Invictus – L'invincibile

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Titolo originale: Invictus Invictus – L'invincibile / Locandina
Nazione: Stati Uniti
Anno: 2009
Genere: Biografico, Drammatico, Storico, Sportivo
Durata: 133'
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Anthony Peckham
Cast: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern, Julian Lewis Jones, Adjoa Andoh, Marguerite Wheatley, Leleti Khumalo, Patrick Lyster, Penny Downie, Sibongile Nojila, Bonnie Henna, Shakes Myeko, Louis Minnaar
Produzione: Warner Bros. Pictures, Spyglass Entertainment, Revelations Entertainment, Mace Neufeld Productions, Malpaso
Distribuzione: Warner Bros.
Data di uscita: 26 Febbraio 2010
Trama: Sud Africa, 1994. Appena eletto presidente alle prime elezioni libere dal regime dell'apartheid, Nelson Mandela deve unire una popolazione ancora lacerata dalle divisioni razziali fra la maggioranza nera, risorta e vogliosa di riprendersi i suoi diritti, e la minoranza bianca, ora minacciata dai numeri della democrazia. A meno di un anno dai mondiali di rugby, che saranno ospitati in casa, inizia ad interessarsi alla squadra nazionale degli Springboks, capitanata da Francois Pienaar: sebbene simbolo portante della vecchia dominazione razzista, Mandela si convince che la squadra, attualmente non più al massimo della forma, sia essenziale per cementare il nuovo spirito del Paese.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Invictus – L'invincibileUn mese e qualche settimana fa, Cesare Segre parlava sul Corriere della Sera dei registri della lingua, e fra le altre cose del loro senso in politica: «Non si tiene conto del fatto che la capacità di usare il registro alto (pensiamo ai discorsi, perfetti per strategia argomentativa, dei Kennedy, dei Clinton e degli Obama) è uno degli elementi che contribuiscono alla “maestà”, poca o tanta, di un personaggio politico. Il quale, mettendosi invece al livello dell'ascoltatore medio, sarà magari guardato con simpatia, ma perderà qualunque aura». Ai tre nomi citati si potrà tranquillamente aggiungere quello di Nelson Mandela, uomo del popolo alla guida dell'ultimo ritratto eastwoodiano concernente saggezza, tradizione e novazione.
Sarà per la coscienza dell'aura di questa figura che fra gli appunti mossi al film (o meglio alla sceneggiatura di Anthony Peckham, co-responsabile recentemente anche dello Sherlock Holmes di Guy Ritchie) ci sia quello di presentarsi volentieri in forma aulica, con frasi di magniloquente fermezza ed auto-evidenza. Non è solo Mandela (interpretato con la richiesta salda attitudine dall'opzione naturale—e forse unica possibile—Morgan Freeman), in realtà, né sono solo le parole sue e di altri, che vengono soppesate sempre con avvedutezza: c'è nella regia stessa del vecchio Clint, della quale si è puntualmente pronti a ribadire la «classicità», una mano retorica abbastanza manifesta. Il suo giudizio è fermo e risonante, cosicché non se ne perda una virgola.
Proporrei un piccolo esempio in particolare. Il capitano degli Springboks, Francois Pienaar (Matt Damon, trasformatosi muscolo su muscolo in maniera monumentale), porta a casa i biglietti per la finale della Coppa del mondo appena conquistata; non sono i soliti tre (quelli per mamma, papà e moglie), bensì quattro, aggiungendosi ad essi quello per la domestica di colore (Sibongile Nojila), che da anni li serve ma mai prima d'ora sarebbe stata notata, figuriamoci considerata degna di accompagnarli alla partita. La si vede sullo sfondo, in un controcampo che l'abbraccia in distanza assieme a tutta la famiglia che si volge verso di lei; sarebbe bastato questo, ma affinché la topicità del momento non sfugga a nessuno Eastwood decide di ribadirla con un piano singolo a stringere sulla donna.
È di simile trasparenza/rettitudine che Eastwood ha sempre fatto professione. Nelle sue prove migliori, le quali non mancano in numero, il risultato che riesce a raggiungere genera un'ammirazione difficilmente battibile: subito risulta in uno strano genere di commozione asciutta, inconfutabile, che viene creata da un tipo di manipolazione che è per l'appunto retorica nel senso buono—quella che usa sia la strategia argomentativa sia l'argomento vincente. La vera aura deve nascere da entrambe le cose. Nei suoi due ultimi film (il penultimo essendo Gran Torino della scorsa stagione) Eastwood sembra aver iniziato a manipolarci con un maggior peso da decano, da nonno saggio che deve ancora dire qualcosa ai nipoti (nipoti adottati, per di più) e scrive quindi le sue ultime pagine a minor scadenza—ma ritmo diluito.
Gli argomenti sono sempre vincenti, l'ammirazione sempre forte. In questo film, la figura di Mandela rappresenta—con veloci tratti e focalizzandosi su pochi mesi ed una vicenda che segnano l'evoluzione in pillole della sua filosofia politica da leader della nuova nazione all'inizio della sua presidenza—l'ulteriore incarnazione del conservatorismo liberale dell'autore, nella quale la comprensione e l'osservanza dell'eredità paterna (persino se segregazionista) sono la miglior garanzia verso la convivenza futura ed il rispetto fra persone, popoli e generazioni. Ciò detto, in questo specifico esempio (che varrà in parte per il tutto) io il piano singolo sulla governante avrei preferito non vederlo. Ne avrei ricavato più soddisfazione, e soprattutto più commozione: ho sempre pensato che la sensazione più acuta debba esser quella che richiede uno sforzo di comprensione maggiore, se non qualcosa di incompreso.

Giudizio: 2.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Invictus – L'invincibileTorna Clint Eastwood, a non troppa distanza da Gran Torino, con un film politico/sportivo che esalta la figura di Nelson Mandela (uno strepitoso Morgan Freeman, qui anche produttore) all'epoca in cui il Sud Africa ospitò i campionati del mondo di rugby dopo essere stato riammesso a questo sport dalla federazione internazionale in virtù della fine dell'Apartheid (correva l'anno 1995). Mentre i bianchi erano timorosi di perdere i loro vantaggi a causa della nuova situazione, Mandela faceva di tutto per definire un clima di concordia con la cosiddetta «nazione arcobaleno».
Eastwood vuole narrarci che il premier voleva dare un impulso alla politica della concordia con lo sport, scegliendo la squadra di rugby (composta da un solo nero e da tutti bianchi) capitanata dal giocatore Francois Pienaar (un muscoloso Matt Damon, non all'altezza, fisicamente, del giocatore originario) in un momento delicato, dove la coesistenza fa fatica ad attecchire. Così di seguito si circonda di guardie del corpo multirazziali, non licenzia tutti i collaboratori bianchi del governo precedente, anzi li esorta a preoccuparsi solo di lavorare con serenità.
Eastwood è davvero ormai troppo bravo per bucare completamente un film e farci annoiare a morte, ma Invictus è decisamente un film dal fiato corto che in confronto ai suoi capolavori recenti (soprattutto Changeling) sbiadisce la collezione di perle pure. Ci lascia un lavoro corretto, ma visto chi c'era dietro la macchina da presa si sperava in molto di più. Dopo aver martellato lo spettatore con frasi ridondanti sull'anima e sul destino, esaltato Mandela a più non posso, fatto abbracciare guardie che solo poco tempo prima si sarebbero scannate e portato in trionfo piccoli bimbi neri delle favelas sudafricane da giocatori bianchi amorevoli, comincia la partita decisiva (Nuova Zelanda vs Sudafrica) che si prolunga in maniera atroce tra mischie, sudore, incitamenti. Per chi non ama il rugby risulta essere una vera tortura: anche se le immagini sono girate con la consueta bravura del consumato regista alla fine ci scappa pure qualche sbadiglio, ammonimenti e sorrisi di circostanza risultano essere più che un messaggio di speranza delle doverose ripetizioni di stile.
Dopo aver abbandonato le storie e le tragedie del singolo (speriamo solo momentaneamente), il grande Clint si dedica alla descrizione della voglia di un popolo di uscire dal tunnel dell'insofferenza grazie a Mandela e al capitano della nazionale, con lunghe inquadrature sparse di vari ambienti. Particolarmente strappalacrime e patetica la scena della visita alla prigione di Mandela, ambiente angusto per un uomo così grande che agli occhi di Pienaar appare come un fido consigliere fantasma. D'altronde l'accelerazione di produzione di Eastwood non poteva garantire una qualità eccelsa costante: con un talento perfetto come lui possiamo senza problemi accettare un film molto personale e promozionale dello sport e dell'uomo politico, che comunque è sempre un grande spettacolo stavolta molto fine a se stesso. L'ottantenne immarcescibile di San Francisco sta girando un altro film con Matt Damon: speriamo meno «invincibile» di questo, ma più sincero ed umano e con meno sapore di «preconfezionato».

Giudizio: 2.5


Recensione di AUGUSTO LEONE

Invictus – L'invincibile«Il calcio è uno sport da galantuomini giocato da selvaggi; il rugby è un sport da selvaggi giocato da galantuomini», si dice in Invictus. Ed Eastwood nel suo omaggio a Mandela (Morgan Freeman) fa vedere del rugby, con l'impeccabilità del veterano della macchina da presa, la natura aggressiva: gli spaventevoli Maori della squadra neozelandese All Blacks, prima della partita definitiva contro i sudafricani Springboks, eseguono una danza rituale di guerra e davvero il gioco assomiglia molto a un'epica battaglia, ove i giocatori con il viso coperto di sudore e sangue devono assalire l'avversario e strappargli la palla. Le numerose sequenze agonistiche riproducono con rigorosa fedeltà l'atmosfera degli stadi persino nell'istante magico di sospensione prima del goal, tuttavia non si tratta di una dimostrazione di virtuosismo: si è scelto di evidenziare la violenza sul campo per lasciare emergere in controluce la speculare lotta contro il desiderio di vendetta – naturale in chi ha subito soprusi – di «Madiba», icona della liberazione del Sudafrica dall'apartheid.
La pellicola certo non ha l'acume etico di Gran Torino o di altri capolavori dell'ottantenne regista, ma bisogna riconoscerle il coraggio di aver cominciato là dove di solito si finisce quando si vuole glorificare la virtù degli eroi, ovvero dall'assunzione dell'alloro trionfale dopo la discensio ad inferos, quando cioè il vincitore Mandela applicò nei confronti degli sconfitti la vecchia ricetta della clementia Cæsaris, per dare al Paese dilaniato dai conflitti razziali un'anima sola, e parve riuscirvi grazie allo sport. Eastwood attribuisce il merito della conversione civile quasi esclusivamente al carisma gentile del Presidente: la sobria classicità della narrazione blocca sul nascere le tentazioni agiografiche, tuttavia l'aver rispettato – forse doverosamente – il privato ha assottigliato contraddizioni e sfumature di una personalità pluridimensionale. Il sacrificio dell'uomo ha conferito d'altra parte spessore al simbolo salvifico interrazziale: la miracolosa simbiosi fra lui e l'afrikaner François (Matt Damon), il capitano degli Springboks, avviene in virtù del perdono di una vittima che consente a chi stava dalla parte dei carnefici di riconoscere il male perpetrato e di superare sensi di colpa e paura di ritorsioni. Se non avesse visto fra le mura di un carcere lo spettro di un suo simile condannato ai lavori forzati, non l'avrebbe mai capito che solo chi perde può vincere.

Giudizio: 2


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 2.5


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