La fine è il mio inizio

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Titolo originale: Das Ende ist mein Anfang La fine è il mio inizio / Locandina
Nazione: Germania, Italia
Anno: 2011
Genere: Biografico, Drammatico
Durata: 98'
Regia: Jo Baier
Sceneggiatura: Ulrich Limmer, Folco Terzani
Cast: Bruno Ganz, Elio Germano, Erika Pluhar, Andrea Osvárt, Nicolò Fitz-William Lay
Produzione: Collina Film, B.A. Produktion, Bayerischer Rundfunk, Südwestrundfunk, ARTE, Degeto Film, Beta Film, Rai Cinema, Azienda USL 3 di Pistoia, Comune di Pistoia, Mediateca Regionale Toscana, Toscana Film Commission
Distribuzione: Fandango
Data di uscita: 1 Aprile 2011
Trama: Prossimo alla morte, Tiziano Terzani scrive al figlio Folco per far sì che questi arrivi nel rifugio sulle montagne in cui il padre si è ritirato con la moglie. A Orsigna, in Toscana, si riallaccia il rapporto fra i due, mentre il padre nei suoi ultimi giorni di vita apre al figlio, che ne scriverà un libro, tutto sé stesso.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

La fine è il mio inizioL’enfasi può nascondersi nei più leggeri sospiri di vento, come ben dimostra questa produzione italo-tedesca celebrante il lascito filosofico di Tiziano Terzani (Bruno Ganz) alla propria famiglia e all’umanità tutta. Non avendo i mezzi per giudicare se il vero Terzani si sia dato risposte degne al «senso della vita» e ce ne abbia lasciate dai dialoghi col figlio Folco (co-sceneggiatore dal suo libro), devo limitarmi a prendere atto di ciò che di ben poco esaltante può trarsi dal film, una fatica che potrebbe prendersi a esempio per mostrare quale sia la differenza fra generare lacrime ed estorcerle: nel primo caso sono coinvolte scoperta e comprensione, per quanto emotiva, mentre nel secondo l’emotività è assoluta e non chiede di conoscere altro.
Teoricamente giocato sul contrasto fra la rude figura paterna morente e quella di un figlio che non vuol riconoscercisi (Elio Germano), La fine è il mio inizio è in realtà del tutto fermo in assetto d’ascolto: dovrebbe bastare una generica idea del contrasto in esame, del quale mancano apprezzabili particolari, per godersi questo lento riavvicinamento fra genitore e discendente (arriverà in tempo utile anche un nipotino, dall’altra figlia interpretata da Andrea Osvárt), realizzato tramite la confessione al secondo dell’anima del primo. Se di contrasto si trattava, doveva essere un contrasto non così profondo: il massimo di tensione sarà costituito da qualche segno di disappunto verso il registratore (non direttamente verso la persona del babbo, giusto a spezzare il montaggio) e da un breve e innocuo diverbio in macchina.
Questa facciata di contrapposizione è quel che basta per oliarla con la colonna sonora particolarmente insopportabile composta da pezzi di Ludovico Einaudi e con cartolineschi momenti allungati alla ricerca di una riflessione che non c’è. Il regista Jo Baier ignora quando è il caso di chiudere (ne è emblema un insensato primo piano pensoso di Germano in taxi a New York sui titoli di coda, dopo che la coda dedicata alla morte—rigorosamente senza parole, non nel senso buono—era già stata in sé oltremodo insistita) e non sa far altro che alternare una poco scaltra copertura dei dialoghi-monologhi con un procrastinante fare paesaggistico (la fotografia è di Judith Kaufmann, già tristemente all’opera nel non meno vacuamente lamentoso Quattro minuti di Chris Kraus).
Non aiutano, per quel che può contare date le premesse dell’operazione, un Ganz lasciato indomito a gestire da solo i suoi pezzi di bravura e un Germano spaesato, unico a far ricorso all’idioma italico in un film girato (e non se ne comprende il perché) in inglese. Peggio addirittura combina l’inevitabile doppiaggio nostrano, col quale si deve suggerire un posticcio accento toscanizzante.

Giudizio: 1.5


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