soprattutto performer di eccezionale bellezza. Da Penélope Cruz a Marion Cotillard, dalla cantante Fergie nei panni di una prostituta (Saraghina, altro personaggio perso nei meandri della cinematografia italiana, così come Carla) sino a Kate Hudson (giornalista invita da Vogue) in un brano molto pop e ambiguo («Cinema Italiano»), ma dall'indiscussa energia. I brani sono sotto il riflettore polemico di molti critici, per cui sono «troppo commerciali» e, appunto, pop. Ma è innegabile che il pop e le sonorità italianeggianti siano orecchiabili, e d'altro canto l'ammaliante movimento delle bellissimi e sensuali attrici del film – in particolare Marion Cotillard nelle note tristi e rabbiose di «Take It All» – sono gioielli performativi e canori. La grande ricercatezza nell'ambito estetico si riflette anche nella sontuosità di certe inquadrature e sequenze di forte impatto, mostrando la volontà del regista di restituire, secondo la sua visione, l'estetica di un Cinema Italiano del passato. Da questo punto di vista, l'interesse verso quest'ultimo si rispecchia non solo dal punto di vista del montaggio o della fotografia, ma della scelta di un cast italiano, da Valerio Mastandrea sino a Ricky Tognazzi, senza contare il cast di ballerini, comparse e personaggi secondari. Ma la punta di diamante è Sophia Loren, nei panni della madre di Guido, espressione di un rispetto verso il nostro cinema.
Se da un lato quindi Nine è puro gusto per l'immagine e per l'intrattenimento, dall'altro la storia e lo stesso protagonista possono risultare sterili, stereotipati e alle volte irritanti nella loro eccessiva costruzione. Guido Contini (Daniel Day-Lewis) ha in sé tutte le caratteristiche del regista bello e dannato, donnaiolo e genio, artista e outsider; un carattere sin troppo costruito e per niente realistico, se non nei cliché dentro i quali è rappresentato. È indiscussa però l'incredibile capacità attoriale di Day-Lewis, che indossa in maniera impeccabile le vesti dei Guido, anche se come cantante e ballerino non è memorabile. In conclusione, Nine è eccesso, quindi non misurabile né quantificabile. Il musical è un genere pericoloso e affascinante, proprio per la sua capacità di nascondere trame di difetti e discordanze all'interno della storia. Quest'ultimo film di Rob Marshall rispecchia un tentativo di restituire delle sensazioni che può vivere un americano in Italia, cadendo inevitabilmente in stereotipi e cliché che possono essere tranquillamente non notati se ci si lascia trasportare dalla corrente del musical.
Giudizio:

Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Già il nostro cinema versa in uno stato comatoso; adesso ci mancava soltanto lo sberleffo dell'ottimo Rob Marshall (premo Oscar per Chicago) con Nine (sorta di raduno di muse una diversa dall'altra per un regista in crisi, interpretato dal grandissimo Daniel Day-Lewis) a dirci quanto fosse bello il nostro cinema del tempo passato e soprattutto quello del grande Federico Fellini. Nine, con un ½ in più, è di fatto il remake in chiave diversa del capolavoro del 1963 del grande maestro riminese, traendolo dal musical di Broadway. E così Mastroianni/Guido Anselmi diventa Guido Contini/Lewis, la Milo diventa la Cruz e man mano i parametri vengono ricalcati in un'opera musicale rispettosa dell'ispirazione e del tempo nella quale era realizzato. Nine, si diceva, è la storia di un regista in crisi di idee che cerca la verità della vita ma anche di un copione che non sa davvero scrivere. Siamo negli anni '60, in Italia, e Contini è oppresso dal produttore (Ricky Tognazzi) ma anche dalla sua amante Carla (una Cruz a dir poco strepitosa che si esibisce in un numero di ballo ferormonico), per motivi ovviamente diversi; decide allora di ritirarsi in una stazione termale ad Anzio a trovare conforto e pace. Ma i guai sono appena cominciati, e il pensiero va anche alla moglie Luisa (una strepitosa Marion Cotillard), che a modo suo ama pazzamente anche se la tradisce. Quando tutto sembra perduto e il film (che si doveva intitolare «Italia») irrimediabilmente perso, Guido ha un'idea geniale.Remake di 8½ ma anche strepitoso omaggio a Fellini (Day-Lewis disegna come lui figurini nel film), questa pellicola vanta un cast femminile a dir poco strepitoso, in cui l'apparizione fugace in una parte da oca della speduta Martina Stella pare quasi patetica. Detto della Cruz esplosiva bomba sexy, della Cotillard donna seria e moglie premurosa anche se in crisi per i tradimenti del marito, possiamo parlare della Kidman che appare come una dea (ricordando la Ekberg de La dolce vita con una Roma da sogno in sottofondo), Kate Hudson tutta lustrini sorprendentemente decente ballerina, Fergie che interpreta il pezzo più stimolante («Be Italian»), la Loren che oltre al botulino imperante mostra una presenza scenica inimitabile, e ultima ma non ultima Judi Dench, grandiosa colonna del film che fa la costumista e consigliera/oracolo fidata di Contini. I numeri di ballo e canto sono strepitosi, anche se accompagnati da una scenografia un po' scarna (soprattutto se paragonata ad altri musical e Chicago stesso), avvertiamo però il pubblico che proprio per la sua natura di remake/omaggio Nine non è un film facile: ha dei pezzi in bianco e nero, delle citazioni nascoste multiple e soprattutto la trama non si muove con i numeri musicali come di solito avviene dai tempi di West Side Story – ogni esibizione ha un suo fascino e una sua logica solo localizzata, un po' come avviene nei cartoni Disney con brani: la cosa personalmente non è il massimo e qualcuno può non esserne soddisfatto.
Ma il lavoro è comunque davvero egregio: si vede che il regista ha nelle corde il genere e non ha esitato a rischiare proponendo un musical atipico al cinema, fondato su qualcosa che (purtroppo) le nuove generazioni neppure conoscono e che necessita comunque di un accurato background per essere apprezzato in toto. La cosa migliore è che la parata di star non permette loro di togliersi il respiro e la scena a vicenda: ognuna delle muse entra in gioco abilmente e quando serve, in modo da evidenziare tutti i vari caratteri in una zona marcata e precisa, così da non fare confusione. L'abile rotazione è uno degli innegabili punti di forza del tutto, mentre quell'impagabile gigione dell'ex-petroliere domina le inquadrature da par suo.
Presenti anche la scena della crisi di fede, non solo in Dio, nella vasca termale con un cardinale (Remo Remotti) in vena di confidenze, e una serie di attori italiani in parti cammeo (come uno sbarbato Mastandrea ed Elio Germano). Perdersi Nine per via della paura del suo multistrato di origine da codificare sarebbe un peccato, visto che Hollywood consacra l'Italia che fu (e Cinecittà) oltre che uno dei nostri autori di maggior caratura: sarebbe quasi maleducazione non vederlo. L'amarezza per il paragone con il nostro cinema di ora che langue con ben pochi sprazzi di luce, purtroppo quella rimane.
Giudizio:

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Emanuele Rauco:








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