| Titolo originale: | id. | ![]() |
| Nazione: | Italia, Germania, Svizzera |
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| Anno: | 2010 |
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| Genere: | Drammatico |
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| Durata: | 88' |
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| Regia: | Michelangelo Frammartino |
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| Sceneggiatura: | Michelangelo Frammartino |
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| Cast: | Giuseppe Fuda, Bruno Timpano, Nazareno Timpano |
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| Produzione: | Invisibile Film, Ventura Film, Vivo Film, Essential Filmproduktion GmbH, Caravan Pass, Altamarea Film, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Eurimages Council of Europe, Calabria Film Commission, Torino Film Lab, Medienboard Berlin-Brandenburg, Regione Calabria, ZDF Enterprises, ARTE, Cinecittà Luce, Radiotelevisione Svizzera Italiana |
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| Distribuzione: | Cinecittà Luce |
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| Data di uscita: | 28 Maggio 2010 |
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| Trama: | Nell'Appennino calabro, un vecchio pastore è malato. Alla sua morte, avvenuta nell'indifferenza del paesino, nasce un nuovo capretto. Il capretto, di poco cresciuto, rimane indietro durante il pascolo, si perde e si rifugia sotto un grande abete. L'abete viene abbattuto per servire da addobbo alla festa del villaggio; portato a termine il suo compito, verrà tagliato e usato come carbone da riscaldamento nello stesso villaggio. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
I ritmi naturali, la tradizione e la mortalità sono al centro di questa toccante e pura opera di Michelangelo Frammartino. È una drammatizzazione con fare realistico, piacevolmente creativo e ironico, del ciclo di morte-rinascita in uno sperduto paesino calabro. Frammartino raggiunge nella sostanza due cose, affatto immediate nella loro compresenza: da un lato celebra e si duole dell’imperscrutabile fascino che dall’alba dei tempi regge la terra, gli animali, le piante e l’uomo imponendo la sua grazia e la sua spietatezza su ogni creatura animata e inanimata; dall’altro si impone con forza come commento sull’azione umana in questo recluso ambiente, co-creatrice di alterazione e sofferenza.Con sprazzi di soave bellezza e crudele ironia, vediamo così la morte solitaria (assente lo Stato, cioè un ospedale, l’uomo corre a chiedere aiuto nel mezzo della notte in chiesa: la trova chiusa) di un anziano pastore di capre tramutarsi nella venuta alla luce di un capretto e nella sua crescita prematuramente interrotta; da qui si passa il testimone a un maestoso abete, abbattuto e sfrondato dei suoi rami per agghindarlo per la festa del paese; finita la festa popolare, l’abete viene ridotto a pezzi di legno, trattato per diventare carbonella e tornare così a riscaldare le case del minuscolo borgo arroccato alle propaggini profonde dell’Appennino. È una continua scoperta in ognuna delle parti di questa filastrocca antica, che si fa penetrare sguardo dopo sguardo: ogni inquadratura è coreografata esattamente per farcene conservare un pensiero, se non più e di verso opposto.
Frammartino offre una lezione di semplicità, economia e rigore. Non accade di certo tutti i giorni che un film che a tavolino ha tutte le caratteristiche da festival (tra le quali «lentezza» e assenza di dialoghi—solo brevi frasi carpite nel vocio indifferenziato, su tutto predominano i rumori e i versi) possa essere motivo di gioia e arricchimento, senza artificiale e non interiorizzata sofisticazione intellettuale, per il pubblico di qualsiasi provenienza: il contadino molisano come l’architetto torinese. È merito della naturalezza di Frammartino, per la quale il film, pur essendo studiato per filo e per segno (la direzione è totale, nulla lasciato al caso nelle accurate coreografie di filmico e profilmico), sembra una documentazione fedele laddove del documentario c’è solo, qua e là, la solo apparente irruzione.
È imperativo tuttavia non lasciarsi ingannare dalla calcolata bellezza della pellicola, e farsi lusingare dal pensiero che nasca per riflettere l’equilibrio anche crudele del creato, una qualche anima «naturale» che s’infonde in cose e persone. Nella coesistenza di tenerezza e ostilità, la natura appare come magnifico sfondo sul quale si innesta sibillina la mano dell’uomo, e non c’è nulla che in questo paesino non sia stato toccato da essa: dalle chiese, alle medicine-superstizioni, ai recinti per le capre, alle processioni della Via Crucis fino all’abbattimento del possente albero e alla sua carbonizzazione, tutto testimonia di un mondo nel quale, se bellezza è individuabile ovunque, i simboli e i rituali umani ne segnano copiosamente il deperimento.
Giudizio:

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