| Titolo originale: | Illégal | ![]() |
| Nazione: | Belgio, Lussemburgo, Francia |
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| Anno: | 2010 |
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| Genere: | Drammatico |
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| Durata: | 95' |
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| Regia: | Olivier Masset-Depasse |
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| Sceneggiatura: | Olivier Masset-Depasse |
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| Cast: | Anne Coesens, Alexandre Gontcharov, Milo Masset-Depasse, Natalia Belokonskaya, Olga Zhdanova, Tomasz Bialkowski, Denis Dupont, Moktar Belletreche, David Leclercq, Gregory Loffredo, Christophe Vincent, Christelle Cornil, Olivier Funcken, Angelo Dello Spedale, Fabienne Mainguet |
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| Produzione: | Versus Production, Iris Productions, Dharamsala, Prime Time, Radio Télévision Belge Francophone, Région Wallone, Fonds National de Soutien à la Production Audiovisuelle du Luxembourg, CinéCinéma, Films Distribution, Belgacom TV, Le Tax Shelter du Gouvernement Fédéral de Belgique Inver Invest, Département Tax Shelter, Pôle Image de Liège, Centre National de la Cinématographie, Programme MEDIA de la Communauté Européenne |
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| Distribuzione: | Archibald |
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| Data di uscita: | 19 Novembre 2010 |
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| Trama: | Tania, immigrata russa, riceve nel 2000 una lettera d'espulsione dal Belgio. Rimasta nel paese col figlio che ora ha tredici anni, Ivan, e cancellate le tracce della propria identità, otto anni dopo viene arrestata da due agenti dell'immigrazione mentre scende dall'autobus che la stava riportando a casa col figlio. Ivan scappa, mentre Tania viene rinchiusa in un centro temporaneo di detenzione. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
I fratelli Dardenne potrebbero essere idealmente dietro ogni inquadratura di questo Illégal (i distributori della Archibald hanno deciso di «internazionalizzare» il titolo, togliendo l’«e» accentata francese e facendo sì che qualche sciagurato possa leggere «illigol»), un film che ne riprende fin troppi temi andando a posizionarsi nel Belgio in cui predominano durezza e mancanza di speranza nelle sovrastrutture politiche. Tale evidentissima somiglianza è la tombale zappa sui piedi di un’opera che evidentemente cerca di darsi un tono alto, da festival (premiato alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2010), ma finisce in realtà col proporre una vicenda da serata televisiva di bassa stagione.Al centro del film troviamo un’immigrata russa (Anne Coesens, vista anche in Diamond 13 con Deperdieu) che dopo otto anni da illegale in Belgio viene catturata e rinchiusa in un centro di detenzione. La donna, il cui figlio di tredici anni (Alexandre Gontcharov) è scappato all’arresto rifugiandosi da un’amica della madre (Olga Zhdanova) e facendosi tentare dal patronaggio di un mafioso (Tomasz Bialkowski), è determinata a nascondere la sua identità onde non essere rimpatriata e poter tornare in libertà in soli cinque mesi. Ma l’adattamento alla reclusione è duro, e quel che succede a un’altra detenuta africana (Essé Lawson) promette che le cose non saranno affatto così semplici.
Masset-Depasse, anche sceneggiatore, ci va giù con la mano abbastanza gonfia, sebbene si affatichi a restituire un senso di film-verità. Se ne ha un assaggio, dopo pochi minuti, quando ci lascia ammirare da vicino il pollice e il fumo sprigionato dalla piastra del ferro col quale la protagonista cancella le proprie impronte digitali per rendersi inidentificabile. La camera del regista è sempre in movimento (ma affatto alla maniera dei Dardenne) e il montaggio sempre nervoso (il veloce flirt di sguardi con l’estraneo in autobus prima dell’arresto è marcato da più di un campo-controcampo, nessuna sottigliezza è adoperata); lo script è una semplice sequela di ruoli banalmente assegnati e con nessuna modulazione, la cui staticità si riflette nella stagnazione della vicenda principale.
Il trattamento, anche estetico, è quello di un film TV carcerario dai confini ben limitati, che non vale più di un passaggio su Rai Due. Medesima è la capacità di affrontare, anche per vie traverse, i temi sociali e politici potenzialmente in gioco: le questioni non si analizzano, ci si limita a proporle in un’opera a tema e rispondere con un lapalissiano «Non è tremendo?», tipico di quelli che si direbbero «film di denuncia». Non meglio se la cava sul piano umano più immediato, laddove offre il travaglio unidirezionale e monotematico di una donna-madre senza macchia che ha tutti e tutto contro.
Giudizio:

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