The Tree of Life

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Titolo originale: id. The Tree of Life / Locandina
Nazione: Stati Uniti
Anno: 2011
Genere: Drammatico, Fantastico
Durata: 138'
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Cast: Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Joanna Going, Hunter McCracken, Laramie Eppler, Tye Sheridan, Jackson Hurst, Lisa Marie Newmyer, Crystal Mantecon, Tom Townsend, Jennifer Sipes, Tamara Jolaine, Will Wallace, Kimberly Whalen, Michael Showers, Danielle Rene, Margaret Hoard, Zach Irsik, Brayden Whisenhunt, Erinn Allison, Jodie Moore, Chris Orf, Cole Cockburn, Christopher Ryan, Alex Draguicevich, Robin Read, Anne Nabors
Produzione: Cottonwood Pictures, Plan B Entertainment, River Road Entertainment
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 18 Maggio 2011
Trama: Waco, Texas, anni '50. Padre autoritario, madre sognatrice e remissiva, tre figli che cercano una propria autonomia nelle piccole cose, ogni volta schiacciati dal carattere violento del padre. Il rapporto con il padre del più grande Jack si deteriora, e il ragazzo si ritrova a farsi sempre nuove domande anche su concetti universali come la vita e la morte, sin pensando alla nascita del mondo. Diventato adulto e dopo una terribile tragedia familiare, queste domande si moltiplicano a dismisura, risalendo i rami del complesso albero della vita.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

The Tree of LifeDa La sottile linea rossa (1998), ritorno dopo uno iato di vent’anni dopo due opere vetta degli anni ’70 (La rabbia giovane [1973] e I giorni del cielo [1978]), il cinema di Terrence Malick ha accentuato la sua indole sussurrata e assieme magniloquente nell’indagare i grandi temi inesplicabili dell’esistenza umana. Culmine di questo palpitar d’animo—almeno fino all’arrivo del prossimo progetto, già girato, nel quale figureranno Ben Affleck e Rachel McAdams—è The Tree of Life, opera come di consueto enorme che, più che i soliti richiami alla filosofia heideggeriana di cui il regista è notoriamente studioso ed estimatore, ha generato nei commentatori ricordi del 2001: Odissea nello spazio di Kubrick.
C’è ogni ragione per questo paragone. Prova ufficiale ne sia la presenza di Douglas Trumbull, già tecnico degli effetti proprio per 2001, come consulente per le sequenze astrali. Più in generale, Malick come Kubrick ci conduce lungo un viaggio incendiario, a tratti allucinogeno, nella storia paradigmatica dell’umanità, alla ricerca della fonte ultima della vita sulla Terra. Ma rispetto al gelido e cavernoso Kubrick, Malick conserva in sé un inafferrabile senso del primordiale, un recupero dell’oblio tra il trascendente e l’immanente, tra lo spirituale pagano e il religioso cristiano, che lascia sempre incerti: crede Malick in una fonte ulteriore? Se sì, la crede divina o crede superi la metafisica celeste? O sono forse i suoi lavori gesti di chi vorrebbe tale fonte esistesse, ma deve invece rassegnarsi a ritrovarsi gettato in un mondo senza senso?
Sono domande lecite per chi affronti il film, posto che chiunque ha elementi bastanti per vederci quel che vuole. Quel che conta per lo spettatore, che avrà già un suo sentire e sue intuizioni rispetto a queste domande della propria esistenza e reagirà dunque di conseguenza, è che Malick le ponga esplicitamente: lo fanno i suoi personaggi, con quell’indole sussurrata e magniloquente della quale dicevo prima, costantemente riproponendo in voce over considerazioni e paure cui non c’è risposta certa. Fra le altre, più pressante è se nella vita predomini il caos o ci sia spazio per la grazia.
Nel darsi una risposta in linea con le proprie convinzioni c’è spazio per il credente e per il mistico, così come per il nichilista evoluzionista, sebbene quest’ultimo retroceda forzatamente quando l’adulto Jack O’Brien (Sean Penn) si ricongiunge su una spiaggia (un’immagine sempiterna della Terra oltre il tempo? Il paradiso?) con la sua famiglia di quand’era primo adolescente: il padre (Brad Pitt), la madre (Jessica Chastain) e i due fratelli, compreso il defunto figlio di mezzo, interpretato da Laramie Eppler, la cui morte par essere una svolta di senso imprescindibile nella storia di questo nucleo, specchio autobiografico dell’intera umanità.
Questo ricongiungimento, purtroppo quasi da spot Garnier, è a sua volta specchio di un’opera che cade e si rialza fieramente, per rimanere a metà strada, sotto il peso dei suoi interrogativi. Francamente, non saprei cosa pensare di questa spiaggia, se non che non c’è nulla di buono, così come mi sembrano non valere un solo secondo di Nicolas Cage perso fra le iguane in un film di Herzog le sequenze in cui Penn girovaga imbambolato fra la poca vegetazione di Houston. E non parliamo del trip a ritroso fino ai dinosauri.
Il bello del film sta invece tutto in quanto è nascosto nella genesi tutta terrena della famiglia O’Brien, che occupa tutta la sezione centrale, nella quale caos e grazia si scontrano sulla pelle dei tre figli, in un microcosmo di rabbia e speranza, aggressione e purezza, che sembra seguire le dinamiche già descritte in un antico libro su cui l’umanità ha fondato la propria esistenza, bagnata dalle proprie contraddizioni. Questo antico libro, fonte originaria per quanto sconosciuta e non conoscibile, era già tutto rimesso in scena, in maniera più concisa e acuta, nei primi due lavori.

Giudizio: 2.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

The Tree of LifeL'arrivo di un nuovo film di uno dei più grandi (e meno prolifici) registi viventi, cioè Terrence Malick, è sicuramente uno degli eventi a cui non mancare; se poi si aggiunge che parlando di una famiglia americana apparentemente normale degli anni '50 il maestro trova anche il modo di parlare di cosmogenesi (alla 2001: Odissea nello spazio, per intenderci), la cosa non può far altro che intrigare maggiormente. Prodotta da Brad Pitt, che è anche uno degli interpreti principali (il padre oppressivo), la prosa per meravigliose immagini e (poche) parole di Malick forma una sinfonia infinita di colori e suoni, emozioni e sensazioni in un film di valore capitale che verrà adorato dai critici e ampiamente evitato dal grande pubblico, spaventato da una eccessiva dose di concetti da assorbire, calmi discorsi riflessivi e metafore immaginifiche presenti in enorme quantità, dove succede il finimondo facendo sembrare che non succeda nulla.
Di solito si parla in questi casi di «mattone», ma mai parola sarebbe più sbagliata e incongruente: questa è arte, e oltretutto non è vero che – come molti quadri famosi – tendiamo a definirla tale perché non la capiamo; l'albero della vita che contiene i concetti del tutto si esplica alla perfezione, soltanto che ha bisogno di un'estrema attenzione, un impegno capillare per tutta la sua durata. Curiosi, storditi da questa accorata filippica? Cercando di spiegare meglio il film dopo avervi fatto capire perché sotto ci sono quattro stelle (evento purtroppo praticamente rarissimo), la capacità di un regista di tale portata (schivo e amante della natura fino all'osso, come dimostrato anche da La sottile linea rossa, che ci commosse più per la violenza sulla vegetazione che per la morte dei soldati al fronte) la si vede da come riesce a coniugare alla perfezione un tema di violenza in famiglia con le mille domande e i perché sulla vita/esistenza/morte.
La base portante è questa: siamo negli anni '50, Texas, Brad Pitt (intenso come non mai) è un padre autoritario e burbero oltre misura, tratta male i tre figli piccoli e la dolce moglie (la bravissima Jessica Chastain), eterea e quasi una fata prigioniera delle mura opprimenti corrose dal carattere del marito. Jack (da adulto lo interpreta Sean Penn: inutile dire, con classe cristallina) è quello che si ribella maggiormente, subendo le angherie più grandi che poi riversa su uno degli altri fratelli. Dopo una terribile disgrazia, Jack è tormentato di dubbi su tutto; diventato adulto cerca dignità e ricongiunzione con chi ha perduto e lo ha sempre assistito da un'altra dimensione, nella massima consapevolezza e dignità della complicata conoscenza non solo scientifica della vita.
Grazie ai grandiosi effetti di Douglas Trumbull, colui che si occupò di 2001, vediamo animarsi mondi immaginifici dopo silenziosi Big Bang, dinosauri lottare sulla riva di un fiume (che rivedremo anche nell'epoca moderna: simboleggia il flusso della vita), piante ed esseri primordiali fiorire e animarsi di vita, le immagini sono stupende e lo strepitoso commento sonoro di Alexandre Desplat è un perfetto complemento. L'incredibile in assoluto è che con poche parole e sguardi intensi si racconta tramite l'animo di un ragazzo l'epopea della vita, il peccato e il perdono, terminando in maniera onirica con un finale molto spirituale (alla Hereafter) e l'inquadratura di un ponte simbolo della congiunzione dei mondi dei vivi e degli spiriti che non esistono mai totalmente separati. La voce che chiama disperata il fratello ci fa capire che abbiamo sempre bisogno di conforto dai nostri cari, ma la cosa peggiore è il silenzio dei piccoli profondamente infelici tra di noi – la loro gioia esplosiva perché il padre è andato via per lavoro è di una tristezza infinita.
Regia perfetta, ogni comparto tecnico un diamante cristallino, trama inconsueta che ci sorprende, decisamente fuori da ogni canone narrativo consolidato, recitazioni superbe: questa è poesia allo stato puro, che può risultare molto estetica ma anche molto indigesta. Fidatevi di noi, non è davvero così: i dialoghi scarni sottolineano l'incapacità comunicativa ma non sono mai banali pur vivendo di frasi apparentemente fatte. Malick non ha per nulla paura che voi non entriate in sala a premiarlo economicamente, spaventati dall'eccessiva tortuosità del racconto che richiede anche una notevole post-riflessione; il geniale regista sa che a perderci sareste solo voi, e che lascereste lontano uno dei più puri lavori dell'anima da molto tempo a questa parte.

Giudizio: 4


Recensione di AUGUSTO LEONE

The Tree of LifeOgni storia individuale racchiude in sé sintetizzandola la vita dell’intero universo: nascita, sviluppo, morte, gioia, dolore, bene e male, amore e odio. È il postulato sotteso al poema sinfonico/didascalico del mitico Malick: un «De rerum natura», nel quale l’autore, nutrito di cultura filosofica e traduttore di Heidegger, traccia, fermandone le immagini esemplari, i capitoli essenziali della venuta alla luce del cosmo e ipotizza la conclusione della Storia umana in una dimensione «altra» tramite una suggestiva sequenza, nella quale padri madri e figli, dopo aver attraversato il mare, riconciliati si ritrovano e camminano insieme verso un altrove fuori dal tempo.
Ma cosa tiene insieme il Big Bang, i dinosauri e gli O’Brien, una comune famiglia piccolo-borghese statunitense degli anni ’50? È l’esperienza del trauma. Dalla lacerazione violenta nascono dal nulla galassie e pianeti, dal dolore la conoscenza. The Tree of Life affida pertanto il ruolo di io narrante al flusso di coscienza memoriale del cinquantenne Jack (Sean Penn): immerso in un opprimente paesaggio urbano dei nostri giorni egli viene raggiunto dalle onde emotive dei ricordi, la morte improvvisa di un fratello amato, la lotta dolorosissima con un padre frustrato ed opprimente (Brad Pitt), il legame profondissimo con la tenerissima figura materna (Jessica Chastain).
A imprimere il movimento interiore di Jack sono però le eterne domande sul senso dell’esistere, nonché la disperata volontà di trovarvi una risposta: chi siamo e dove andiamo, perché gli innocenti soffrono e i malvagi trionfano? E dall’immersione negli abissi della psiche scaturiscono frammenti sparsi, tasselli mancanti da integrare, l’epopea delle specie e la fede o l’illusione di un Dio demiurgo: funghi atomici, desertificazioni, lutti ingiustificabili, ma anche l’epifania miracolosa dai secoli remoti della pietà di un dinosauro, la bellezza della creazione e l’arte evocata dalla musica, dalle immagini e dalle citazioni poetiche dei sacri testi. Dalla conflagrazione e dalla ricomposizione è sorto il cosmo; un  padre, incarnazione di una natura crudele, si è innamorato di una madre mite, incarnazione delle Grazia, e dalla loro unione è nato l’uomo, destinato alle sventure di Giobbe e nel contempo al dono dell’esistenza.
Innegabile comunque che la desultoria cosmogonia di Malick imponga allo spettatore una maratona faticosa; non è neppure certo che riesca ad aggiungere qualcosa di significativo alla visione del mondo di ciascuno. Eppure è l’occasione giusta per chiederselo: noioso significa sempre brutto o la domanda stessa è già una risposta?

Giudizio: 2



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