| Titolo originale: | Dylan Dog: Dead of Night | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti |
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| Anno: | 2010 |
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| Genere: | Giallo, Horror, Thriller |
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| Durata: | 108' |
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| Regia: | Kevin Munroe |
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| Sceneggiatura: | Thomas Dean Donnelly, Joshua Oppenheimer |
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| Cast: | Brandon Routh, Sam Huntington, Peter Stormare, Taye Diggs, Anita Briem, Brian Steele, Kurt Angle, Randal Reeder, Courtney J. Clark, James Hébert, Kimberly Whalen, Ada Michelle Loridans, Ashlynn Ross, Courtney Shay Young, Kent Jude Bernard |
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| Produzione: | Hyde Park Films, Long Distance Films, Platinum Studios |
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| Distribuzione: | Moviemax |
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| Data di uscita: | 16 Marzo 2011 |
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| Trama: | Dylan Dog è stanco di fare l'indagatore dell'incubo. Ora è a New Orleans e fa l'investigatore privato, aiutato dal fido Marcus. Un giorno viene convocato dalla bella Elizabeth, che lo chiama per indagare sulla morte del padre, ucciso da un'imprecisata bestia. Dylan è recalcitrante: queste cose fanno parte di un passato che non lo coinvolge più. Ma quando Marcus viene trasformato in uno zombie senziente, è costretto ad indagare al caso per trovare una cura. Si viene a scoprire che nella millenaria lotta tra licantropi e vampiri sta per succedere una svolta; oltretutto un antico demone rischia di essere risvegliato e bisogna mettersi alla ricerca di un artefatto che possa salvare la situazione. È il momento di riporre il clarinetto per far agire le pistole, Giuda ballerino! | |
Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Un atto di lesa maestà verso i lettori acquirenti del fumetto mensile e degli special: così potrebbe essere definito l'atto di Sergio Bonelli di dare il via libera alla produzione del film (americano) del personaggio della sua scuderia creato nel 1986 da Tiziano Sclavi, sulla base di una sceneggiatura ridicola e di un contesto che ne tradisce completamente lo spirito, il luogo e l'iconografia generale, citando a valanga Underworld (e non c'è neppure la Beckinsale, purtroppo).Il palestratissimo Brandon Routh (l'ex-Superman di Singer) non c'entra nulla con il fisico longilineo e il volto creato sulle fattezze di Rupert Everett, siamo incredibilmente a New Orleans e non a Londra e (udite, udite!) per problemi di diritti Groucho Marx (relegato solo in qualche foto) è stato sostituito da un'inguardabile zombie senziente di nome Marcus (Sam Huntington), dalle battute dementi e dalla presenza del tutto platonica. Con tutti gli adattamenti possibili delle sceneggiature originali degli albi (chi non penserebbe a «Johnny Freak» o a « Memorie dall'invisibile»?) ci si è inventati, grazie alla penna scellerata di Thomas Dean Donnelly e Joshua Oppenheimer, un ribaltone improponible: che il cane dal nome di cantante sia ormai stanco e depresso dal fare l'indagatore dell'incubo e voglia essere invece un ben più modesto investigatore privato. Ma, come è facile intuire, le cose e il passato lo cercano: la bella Elizabeth (Anita Briem) vede morire il padre per mano di una creatura imprecisata e lo chiama (il campanello non urla). Lui non vuole ma alla fine deve prendere il maggiolone (nero e non bianco perché forse fa più atmosfera horror) e andare verso la missione.
Con tutti i tratti femminili di grande impatto creati nella serie (che finiscono regolarmente nel letto dylaniato) si è andati a prenderne uno banalissimo, le frasi tipiche («Giuda ballerino!» e «Il mio quinto senso e mezzo») sono presenti quasi come un dovere da espletare senza voglia, tanto la impalpabile inquadratura del clarinetto suonato senza amore come quella del galeone ripreso velocemente come un orpello suppellettile qualunque. Quello che disturba di più di questa inutile e inelegante trasposizione è che il personaggio viene usato a soli scopi pubblicitari di richiamo: Dylan non è lui per nulla, il progetto poteva chiamarsi in un'altra maniera (come doveva essere in origine) che nulla avrebbe giovato o nuociuto.
Il senso dell'operazione poi viene disturbato da quel senso di noir anziché horror della voce narrante, non c'è un attimo di suspense, un secondo di emozione, effetti ridicoli digitali e qualcuno di make-up trovano la loro blasfema consacrazione nell'apparizione del demone che ci rincuora perché la fine del tormento e della zero estasi è vicina, con tanta voglia di riaprire qualche numero della nostra collezione per avere consolazione dell'utile immaginario tradito in pellicola (Dellamorte Dellamore nella sua mediocrità era un capolavoro al confronto). Ma poi che cosa vuol dire quel Dylan che estrae pistole sempre più grosse quando esistenzialmente è sempre stato fautore del colpo unico (il cacciatore docet) e della risoluzione senza particolare uso della forza moltiplicata al mille per cento?
Non ci sono tantissime cose del suo mondo rese usuali dalla carta stampata, ma soprattutto non c'è lui, il personaggio: cercare di dare i nomi degli autori a personaggi, come Sclavi e Bonelli (qui Borelli; poi se si voleva onorare l'artista e non il dirigente bisognava storpiare Nolitta), non è riconduzione, solo mero saluto amministrativo per la cessione scellerata dei diritti senza salvaguardia. A tutti gli estimatori possiamo consigliare di evitarlo con la massima cura per non farsi venire un forte attacco di bile (l'ha già preso il Signorelli per loro); chi non ha mai letto neppure una pagina del fumetto faccia lo stesso perché il film in se stesso, indipendentemente dall'origine, è orrendo, noioso e inguardabile.
Giudizio:

Altri giudizi della redazione:
Alberto Di Felice:

Emanuele Rauco:

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