Post Mortem

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Titolo originale: id. Post Mortem / Locandina
Nazione: Cile, Germania, Messico
Anno: 2010
Genere: Drammatico
Durata: 98'
Regia: Pablo Larraín
Sceneggiatura: Pablo Larraín
Cast: Alfredo Castro, Antonia Zegers, Jaime Vadell, Amparo Noguera, Marcelo Alonso, Marcial Tagle
Produzione: Autentika Films, Canana Films, Fabula
Distribuzione: Archibald
Data di uscita: 29 Ottobre 2010
Trama: Cile, 1973. Impiegato presso un obitorio, Mario Carnejo stende i verbali delle autopsie. Ultimamente ce n'è sempre più bisogno. Totalmente disinteressato ai sommovimenti politici dell'epoca, Mario crede di trovare realizzazione nel suo amore per la ballerina vicina di casa, con la quale prova ad instaurare una relazione. Ma gli eventi stanno per incombere.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Post MortemPablo Larraín, trentaquattrenne regista da Santiago del Cile, ha trovato un assai valido modo per affrontare l’orrore avvenuto nel suo paese (sarà facile sostituirlo con gli orrori perpetrati da qualsiasi dittatura dell’ultimo secolo, in ogni angolo e contesto del globo) evitando di trasformare le sue opere in inermi atti di denuncia: l’atto di denuncia essendo inutile, giacché si può denunciare solo la contravvenzione a qualcosa che potrebbe/dovrebbe tornare a esser la normalità (questa, a sua volta, già compresa e accettata), sposta la sua indagine sulla viralità fatale dell’incubo politico. È così che l’uomo nascosto del popolo, interpretato ancora una volta dopo Tony Manero dal suo feticcio Alfredo Castro, qui «funzionario» all’obitorio, diventa risvolto malaticcio della rovina che gli si sviluppa intorno, volto criminale estraneo quanto contiguo al regime.
L’impassibilità distaccata e il silenzio di Mario Carnejo (Castro) sono la forte sostanza di un film chirurgico. Se da un lato ha modo di stupire nei suoi sviluppi, dall’altro non lascia—soprattutto a chi abbia visto il precedente, del quale può esser considerato una variante—alcun dubbio sulla sua fine: il mondo si sta chiudendo sul silenzioso protagonista, il quale sta per reagire in un dormiveglia incurante di politica e morale, confinandosi in un gretto sogno amoroso che non potrà che finire nel peggiore degli sgabuzzini. Finirà male, eppur nulla continuerà a importare; tanto che, senza palesare nessun cambiamento nel flusso del film, Larraín ci mostra l’effetto finale prima di tornare con un flashback a raccontarcene l’antefatto.
Di questo innesto-sequenza straniante (un cadavere conosciuto, una donna che abbiamo appena incontrato morta in circostanze sulle quali possiamo ancora fare ipotesi) è forse più curiosa la coda: Mario si fa dettare i suoi appunti a mano del referto dell’autopsia, come evidentemente ha sempre fatto, dal fratellino di Nancy (Antonia Zegers) per batterli a macchina, poi paga il bambino e lo abbraccia stretto da un principio di pianto. Non si sa, neppure a posteriori, se rimanere più interdetti dal fatto che Mario si stia facendo dettare l’autopsia dal fratello di Nancy, dal fatto che questo fratello sia solo un bambino oppure dal fatto che intuibilmente da sempre Mario non si è fatto remore a usarlo per farsi dettare certe cose.
Questo frammento di film è più di altri il ritratto di un uomo e di un paese a fondamento dei quali non si ritrova nessun disegno, nessun fine se non un’utilità miope. Il quasi-pianto di Mario rimanda a quello con Nancy, successivo nell’intreccio ma precedente nella fabula, nel quale Mario e Nancy consumano un pasto scoppiando a piangere a tavola: seguirà una scena del rapporto sessuale fra i due ripresa dal punto di vista dell’uomo. C’è quindi abbastanza per provare empatia con Mario/Castro, quanto ce n’è per rimanerne disumanizzati: è un uomo che non ha neanche il coraggio di bruciare la sua libertà e quella degli altri (come invece ha fatto Nancy dando fuoco alla sua casa per far credere di esser morta), ma preferisce farla morire di fame e sete. Non è un bel ritratto e, indipendentemente dal Cile, ci somiglia molto: leggete la cronaca italiana odierna.
Distribuito, meritoriamente, dalla Archibald in sole copie sottotitolate.

Giudizio: 3


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