| Titolo originale: | id. | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti |
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| Anno: | 2010 |
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| Genere: | Biografico, Drammatico, Sportivo |
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| Durata: | 115' |
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| Regia: | David O. Russell |
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| Sceneggiatura: | Scott Silver, Paul Tamasy, Eric Johnson |
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| Cast: | Mark Wahlberg, Christian Bale, Amy Adams, Melissa Leo, Mickey O'Keefe, Jack McGee, Melissa McMeekin, Bianca Hunter, Erica McDermott, Jill Quigg, Dendrie Taylo, Kate B. O'Brien, Jenna Lamia, Frank Renzulli, Paul Campbell |
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| Produzione: | Closest to the Hole Productions, Fighter, Mandeville Films, The Park Entertainment, Relativity Media, The Weinstein Company |
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| Distribuzione: | Eagle Pictures |
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| Data di uscita: | 4 Marzo 2011 |
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| Trama: | Micky Ward e Dicky Eklund sono fratelli. Dopo un passato da pugile, il secondo, diventato leggenda di paese, allena ora il primo. Purtroppo Dicky si dimostra spesso del tutto inaffidabile, dipendente da crack, e insieme alla madre manager Alice combina incontri del tutto sbagliati per il fratello. Poco prima dell'ultima sconfitta, Micky incontra Charlene, una bella barista che lo rincuora, intimandogli però di non seguire più la famiglia. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Potete scegliere se considerare l’ultimo lavoro di David O. Russell come un film sportivo oppure come un film sull’ambiente di Lowell, Massachusetts, i legami perversi che in esso si esprimono e la storia di Micky Ward (Mark Wahlberg). La prima opzione porterà alla vostra memoria precedenti e considerazioni ingombranti che hanno solo di riflesso a che fare con quanto è sullo schermo; la seconda conduce invece a quel tipo di indagine antropologica che solitamente è riservata al cinema di crimine. A prescindere dal fatto che nessuno film sportivo che si rispetti possa trattare solo di sport: quello che dovrebbe interessare sono le vite coinvolte.Non sarà un caso che il più ingombrante film di pugilato che è ovvio venga in mente—e che è venuto in mente anche all’attore/produttore Wahlberg—sia Toro scatenato di Martin Scorsese, il cui funzionamento non può esser compreso a dovere se non si tiene a mente che Scorsese prima aveva diretto Mean Streets. L’habitat del Massachusetts è lo stesso in cui Scorsese si è recentemente riciclato in The Departed; ed è lo stesso dei romanzi di Dennis Lehane portati con recettività su pellicola da Clint Eastwood (Mystic River) e Ben Affleck (Gone Baby Gone; sempre di Affleck, sempre ambientato a Boston, da ultimo The Town).
Poi, ancor meglio, c’è il cinema di James Gray, che in tutti i suoi quattro film finora (Little Odessa, The Yards, I padroni della notte e Two Lovers) ha toccato vette—non ancora riconosciutegli come meriterebbero—nel profilare gli attaccamenti familiari di clan e il loro peso sulla libertà individuale. Il regista di Three Kings e I Heart Huckabees, di ritorno dopo sei anni dalla poca fortuna critica e commerciale di quest’ultimo, potrebbe aspirare a qualcosa di simile, e ci va molto vicino con la vicenda di un uomo che prova a evadere, o quantomeno a riscrivere, le regole tacite dell’appartenenza; purtroppo, la sceneggiatura di Scott Silver (8 Mile), seconda riscrittura su quella originaria di Paul Tamasy ed Eric Johnson, vive anche di molte tappe forzate e di un senso di riscatto complessivo più che accennato che ne defalcano in un qualche modo la forza.
Cionondimeno, e quel che più importa, Russell mostra una grande familiarità con i suoi interpreti, e non nutre seri dubbi sugli impulsi che tramite loro vuol mettere in scena. È un’attenzione non tenuta in equilibrio fino alla fine dalla sceneggiatura, ma non è per questo meno visibile. Nei panni di Micky, Wahlberg esprime le qualità che spesso lo fanno sembrare un pesce spaesato, un bravo ragazzo con un carattere perso nell’ombra delle proprie responsabilità; ma è soprattutto il vincitore dell’Oscar come non protagonista Christian Bale, il fratello maggiore e allenatore Dicky, a fare da uomo morto che cammina, un fantasma (la prima inquadratura è solo per lui, stralunato), guidandolo e concupendolo in maniera ipnotica, come più interessatamente fanno le abbruttite mamma (Melissa Leo, statuetta anche per lei) e sorelle.
Da produttore, Wahlberg vuole restituire un ritratto veritiero di Ward, facendone riflettere le fasi di riavvicinamento e riappacificazione col suo nucleo familiare malato, passando per l’impact character Charlene (Amy Adams), vista—o forse, dovrei dire, fatta apparire—anche lei in chiaroscuro. Nel tono pacifico di queste ultime fasi (sui titoli di coda vediamo anche i due veri fratelli) sta una parziale frenata nell’approccio critico e cupo del film, che preferisce infine optare per la multiformità senza chiara condanna piuttosto che andare per l’affondo. E, pur non affondando, non è un film che faccia guardare con cieca fiducia alla possibilità di una rivalsa.
Giudizio:
Recensione di AUGUSTO LEONE
In The Fighter le artefatte sequenze sul ring intrappolano subdolamente lo spettatore in una sorta di ansia catartica: Micky Ward (Mark Walberg), fisico ammaccato da sconfitte e triboli, viene massacrato dai pugni di avversari molto più forti di lui, sembra finire al tappeto, poi all’improvviso, questione di un istante, si rialza e, quando nessuno se lo aspetta più, strappa una clamorosa vittoria. Sia tale artificio buon cinema o al contrario dozzinale spettacolo, certamente il regista Russell (Three Kings) e lo sceneggiatore Silver, traducendo per lo schermo la storia vera di due fratellastri pugili del Massachusets, ricavano il principale elemento per il ricatto emotivo dal ribaltamento dello schema tragico classico in base al quale l’eroe prima conquista allori poi precipita nell’abisso: il loro campione nasce perdente e sale sul podio, dopo essersi salvato dal baratro dei vinti.Niente di nuovo, del resto: la boxe è visione di corpi in convulso movimento secondo una strategia, e non stupisce che il cinema l’abbia scelta come arte privilegiata per i suoi idoli in cerca di riscatto. Sangue e pugni nell’arena evidenziano la vocazione popolaresca e antintellettualistica della settima arte, e bisogna intendere quindi come una rozza dichiarazione di poetica il sonno di Micky nella sala dove proiettano Belle Époque di Trueba con i sottotitoli.
In The Fighter l’elemento di scarto rispetto alla tradizione è però rappresentato dal rapporto conflittuale fra i due fratellastri, complicato dalla presenza ingombrante di una madre parziale (Melissa Leo) che tiranneggia coadiuvata da un coro aggressivo di sette sorelle: Dicky (Christian Bale), il più vecchio, e Mickyportano entrambi su un volto senza età i segni delle ossessioni di un passato di gloria che non può più ripresentarsi uguale. Il primo, adorato dalla madre, un tempo celebre sul ring, alternando momenti di euforia e depressione, insegue nei deliri del crack i propri personali fantasmi, non è più in grado di combattere, allena e sfrutta, complice la famiglia, il talento del fratello; questi obbedisce mettendo a tacere per amore i propri dubbi e soffre anche quando con l’aiuto della ragazza (Amy Adams) e del padre riesce a diventare autonomo.
La vera lotta dunque per emergere non è contro un contesto sociale ostile, qui relegato sullo sfondo di una strada da riasfaltare di una città industriale in decadenza, bensì contro il groviglio di vipere assiepato nel tinello di casa. Il nido muliebre in abiti trash sprizzante veleno scolpisce i tratti del viso afflitto della vittima sacrificale Micky, lo invecchia precocemente e lascia intatta la beata euforia tossica dell’irresponsabile Dicky: il cappio stringe fino a quando l’inaspettata rimozione degli odi individuali accorda gli strumenti e la partitura edificante si sovrappone al caotico frastuono della stanza affollata. A testimoniare che l’unione fa la forza intervengono sui titoli di coda i veri protagonisti della vicenda, invecchiati e sorridenti. Fortunato chi dalla propria vita trae una morale da immortalare nella foto ricordo!
Giudizio:
Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Christian Bale one-man show: difficile davvero pensare che in questo film Mr. Batman sia il non protagonista, dato che tutta la pellicola diretta da David O. Russell (Three Kings) è intrisa della sua aurea e presenza; anche un volonteroso Mark Wahlberg e una ottima Amy Adams (ben lontana dalla principesche atmosfere di Come d'incanto) non riescono minimamente a scalfirne il segno. Bale ha una mimica fenomenale, espressioni buffe impagabili con la bocca e soprattutto (in una sorta di De Niro/Jake La Motta al contrario), pur senza raggiungere gli scheletrici livelli di L'uomo senza sonno, è dimagrito per entrare nel personaggio (realmente esistito) del folle, schizzato e anarchico Dicky Eklund, che ebbe un veloce passato sul ring mettendo anche al tappeto Sugar Ray Leonard (con forti sospetti che il pugile nero sia solo scivolato) diventando l'idolo del paese (la cittadina di Lowell).Mollati i guantoni, Dicky decide di allenare a modo suo il fratellastro Micky Ward (Wahlberg), con cui ha una forte intesa, con la mamma Alice (Melissa Leo) a fare da manager. Ma i due parenti di Micky sono scellerati, organizzano incontri senza senso, che non portano da nessuna parte se non a un terribile pestaggio sul ring da parte di un atleta dieci chilogrammi più pesante di lui, peso welter. Deciso a chiudere la sua carriera per sfiducia, Micky incontra Charlene (una Adams robusta, decisa e provocante in shorts e maglietta), che lo convince a cercare dei collaboratori con molto più cervello. E così mentre Dicky si perde nel crack, un nuovo pugile comincia la sua ascesa; ma i due fratelli sono legati in maniera indissolubile e non potranno stare lontani a lungo.
Prodotto tra gli altri anche da Darren Aronofsky (cinemtatosi anch'egli con la boxe in The Wrestler), questo è il classico esempio di film perfetto, girato come se fosse un documentario familiare in alcuni punti ma cinematografico fino all'osso, con un uso perfetto del digitale che permette di assorbire ancora meglio le atmosfere del film, permeate continuamente di diffidenza e di invidia, con la pazzesca famiglia di numerose rabbiose sorelle e la popolazione del luogo che non si esime dal provocare risse da saloon in continuazione. Altro che borghi di periferia dove sudare concentrati per forgiare muscoli, qui siamo di fronte alla sporcizia, al veleno e non ci sono scalinate gloriose con musiche ridondanti, bensì sordidi poliziotti che non esitano a colpire nelle parti essenziali per la propria professione.
Innestata l'atmosfera sporca alla perfezione, senza perifrasi, il racconto procede spedito coinvolgendo e mettendo tensione, tanto che gli incontri sul ring sembrano essere delle telecronache in diretta e non delle messe in scena cinematografiche, cosa che unita alla prova d'attore di Bale ci regala una pellicola che non ha nulla da invidiare ai suoi illustri predecessori e ispiratori, riuscendo a rendere interessante una trama esile che ha elementi che abbiamo già visto parecchie volte in passato, come quello della donna che ti fa vincere combattendo al tuo fianco spiritualmente oppure quello del consigliere intramontabile che con le sue tattiche a cui non dà fiducia nessuno ti permette di vincere incontri dati persi in partenza. Il mondo della boxe a quel punto viene mostrato come sporco e vigliacco, per macinare soldi non si esime dalla cosa più sordida, ma alla fine sono il coraggio e la pervicace resistenza alle difficoltà a emergere, con l'uomo superiore alla macchina per fare soldi, dopo una vita non esaltante passata a catramare le strade.
Sui credits finali abbiamo i veri fratelli che duettano e battibeccano come nel film dandosi del «papero». Non perdete questo film, prova encomiabile su più livelli (attoriale, registico, fotografico) che non mancherà di colpirvi con un pugno emozionale, oltre che con quelli fisici presenti sullo schermo. Il tempo degli eroi a tutto tondo del ring sembra terminato: dopo The Wrestler un'altra storia di riscatto di grande valore.
Giudizio:
Altri giudizi della redazione:
Emanuele Rauco:

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