| Titolo originale: | id. | ![]() |
| Nazione: | Thailandia |
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| Anno: | 2007 |
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| Genere: | Drammatico, Horror, Thriller |
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| Durata: | 90' |
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| Regia: | Banjong Pisanthanakun, Parkpoom Wongpoom |
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| Sceneggiatura: | Aummaraporn Phandintong, Banjong Pisanthanakun, Sophon Sakdaphisit, Parkpoom Wongpoom |
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| Cast: | Marsha Wattanapanich, Withaya Wasukraipaisan, Ruchanu Boonchooduang, Hatairat Egereff, Rutairat Egereff, Namo Tonggamnerd, Chutikan Vimuktananda, Chayakan Vimuktananda |
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| Produzione: | Dedicate Ltd., GMM, Phenomena |
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| Distribuzione: | Wave Distribution |
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| Data di uscita: | 13 Agosto 2010 |
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| Trama: | Pim ed il fidanzato Vee si sono trasferiti da tempo in Corea, dove vivono felici dopo che la sorella siamese della donna, Ploy, è morta nell'intervento per separarle. Alla notizia dell'infarto dell'anziana madre, i due devono far ritorno nel loro vecchio villaggio in Thailandia. È qui che Pim comincia ad avere visioni della sorella morta. Vee sospetta Pim stia perdendo il senno. Ma forse qualcuno è tornato per vendicarsi di qualcosa… |
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Recensione di ALBERTO DI FELICE
In attesa che arrivi—il prossimo 10 settembre—il successivo 4bia, film a episodi con ben otto mani impegnate, si recupera il secondo lavoro della coppia formata da Banjong Pisanthanakun e Parkpoom Wongpoom, recenti celebrati autori dell'horror tailandese. I due non sono dei rivoluzionari nel panorama di questo genere spesso ormai stagnante, limitandosi a confezionare prodotti solidi col necessario incontro di cura artigianale ed attenzione tematica. In questo Alone del 2007, riecco dunque affiorare ancora una volta gli immancabili fantasmi del passato, sotto forma corvina femminile soprannaturale; gli spaventi sono frutto della consueta farina, gli «spunti di riflessione» quelli classici del doppio e della colpa repressa.Concedendosi particolare cura fotografica e cromatica (marrone, grigio e nero nella sezione tailandese, dopo un inizio denso di colori nella presentazione in Corea; flashback dai colori spenti e maggior contrasto), Pisanthanakun e Wongpoom fanno avanzare parallelamente e ad incastro la vicenda presente di Pim (Marsha Wattanapanich, di madre tedesca, un tempo giovane star di cinema e tv tailandesi, dedicatasi alla musica per dieci anni prima di tornare a recitare), tornata nel paese natio in preda a vendicative visioni, e quella passata di quando era unita alla sorella siamese Ploy; il film si struttura in effetti come un doppio climax verso lo svelamento di una sorpresa, tanto scontata quanto ben preparata, con una breve coda finale che segue il confronto decisivo col compagno Vee (Withaya Wasukraipaisan).
Che il twist riesca—nonostante le poche premesse e quindi l'ampia prevedibilità—ad andare in porto e produrre il suo effetto è già di per sé un tributo alla buona scaltrezza dispiegata dai registi. I quali propongono del resto un intreccio ordinato nello spiegamento quanto semplice e ferreo negli assunti: la repressione contrastata del desiderio amoroso e sessuale femminile, vista dalle prospettive attive e passive delle due gemelle (il twist gioca proprio a contrastare due diverse visioni morali che servono da quadro: punizione per una sana voglia di liberazione in un caso, punizione per geloso annullamento/sostituzione nell'altro), pare una prospettiva impossibile da attuare, rinchiusa com'è fra paure e morbosità, la chimera essendo relegata forzatamente ad un'esplosione malata.
Nel mezzo se ne sta l'uomo, il fidanzato sin da ragazzino (l'Altro si cova nel profondo: non solo ha bisogno della terra d'origine per riaffiorare—dalla Corea, paese avanzato dei salotti borghesi, ci si deve spostare in Thailandia, paese ancora pervaso da una propensione al soprannaturale—ma si alimenta di ricordi e persone d'infanzia/adolescenza per incubarsi), che funge da fattore raziocinante (il vecchio amico psicologo) e in ultimo restauratore dell'equilibrio violato. È un equilibrio che però rimane vuoto, col Male solo apparentemente sradicato, di fronte alla tomba vera e simbolica di qualsiasi progetto antecedente: Vee rigetta tutti gli ultimi anni della propria vita, non affronta la realtà dei propri rapporti (basati evidentemente su una menzogna, o forse sulla relatività estetico-affettiva dell'«amore»?) e preferisce uccidere quello che ora è per lui chiaro essere il Mostro.
Giudizio:

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