Due vite per caso

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Titolo originale: id. Due vite per caso / Locandina
Nazione: Italia
Anno: 2010
Genere: Drammatico
Durata: 88'
Regia: Alessandro Aronadio
Sceneggiatura: Alessandro Aronadio, Marco Bosonetto
Cast: Lorenzo Balducci, Isabella Ragonese, Ivan Franek, Riccardo Cicogna, Sarah Felberbaum, Monica Scattini, Teco Celio, Rocco Papaleo, Ivano de Matteo, Niccolò Senni, Tatti Sanguineti, Roberta Fiorentini, Anna Ferzetti, Antonio Gerardi, Giuseppe Pestillo, Fabrizio Lombardo, Cristina Rocchetti, Filippo Sandon, Giovanni De Giorgi, Stefano Molinari, Monica Rutelli, Andrea Purgatori, Giuliano Ghiselli
Produzione: A Movie Productions, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lazio
Distribuzione: Lucky Red
Data di uscita: 7 Maggio 2010
Trama: Matteo lavora in un vivaio a 600€ al mese. Una sera, correndo per portare l'amico Sandro in ospedale dopo che questi si è tagliato con una lattina al bar, tampona la macchina di due violenti poliziotti in borghese, che li aggrediscono ed incriminano. Sconsigliato di intentar causa, Matteo continua la sua vita come può, e nel frattempo conosce la barista Sonia. In uno scenario alternativo, quell'incidente non è mai avvenuto e Matteo ha incontrato la ricca Letizia prima di essere preso nei Carabinieri.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Due vite per casoUnico italiano in concorso a Berlino 2010 nella sezione «Panorama», il debutto del palermitano Alessandro Aronadio si dà da fare per affrontare temi importanti: ambizioni e restrizioni sociali, passaggio alla maturità, gioventù senza sbocchi, disoccupazione, sfruttamento sul lavoro, repressione poliziesca, lotte studentesche. A tal fine, ricorre all'espediente dei futuri alternativi, col quale il destino del venticinquenne Matteo (Lorenzo Balducci) viene biforcato a seconda che l'auto di due poliziotti in borghese venga tamponata o meno durante una corsa per portare l'amico Sandro (Riccardo Cicogna) al pronto soccorso: lo attendono la lotta proletaria, da giardiniere, al fianco della semplice barista Sonia (Isabella Ragonese) oppure l'entrata nella corruttrice arma dei Carabinieri a fare il picchiatore fascista di fianco alla borghese Letizia (Sarah Felberbaum)?
Aronadio, che co-sceneggia da un racconto di Marco Bosonetto, deve evidentemente ritenere di starci presentando profondi struggimenti culturali e sociali di un'intera generazione, la quale da parte sua sembra ferma alle contestazioni post-Seattle variamente «contro il sistema», condite necessariamente di slogan urlati con rabbia e scontri di gendarmeria, incapace di uscire dal circolo vizioso fra disoccupazione/sfruttamento e pieno asservimento alle parate di regime. Non c'è terreno di mezzo, e fra questi due estremi a Matteo basta un nonnulla (il «Caso») per adattarsi, probabilmente in quanto ridotto comunque ad automa dal suddetto «sistema» spersonalizzante e sotto sotto assolutistico. Qualcuno particolarmente spicciolo potrebbe però pensare che Matteo sia un fannullone con poca spina dorsale che dovrebbe più semplicemente darsi una mossa, entrare in sintonia coi suoi tempi e smetterla di «pensare no-global»: e forse non avrebbe torto.
Al di là di questo scorante vittimismo semplicione da un punto di vista ideologico, Aronadio dimostra lo zelo del debuttante che ha puntato troppo in alto. Il suo stile, per conscio che possa essere (ad esempio, i due incontri al banco bar tra Matteo e Sonia: nel primo, piano che riprende solo lei, nel secondo predominantemente lui—il palermitano ha coscienza produttiva, avendo collaborato fra gli altri con Tornatore e Ciprì/Maresco, ed essendo laureato alla Los Angeles Film School), è dominato da un'inutile esibizione di nervi: c'è del sensazionalismo e del sovrappiù in ogni inquadratura, concedendosi vari giochetti melliflui audio-video, una scena di pestaggio resa secondo le peggiori regole del montaggio che vuol dare un'impressione di movimento senza far capir nulla, parentesi oniriche o semi-oniriche (aggredisco un volgare compagno di accademia terrone, ma in realtà sto solo immaginando di farlo).
Sarà perché ancora una volta torna a fare il filosofo il buon Tatti Sanguineti—il quale da prof di cinema ci spiega meritoriamente, camera bassa a riprenderlo su sfondo di megaschermo, come il fermo immagine finale de I quattrocento colpi sia pieno di vita ed anzi immortale, e infatti Aronadio conclude modestamente col fermo immagine di Matteo in tenuta da sommossa (con uno dei melliflui giochetti audio-video di cui sopra: il suo respiro affannoso, povero ragazzo omicida di sé stesso, accompagna l'immagine)—ma viene vagamente in mente un altro film sulla precaria generazione di sfruttati/disoccupati, Fuga dal call center di Federico Rizzo, nel quale Sanguineti interpretava uno stralunato psicologo aziendale. Lì almeno si rideva un po', senza che l'umorismo fosse involontario.

Giudizio: 1


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