Simon Konianski

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Titolo originale: id. Simon Konianski / Locandina
Nazione: Francia, Belgio, Canada
Anno: 2009
Genere: Commedia
Durata: 100'
Regia: Micha Wald
Sceneggiatura: Micha Wald
Cast: Jonathan Zaccaï, Popeck, Abraham Leber, Irène Herz, Nassim Ben Abdeloumen, Marta Domingo, Ivan Fox, David Bass, Nassim Ben Abdelmoumen, Lise De Henau, Jean Lescot, Stefan Liberski, Gustavo Miranda, Elodie Moreau, Mohamed Ouachen, Lise Roy, Denyse Schwab
Produzione: Versus Production, Haut et Court, Forum Films, Radio Télévision Belge Francophone, Région Wallone, Tax Shelter ING Invest de Tax Shelter Productions, Tax Shelter Productions, Casa Kafka Pictures, Taxshelter. be, Inver Invest, Le Tax Shelter du Gouvernement Fédéral de Belgique, Eurimages, TPS Star, CinéCinéma, Sofica Soficinéma 4, Banque Populaire Images 9, Société de Développement des Entreprises Culturelles, Téléfilm Canada, Crédit d'Impôt Cinéma et Télévision, Crédit d'Impôt pour la Production Cinématographique ou Magnétoscopique Canadienne, Programme MEDIA de la Communauté Européenne
Distribuzione: Fandango
Data di uscita: 9 Aprile 2010
Trama: Lasciato dalla moglie per un ballerino brasiliano, il trentacinquenne Simon torna a vivere dal padre Ernest, eccentrico ebreo che ha conosciuto i campi di concentramento. Quando il vecchio muore, Simon dovrà esaudire le sue ultime volontà: essere seppellito nel suo villaggio natale, un paesino sperduto nel profondo dell'Ucraina, di fianco a una certa Sarah, vecchio suo amore del quale Simon ignorava l'esistenza. Si ritrova così imbarcato in un viaggio sfinente verso il suo passato in compagnia del vecchio zio paranoico, dalla zia Mala, di suo figlio di sei anni e del corpo del padre.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Simon KonianskiTeoricamente un film così dovrebbe essere un affare personale, latamente autobiografico. Non a caso, nel pressbook il regista-sceneggiatore trentaseienne (stessa età del protagonista) Micha Wald si prefigge di raccontarci cos'è per lui questo suo secondo lungometraggio fornendo un «Dizionario familiare per uso privato», nel quale ad ogni lettera dell'alfabeto corrisponde una riflessione, in larga parte facendo riferimento alla tradizione ebraica. Eppure Simon Konianski è uno sforzo troppo lambiccato per dare quest'impressione, a cominciare da una difficilmente sopportabile dipendenza da modelli altrui, che lo rende risaputo e quindi del tutto sterile, a parte l'occasionale risata chirurgicamente ricercata.
Da una parte il cinema di Wes Anderson (lo stesso che viene tirato in ballo, sia come critica sia come lode, nel caso dell'ultimo Salvatores—il quale però almeno sa di non starne replicando l'esatto tocco, bensì citandolo a modo proprio) e dall'altra quello dei Coen; c'è poi un fortissimo debito verso l'Ogni cosa è illuminata di Liev Schreiber (dall'omonimo romanzo autobiografico di Jonathan Safran Foer), un altro ritorno on the road di figlio sradicato alle proprie origini etniche e familiari, sempre fra gli ebrei d'Ucraina. Wald confessa apertamente di aver avuto ben chiari questi esempi, sebbene asserisca di aver iniziato a vedere (ma non finito) il film di Schreiber solo dopo aver scritto la propria sceneggiatura.
Varrà la pena tradurre per esteso una risposta data in un'intervista, nella quale il belga elabora sulle sopracitate ispirazioni: «I fratelli Coen per la messinscena e i personaggi, e Wes Anderson per l'esuberanza, l'estetica dei costumi e degli arredamenti. Con però una differenza: qui avevo una storia forte, con dei temi importanti come i campi di sterminio o il conflitto arabo-palestinese, cose che non si hanno spesso in Anderson per il quale le forme, i colori, il modo di vivere sono quasi il soggetto principale. Non so cosa pensare di questo tipo: i suoi film mi ripugnano, eppure non mi abbandonano. Sono pieni d'idee folgoranti di messinscena, dei trucchi incredibili, ma la precisione e la simmetria dei quadri ha la tendenza ad ammazzare la storia. È uno stile prima di una storia, e volevo evitar questo che considero come uno scoglio».
Permettetemi di riassumere con bruta semplificazione: con una faccia tosta non indifferente, quindi, Wald confessa di aver preso Anderson ed i Coen e di averci aggiunto in qualche modo una «storia forte», nella quale oltre ai colori e ai costumi ci sono anche «i campi di sterminio [e] il conflitto arabo-palestinese». Dimentica però di dire che di Anderson, in particolare, gli sfugge anche il surreale senso d'intimità, la capacità di condensare implicazioni emotive e sociali esattamente attraverso il «modo di vivere» dei suoi personaggi—la «storia», se la volete chiamare così. Parimenti, dei Coen (le apparizioni fantasmatiche del defunto padre interpretato dall'attore comico Popeck paion prese dal dybbuk nel prologo di A Serious Man) gli sfugge totalmente l'irreversibile filosofia da commedia nera.
Di certo, però, ha aggiunto i campi di sterminio. Simon (Jonathan Zaccaï) ed il figlioletto Hadrien (Nassim Ben Abdeloumen—né Anderson né i Coen hanno mai usato minori con intento vagamente ricattatorio, tra l'altro) visitano quello di Majdanek fuori Lublino, in Polonia. In quella che dovrebbe essere una scena topica (è il vero apice di comprensione del padre da parte del figlio—che mal sopportava il suo raccontare al nipote le vecchie storie di prigionia—e consegna della memoria al piccolo), i due arrivano in questo luogo di grande importanza storica e se ne vanno a zonzo a piacimento, ripercorrendo le tracce del vecchio—e ovviamente ritrovandone il fantasma. C'è da ricavarne che i custodi erano anche loro a spasso, ad «ammazzare la storia».

Giudizio: 1.5


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