| Titolo originale: | Howl | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti |
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| Anno: | 2010 |
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| Genere: | Animazione, Drammatico |
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| Durata: | 90' |
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| Regia: | Rob Epstein, Jeffrey Friedman |
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| Sceneggiatura: | Rob Epstein, Jeffrey Friedman |
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| Cast: | James Franco, Todd Rotondi, Jon Prescott, Aaron Tveit, David Strathairn, Jon Hamm, Andrew Rogers, Bob Balaban, Mary-Louise Parker, Heather Klar, Kadance Frank, Treat Williams, Joe Toronto, Alessandro Nivola, Jeff Daniels, Alan Alda, Paul Rudd, Allen Ginsberg, Sean Patrick Reilly, Cecilia Foss |
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| Produzione: | Werc Werk Works, RabbitBandini Productions, Telling Pictures, Radiant Cool |
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| Distribuzione: | Fandango |
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| Data di uscita: | 27 Agosto 2010 |
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| Trama: | San Francisco, 1957. L'editore del poema «Urlo» di Allen Ginsberg viene portato in tribunale con l'accusa di oscenità. Mentre si assiste alla ricostruzione del processo intentato dal pubblico ministero Ralph McIntosh, in cui si affrontano paladini della libertà di espressione ed i pruriti dell'America profonda, la poesia di Ginsberg prende forma tramite la recita concitata del suo stesso autore. |
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Recensione di ALBERTO DI FELICE
La censura, ovvero la difesa istituzionalizzata della morale e del bene pubblici tramite il controllo dell'espressione, è una cosa seria: è uno dei punti più delicati di attrito fra le libertà individuali e un non meglio precisato «ordine pubblico», cui più facilmente il potere fa appello per scriversi le regole secondo il proprio piacimento del momento. Di questa serietà, i documentaristi Rob Epstein e Jeffrey Friedman sembrano voler fornire una perentoria illustrazione, perdendone purtroppo l'urgenza. L'urlo del celebre poema di Allen Ginsberg diventa assieme variopinta fantasia visualizzata, intervista e dramma giudiziario; il risultato della trattazione congiunta così operata è quello di far scivolare queste tre unità virtuali verso un dimenticatoio celebrativo piuttosto che verso un'analisi potenzialmente aperta.Fa una certa impressione ritrovare David Strathairn nei panni del procuratore distrettuale McIntosh, in una parte che è il negativo cromatico di quella dell'Edward R. Murrow di Good Night, and Good Luck. La sua prova è indicativa del portamento dell'intero film: se nel lavoro di Clooney declamava una potenza umile ma imperativa, qui ripete rigidamente le nude rimostranze della convenzione benpensante. È di certo sempre l'ottimo interprete che conosciamo, ma è reso impacciato dall'ingessata direzione dei due registi, che relegano la messa in scena in tribunale ad una serie di campi singoli senza quasi contatto l'uno con l'altro: manca tensione drammatica, tanto che la sentenza del giudice Clayton Horn (Bob Balaban) pare solo un atto dovuto che ribadisce un pensiero naturale.
È a proposito indicativo che nel film non si faccia menzione della—né conseguentemente si indaghi sulla—figura di Horn, un conservatore integerrimo che ciononostante pronuncia la sua sentenza di assoluzione: le contraddizioni della società americana del tempo e i suoi echi in quella di oggi, così come in altre, sono lasciati in uno sfondo assai poco definito, quasi possano essere avvolti dalle illustrazioni del reparto animazione, di una poesia recitata fino allo sfinimento da un James Franco dedicato alla causa (dopo Milk; Gus Van Sant è produttore esecutivo). L'impressione è quella di un lavoro su commissione, al quale ci si è forse interessati in corso d'opera ma verso cui manca in ultimo la piena libertà creativa giacché va celebrata, innanzitutto, la figura culto di Ginsberg ed il suo «Urlo» (in ritardo) al 50° anniversario.
C'è da chiedersi cosa sarebbe potuto venirne fuori qualora si fosse scelto il solo ritratto dell'uomo-artista, insomma un vero e proprio biopic, o ancora meglio di farne un dramma processuale classico che si distaccasse dallo stesso per concentrarsi più sul lato pubblico/privato dei secondari: in quest'ultima eventualità ne sarebbe forse risultata un'indagine più minuta e più precisa in termini culturali e sociali, dagli esiti leggermente meno gonfi. Volendo tentare troppe cose, Epstein e Friedman sembrano invece preferire la sottile consistenza dell'esteriorità: l'oppressione e la libertà si accarezzano come versi cavalcanti, ma troppo poco si avverte il peso dell'una ed il sollievo (e la precarietà) dell'altra.
Giudizio:

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