Il discorso del re

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Titolo originale: The King's Speech Il discorso del re / Locandina
Nazione: Regno Unito, Australia, Stati Uniti
Anno: 2010
Genere: Drammatico, Storico
Durata: 118'
Regia: Tom Hooper
Sceneggiatura: David Seidler
Cast: Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Jennifer Ehle, Derek Jacobi, Michael Gambon, Timothy Spall, Anthony Andrews, Filippo Delaunay, Dominic Applewhite, Jasmine Virtue, Max Callum, Tim Downie, James Currie, Harry Sims, Anna Reeve Cook, Mark Barrows, Sean Talo, Dick Ward, Mary Robinson, Naomi Westerman, Freya Wilson, Eve Best
Produzione: See Saw Films, Bedlam Productions
Distribuzione: Eagle Pictures
Data di uscita: 28 Gennaio 2011
Trama: Inghilterra, anni '30. Il duca di York, detto affettuosamente Bertie, secondogenito di re Giorgio V, ha un grave problema: ogni volta che deve fare un discorso in pubblico ne è terrorizzato perché soffre di una terribile forma di balbuzie. Lui e la sua affettuosa moglie Elizabeth cercano di risolvere questo spinoso impedimento rivolgendosi, senza nessun risultato, ai migliori esperti del settore. La cosa sembra senza speranza finché non viene contattato un estroso e singolare logopedista australiano, Lionel Logue, che pare essere l'unico, con i suoi sistemi d'avanguardia, capace di togliergli l'incapacità di intrattenere le folle verbalmente. Ma dovrà anche sbrigarsi, perché dopo la dipartita di Giorgio V e l'abdicazione per motivi sentimentali del primogenito, l'entrata in guerra del regno e impero britannico dovrà essere annunciata con un convincente discorso del nuovo re.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Il discorso del reIl film da Oscar del 2011 è, molto appropriatamente, una produzione dei redivivi fratelli Bob e Harvey Weinstein, coloro che—in mezzo ad una varia e intensa attività—nella loro età d’oro degli anni ’90 avevano prodotto successi da statuetta del calibro de Il paziente inglese e Shakespeare in Love, finendo nei 2000 con Chicago e il capitolo conclusivo de Il signore degli anelli, fortunato ultimo exploit della ditta. È un film che ammassa tutte le nomination giuste in tutte le categorie giuste: scenografia, fotografia, costumi, colonna sonora, sceneggiatura, infine (eccedendo) montaggio e sound mixing. Immancabili gli interpreti principali e secondari: Colin Firth (fattosi definivamente «attore serio», lo si vede: ha una voglia matta di riprovarci dopo che l’anno scorso non ha avuto il premio per A Single Man), il sempre eclettico Geoffrey Rush (quarta nomination, già premiato come protagonista per Shine, il film che l’ha rivelato) ed Helena Bonham Carter (anche lei alla seconda nomination dopo Le ali dell’amore).
Naturale quindi si abbia, tutti questi ingredienti al loro posto e sapientemente mescolati, una di quelle produzioni in costume (senza andar troppo indietro: anni ’30) da Oscar. Il lavoro profonde professionalità in ogni sua parte costitutiva: David Seidler, già all’opera nel coppoliano Tucker, un uomo e il suo sogno, mette insieme una sceneggiatura ben calibrata, con chiaro conflitto interno e parallelismi (l’attore fallito incontra il nobile fallito—entrambi linguisticamente e socialmente deficitari, l’uno dell’accento delle colonie australiane e l’altro balbuziente—e trova riscatto nell’aiutarlo), equilibrio fra melassa e rigore (si fa per piangere, ma non si esagera) con una descrizione parsimoniosa della monarchia (lezione: c’è e serve, anche se ti causa la balbuzie); i reparti nominati controllano al millimetro che tutto sia in ordine; il regista Tom Hooper orchestra tutto questo rigorismo produttivo facendo il gran direttore d’attori (tutti meravigliosamente godibili) e concedendosi giusto qualche vezzo perfettamente psicologizzato (abbondano i particolari sul povero balbettante duca di York e si fa grande uso di inquadrature scentrate per acuirne lo sfasamento del logos).
Uno di quei piacevoli esercizi nei quali la qualità realizzativa è tanta e profusa, messa al servizio di un aperto scopo (le statuette, sempre), da assicurare una piena ed immediata soddisfazione. C’è da dire che non sempre riesce. Il racconto fila via con partecipazione, tono mai fuori posto neppure nella imprecazioni liberatorie, giacché si avverte un’idea di innalzamento morale in ognuno dei personaggi in ballo: Firth e Rush, entrambi uomini sotto la cui superficie si intravedono le rispettive disillusioni ed al tempo stesso la forza di sconfiggerle. È un piacere persino sorbirsi i montaggi ad episodi di rito, anche nell’iniziale parte più meccanica (in senso logopedico) nella quale il duca è impegnato in divertenti esercizi ginnici per rilassare la voce che coinvolgono anche la sua signora Elizabeth (la Bonham Carter) seduta sul suo pancino.
È tutto perfetto, ab ovo: persino il vero personaggio del logopedista ha per cognome «Logue». Quante erano le probabilità? E come mai Lionel non chiede a Bertie (diminutivo del germanico Albert, il primo nome del futuro re) di chiamarlo Logue, anziché Lionel? Avrebbe proprio il suono di un bel diminutivo perfettamente in tema, se in originale Lionel non fosse uno speech therapist! Ma venendo alle cose serie: questo film vale tutte le statuette tecniche che prevedibilmente gli daranno, probabilmente anche quelle recitative, e vale un pomeriggio speso al cinema. Beninteso, ciò non vi giustifica nello scambiarlo per altro che non sia una riuscita operazione mirata.

Giudizio: 2.5


Recensione di AUGUSTO LEONE

Il discorso del reLa visione de Il discorso del re è oggi, in particolar modo dalle nostre parti, una provocazione istruttiva: proviamo a immaginare se alle prossime elezioni uno dei partiti in lizza presentasse un candidato premier tartagliante! Magari gli elettori, nauseati in massa dalla logorrea ripetitiva dei politici nostrani tracimanti dagli schermi, lo voterebbero in massa, affascinati da parole e frasi interrotte, scaturigini di emozioni genuine e di pudori rispettosi nei confronti di chi ascolta.
In realtà la pellicola si lascia alle spalle i fragori mediatici contemporanei e va a guardare dal buco della serrature le stanze segrete delle cronache familiari passate relative alla casa reale inglese: mentre un tonitruante Hitler arringa le folle invasate e minaccia tempesta sull’Europa, Giorgio VI (Colin Firth), dopo che il fratello maggiore ha abdicato per sposare la borghese e pluridivorziata Wally Simpson, ha l’ingrato compito di indossare la corona e di sostenere il suo popolo in procinto di entrare in guerra, ma egli è e si sente Be-Bertie, il balbuziente, cui timidezza e paura spezzano le sillabe prima che escano dalla labbra; la devota moglie (Helena Bonham Carter) pensa di aver trovato la soluzione, ricorrendo a Lionel Logue (Geoffrey Rush), un bizzarro logopedista australiano attore mancato che cerca la terapia più adatta.
Il lungometraggio, tratto da un testo teatrale, scava nel rapporto di diffidente empatia che si istaura fra due individui sostanzialmente simili nonostante la disparità di classe: Lionel vorrebbe recitare, Bertie non vorrebbe; tuttavia l’avvento della radio impone al monarca la parte di attore, un’infanzia difficile ha lasciato in entrambi un segno indelebile ed entrambi possono contare sulla solidarietà affettiva di moglie e figli. La questione del calcare le scene si pone però in modo drammatico solamente per chi ha il dovere di esibirsi davanti a una nazione intera per diventarne il rassicurante simbolo. Lionel, medico senza titoli, costringe il regale paziente a fare violenza alla rigida etichetta imposta dalla corte: tra i due si accende un duello verbale ed emotivo intenso, fatto di confidenze intime, prese in giro benevole e aspri litigi, cosicché Be-Bertie messo alle strette avverte di poter utilizzare la voce come  un magnifico strumento musicale malleabile in grado di modulare parolacce, filastrocche, canzonette e commoventi accenti per toccare il cuore dei sudditi in affanno per l’imminente conflitto.
La recente cinematografia British si compatta nella sobrietà di uno stile di regia tendente a fare il vuoto attorno alle performance degli interpreti e quindi nel senso di orgogliosa appartenenza a una tradizione patria, il che costituisce il filo rosso riconoscibile sia ne Il discorso del re sia ad esempio in The Queen di Frears del 2006. L’argomento è sempre la necessità da parte dei membri della dinastia d’Inghilterra di piegarsi alla rivoluzione dei costumi voluti dalla Storia per salvaguardare la sacralità del proprio ruolo: Elisabetta II dovrà andare a rendere omaggio all’eroina dei rotocalchi femminili, Diana; suo padre deve sottostare alla tortura di un microfono; eppure la dignità della loro sudditanza ai tempi sta nell’assunzione consapevole di responsabilità e nel senso del dovere che compete a un’istituzione, forse merce rara altrove.

Giudizio: 2.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Il discorso del reTutte le premesse per un sontuoso spettacolo, rafforzate anche dai vari premi ricevuti e dalle dodici nomination all'Oscar, vengono ampiamente mantenute. La storia del balbuziente re Giorgio VI (uno strepitoso Colin Firth), padre di Elisabetta II, che qui vediamo bambina, è una sorta di work in progress dell'ansia: più i tentativi per correggere il difetto vengono aumentati, più sale la tensione ogni volta che vediamo un microfono, al quale l'uomo si avvicina con timorosa e circospetta sottomissione. Veniamo conquistati da questa storia old style su sceneggiatura di David Seidler, che si fonda su una trama flebile quanto intrigante, con un'eccezionale ricostruzione storica e un gruppo di attori che fanno la gara a superarsi, dall'affascinante Helena Bonham Carter (la moglie del re) avvolta in abitini eleganti, colorati pastello e composti, a Geoffrey Rush, il logopedista d'avanguardia australiano Lionel Logue, che cerca di correggere il difetto vocale del duca di York e futuro sovrano d'Inghilterra, finendo con la solita robusta presenza (anche se non in minutaggio) di Guy Pearce (fratello di Giorgio VI).
Andando con maggior ordine nello scorrere questo autentico gioiello, troviamo la strana storia di questo re che negli anni '30, partendo dall'essere duca di York, che deve fare i conti con la terribile balbuzie nervosa che lo affligge sin da bambino. Dopo inutili e goffi tentativi, la soluzione sembra essere solo nelle mani di Logue, che pazientemente si scontra con il burbero e iracondo carattere di Bertie (nomignolo affettuoso familiare) che pare il maggior nemico di se stesso. Vediamo delle scene curiose in cui si elogia il modo in cui Hitler arringa le folle, con una forma di invidia neppure latente («Non capisco cosa dice ma lo fa davvero bene»), si espongono dei comportamenti che alla famiglia reale faranno storcere il naso, come il fatto che in fondo Giorgio è un re insicuro e pavido (lo vediamo anche piangere), il comportamento non proprio esemplare della Chiesa anglicana e l'abitudine ai divorzi di membri acquisiti o appartenenti – non una cosa recente, quando Sarah Ferguson e la compianta Lady D erano ancora lontane a venire.
Interessantissimo l'uso della camera del raffinato regista Tom Hooper (Il maledetto United), che si mette sempre sopra alle teste quasi a dare segno di oppressione e minaccia costante, esegue notevoli carrellate sulle scale di rara bellezza e riprende scene con la nebbia facendo alternare i protagonisti a seconda che perdano o prendano importanza. Non di secondo piano anche il linguaggio delle situazioni usando diverse tappezzerie, con il protagonista in basso nell'angolo e l'orpello d'arredamento che copre l'inquadratura: quando il balbuziente re è in stato confusionale lo vediamo in una stanza dove le linee di disegno sono inesistenti e non tutto è confuso peggio di un quadro di Pollock; quando si prende coscienza di mezzi e possibilità (compresa la stanza del discorso finale) abbiamo linee di disegno ben definite sui muri e dai colori tranquillizzanti, un modo originale e intrigante per evidenziare diversi stati d'animo.
Così è che la balbuzie non è solo un inceppamento vocale, ma si sposta sullo spirituale, con lo spocchioso re che diventa amico del bravo e paziente logopedista, si acquisisce una importante lezione di vita e comportamento per muovere passi sicuri in un mondo decisamente sull'orlo di un terribile baratro. Con una trama che non offre nessun tipo di azione particolare, dove l'importanza dei discorsi è suprema e la recitazione basilare, riuscire a coinvolgerci appieno non solo con le stupende ricostruzioni ambientali del tempo ma sulla suspense dettata da un discorso ha quasi dell'incredibile; ma l'impresa è riuscita perfettamente, tutto gira alla perfezione e crediamo davvero che il 27 febbraio prossimo venturo questo film si porti a casa meritamente un gran numero di statuette. Un applauso al doppiatore italiano di Firth, Luca Biagini, che ha fornito una difficilissima prova da dieci e lode.

Giudizio: 3.5


Altri giudizi della redazione:

Emanuele Rauco: 2.5


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