Harry Potter e i doni della morte – Parte II

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Titolo originale: Harry Potter and the Deathly Hallows: Part II Harry Potter e i doni della morte - Parte II / Locandina
Nazione: Regno Unito, Stati Uniti
Anno: 2011
Genere: Avventura, Azione, Drammatico, Giallo, Fantastico
Durata: 130'
Regia: David Yates
Sceneggiatura: Steve Kloves
Cast: Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Helena Bonham Carter, Gary Oldman, Alan Rickman, Ralph Fiennes, Tom Felton, Bonnie Wright, Jamie Campbell Bower, Michael Gambon, Jason Isaacs, Maggie Smith, John Hurt, Ciarán Hinds, Jim Broadbent, Evanna Lynch, Emma Thompson, David Thewlis, Rhys Ifans
Produzione: Heyday Films, Moving Picture Company, Warner Bros. Pictures
Distribuzione: Warner Bros.
Data di uscita: 13 Luglio 2011
Trama: Dopo aver seppellito l'amico Dobby, l'elfo domestico, Harry, Ron ed Hermione continuano la ricerca degli horcrux per distruggerli. Voldemort intanto sta cercando di capire come mai la potente bacchetta di sambuco, uno dei doni della morte, non interagisce con lui come vorrebbe. I tre amici partono per la banca dei maghi, la Gringott, per trovare un'altra reliquia, mentre l'Ordine della Fenice e la scuola di Hogwarts incominciano a organizzarsi per resistere all'attacco delle orde di Voldemort. La battaglia finale è alle porte, i tempi della vita e della gioia stanno per essere sostituiti da quelli della morte e della distruzione.


Recensione di RICCARDO RUDI

Harry Potter e i doni della morte - Parte IIDire addio alla saga fantasy più importante degli ultimi dieci anni non è facile, soprattutto quando il talento di una scrittrice come J.K. Rowling ha partorito un universo fatto di emozioni e sentimenti umani, di tensione e magia, di realismo e thriller tinto di giallo, di morte e amicizia e della guerra tra il giusto, il necessario e il male. Ciò che rende difficile questo saluto è soprattutto il sentimento che ci è stato regalato, e la possibilità di poter crescere, nel fisico e nell’animo, insieme ai protagonisti che abbiamo visto diventare degli adulti. Non solo i protagonisti sono diventati grandi, ma anche la storia si è evoluta con loro: il primo libro (del 1997) e il primo film (del 2001, diretto da Chris Columbus), Harry Potter e la pietra filosofale, avevano un’atmosfera infantile, uno stile di scrittura semplice ed efficace, che nessuno si aspettava potesse complicarsi sino a costruire un labirintico gioco di specchi e rimandi al mondo della Rowling. La saga è diventata sempre più cupa e adulta, sfiorando il macabro e l’horror.
Dal terzo capitolo in poi la trama si infittisce, creando legami narrativi che nei libri precedenti erano piccoli indizi e che diventavano importanti ai fini di creare un’enorme e intensa storia che può essere goduta interamente rileggendo tutti i libri. Nel caso dei film, questi sono passati di mano in mano a registi diversi, ognuno con proprio stile e voglia di rendere visibile un mondo tanto semplice quanto meraviglioso, ma davvero difficile da riproporre sul grande schermo; David Yates è l’ultimo regista che assume il controllo dal quinto film in poi, chiudendo il capitolo finale della saga in due parti. La scelta di dividere in due film I doni della morte non è solo un pretesto commerciale ma anche narrativo, quasi un omaggio alla saga di Harry Potter che doveva assolutamente chiudersi con l’epicità che ha contraddistinto l’ultimo libro della Rowling.
Chi ha letto la saga noterà molti buchi narrativi che potevano essere colmati senza troppi problemi durante le oltre due ore di film, con elementi che avrebbero aiutato a comprendere meglio gli indizi sparsi nei capitoli precedenti. Se sia una scelta di produzione o un errore colossale non è importante ormai; il risultato finale è qualcosa di piuttosto problematico, soprattutto per chi non ha mai letto il libro e quindi non ha le fondamenta solide dell’originale cartaceo de I doni della morte. Si troverà, quindi, a non poter godere del delicato legame che c’è tra Voldemort e Harry Potter, un tocco di classe che solo J.K. Rowling è riuscita a creare con tanta armonia e maestria ma che un regista come David Yates e la produzione non hanno minimamente preso in considerazione.
Al di là della di queste debolezze narrative (che hanno da sempre afflitto la saga cinematografica di Harry Potter), è innegabile come la saga sia riuscita a creare un pubblico fedele e una schiera di fan partendo da semplici amatori del genere e casuali spettatori. L’intero film ha un incredibile spessore visivo, che si distacca parecchio dalla prima parte de I doni della morte, in cui c’era una lentezza della sguardo e della macchina da presa che si soffermava su panorami mozzafiato e desolati. Se nella prima parte la fuga era il tema principale, nella seconda la battaglia spasmodica e frenetica è il fulcro di tutto il film. Non si può che rimanere estasiati di fronte al ritmo incessante della guerra tra il bene e il male, il quale non risparmia nessuno (come abbiamo potuto constatare dal quarto film in poi) e miete vittime sino all’estremo.
L’esperienza di Harry Potter è giunta al termine definitivamente, lasciando quel senso di amaro e nostalgia che già nel 2007, con la pubblicazione del libro conclusivo, è stato difficile da affrontare. Dopo l’errore compiuto con Il principe mezzosangue, David Yates si redime in parte in un’orchestra di colori e di emozioni che vengono vissute in maniera totale, e che occultano quegli errori di adattamento narrativo che, nel bene o nel male, sono essenziali nel mondo del cinema.

Giudizio: 3


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Harry Potter e i doni della morte - Parte IIFinalmente o purtroppo, a seconda dei gusti, eccoci al capitolo finale della decennale saga di Harry Potter. Nel bene o nel male, il terzetto di amici con bacchetta – Harry con Ron ed Hermione – affronta la battaglia decisiva per sbarazzarsi una volta per tutte del terribile Voldemort (non nominato da nessuno con terrore e definito «Chi sai tu»), interpretato con un trucco pesantissimo da Ralph Fiennes. Il momento sta per giungere, gli horcrux che proteggono le parti di anima del cattivo stanno per essere ritrovati e distrutti; bisogna vedere quali sono e dove sono, ma il gruppo sembra avere la situazione in mano, mentre il signore oscuro dei maghi si dibatte nel terribile dubbio su chi sia il vero padrone della bacchetta di sambuco trafugata dal sonno eterno di Silente.
Visto che la parte prima (di rara bellezza all'interno della saga, il capitolo migliore di tutti) ha esplicato le spiegazioni, ora ci si può dedicare totalmente alla lotta dura e pura, nessuno dei personaggi è al sicuro e ad ogni passo qualcuno di importante può cadere sotto la crudeltà degli altri. E allora via con il carrozzone sequela di battaglie, vorticosi viaggi dentro la grotta della Gringott, riscatti e vigliaccherie, all'interno di una cornice d'effetto di grande impatto visivo.
Decisamente la sceneggiatura ideata da J.K. Rowling per la fine della saga miliardaria (i punti cardine ci sono tutti nel film, che si permette parecchie licenze su cose di minore importanza) è una sorta di epopea tanto da ricordare Il signore degli anelli – Le due torri nell'assalto al castello (troll giganti compresi). Ma ha un terribile difetto, almeno al cinema: tutto si svolge e si risolve troppo in fretta, i personaggi che entrano dentro la storia sono troppi e per non rubare la scena risolvono la loro esistenza in un soffio, sia nella gloria che nell'irreparabile sconfitta; Bellatrix (Helena Bonham Carter) ne è un esempio chiarificatore. L'unico che esula da questo caleidoscopio di cose anonime del macello delle seconde file è Neville Paciock (Matthew Lewis): l'incapace nerd dei maghi ora diventa personaggio di punta decisivo, sporco e ferito assurge a gloria di scena inaspettata, il suo maglione portato al posto della divisa lo differenzia dagli altri dandogli un valore distintivo.
Per il resto, oltre a tirare le fila con qualche veloce spiegazione – quella delle bacchette la saprete solo alla fine e la strana natura di uno degli horcrux, quello più difficile da distruggere, è di un pacchiano notevole con quella storiella dei giovani Severus Piton e il padre di Harry – si capisce bene che la produzione sa che non ci potrà mai essere un nuovo capitolo di HP e infatti si dedica alla tabula rasa: tutti i locali che avete amato nel corso di dieci anni vengono completamente violentati nelle strutture, ponti, biblioteche, sale e scale torneranno alla loro natura primordiale di ciottoli. Tutto era stato scritto nella prima parte, questa serviva solo a chiudere il cerchio della leggenda stile Highlander (solo uno sopravviverà) con il gigantesco carrozzone di morte che la signora con la falce stessa aveva voluto beffardamente cominciare con i suoi potentissimi doni double face.
Gustoso l'epilogo, ormai completamente in parte gli attori, cresciuti con i loro personaggi, valida la computer grafica e inutile l'IMAX o il 3-D, tutto corretto e previsto; anche le atmosfere dark, che dal capitolo di Cuarón (il terzo) si erano sempre più impadronite della scena, paiono ormai una consolidata struttura visiva senza più mordente e non una sorpresa. Harry Potter chiude la sua scena liberando per altri lidi Rupert Grint, Emma Watson e Daniel Radcliffe: lo stupeficium è colorato ma non proprio perfetto, ma almeno i fan in fondo non si sentano particolarmente traditi, molti dei capitoli cinematografici davano per scontato che si fosse letto anche il libro, lasciando in disparte chi si interessava solo dell'immagine in movimento. Goodbye, Mr. Potter: i tuoi ritorni milionari mancheranno ai produttori, ma avrai la soddisfazione di essere stato per i bambini che furono e saranno un personaggio di fascino davvero intrigante.

Giudizio: 2


Recensione di AUGUSTO LEONE

Harry Potter e i doni della morte - Parte IIIn Harry Potter e i doni della morte – Parte II capita di vedere il noto maghetto con gli occhialini rotondi, ormai quasi quarantenne, accompagnare il figlioletto al treno che lo porterà alla scuola di magia di Howgarts per ricevervi la medesima istruzione del padre: un passaggio di consegne obbligato forse, ma che si tinge di malinconia. L’espressione del rampollo nato da Harry e dall’innamorata diventata moglie non è troppo spaventata di fronte a una dimensione della realtà per lui non sorprendente: il papa gli ha  raccontato e ora lo tranquillizza, spiegandogli che il suo è un rito di iniziazione inevitabile, come per tutti i bambini il primo giorno di scuola. L’avventura presumibilmente continuerà, ma sarà un film già visto.
Malinconia, dunque, perché all’inizio la Rowlings aveva saputo rinverdire l’archetipo dell’eroe salvifico in lotta contro i mostri adattandolo ai cupi tempi moderni e i quattro registi – Newell, Columbus, Cuarón e Yates – che si sono succeduti nella trasposizione sullo schermo delle sue pagine ne avevano rispettato lo spirito: Yates, regista delle ultime quattro parti della saga, ha però qui l’ingrato compito di far presagire la futura reincarnazione del mago adolescente in uno dei tanti supercampioni creati da cinema e fumetti destinati fra effetti speciali a sottrarre l’umanità ai funesti poteri del malvagio di turno.
Harry comunque perde il carisma gettando la bacchetta magica di sambuco nel precipizio, solo dopo aver dimostrato soprattutto a se stesso di non essere un falso mito; a sua volta ne I doni della morte Yates ribadisce le peculiarità uniche di un eroe insicuro di sé tuttavia degno dell’immortalità prima di confondersi nell’anonimato piccolo-borghese suscettibile di metamorfosi in un Superman qualsiasi. Il maghetto per questo combatte la battaglia definitiva proprio nel luogo, dov’è stato educato, contro i nemici di sempre, Voldemort e complici, aiutato dagli amici di una vita, Hermione e Ron, nonché da un esercito di pietra invocato ad hoc da un incantesimo: il redde rationem si svolge con colori e toni da Il signore degli anelli fra le mura di Hogwarts assediata e ridotta in macerie, eppure non si tratta che di uno sfondo per una guerra tutta interiore, portata avanti da chi si vede appunto crollare il mondo addosso.
Chi sono io e chi sono gli altri? Bene e male indossano maschere ingannevoli? Sono queste le domande che assillano Harry e a cui deve trovare risposta non necessariamente per vincere ma più semplicemente per affrontare la vita da uomo maturo: mentre intorno a lui le certezze consolidate precipitano assieme alle allegre bizzarrie di Hogwarts, egli si astrae, immergendosi nella foresta tenebrosa che abita inesplorata in fondo alla sua anima, foresta tenebrosa che egli condivide con Voldemort. Negli abissi della psiche nascono i mostri che, se lasciati emergere, portano alla follia distruttiva; se rimossi, a una conoscenza dimezzata: Voldemort e Harry si incontrano dunque al medesimo bivio, vittoria e sconfitta coincidono e alle irraggiungibili vette dell’Olimpo si preferiscono, rassegnati e saggi, i placidi mari della normalità. Il mago illusionista svanisce nell’aria, l’adulto passeggia tranquillo per le strade urbane, compitando il suo triste «E vissero felici e contenti».

Giudizio: 2.5


Altri giudizi della redazione:

Alberto Di Felice: 2


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