| Titolo originale: | Hævnen | ![]() |
| Nazione: | Danimarca, Svezia |
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| Anno: | 2010 |
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| Genere: | Drammatico, Thriller |
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| Durata: | 119' |
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| Regia: | Susanne Bier |
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| Sceneggiatura: | Anders Thomas Jensen |
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| Cast: | Mikael Persbrandt, Wil Johnson, Ulrich Thomsen, Eddie Kimani, William Jøhnk Juels Nielsen, Emily Mulaya, Markus Rygaard, Trine Dyrholm, Gabriel Muli, June Waweru, Mary Ndoku Mbai, Dynah Bereket, Elsebeth Steentoft, Satu Helena Mikkelinen, Camilla Gottlieb |
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| Produzione: | Danmarks Radio, Det Danske Filminstitut, Film Fyn, Film i Väst, Memfis Film, Nordisk Film- & TV-Fond, Programme MEDIA de la Communauté Européenne, Sveriges Television, Swedish Film Institute, Trollhättan Film AB, Zentropa International, Zentropa Productions |
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| Distribuzione: | Teodora Film |
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| Data di uscita: | 10 Dicembre 2010 |
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| Trama: | Dopo la morte per cancro della madre, il giovane Christian torna rancoroso dall'Inghilterra in Danimarca col padre. Il primo giorno di scuola conosce Elias, regolarmente maltrattato da alcuni compagni. Il padre di Elias, Anton, è un dottore missionario in Africa e gli ha insegnato a non rispondere a violenza con violenza. L'incontro con Christian cambia le cose. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Vincitore dell’Oscar 2011 come miglior film in lingua straniera, In un mondo migliore di Susanne Bier è un esemplare piuttosto ben riuscito dell’estetica e filosofia del nuovo animismo internazional-hollywoodiano, in salsa scandinava. Se siete pratici di tale animismo, potete prendere la precedente affermazione come offesa o complimento. Il suo più famoso cantore, il messicano Alejandro González Iñárritu, era in concorso nella stessa categoria con Biutiful, una spenta degenerazione del mestiere tragico apparso già nei più famosi 21 grammi e Babel, per i quali ironicamente non aveva vinto. Lo sorpassa ora in cassa premi una cineasta danese che aveva iniziato a farsi notare soprattutto da Non desiderare la donna d’altri, guadagnatosi recentemente un poco convincente remake americano dopo che la stessa Bier era arrivata negli USA con il non disprezzabile Noi due sconosciuti.Ma per quanto l’andazzo grandiosamente lezioso, ridondantemente tragico, sia un tratto comune a Bier e Iñárritu, e possa comprensibilmente generare rifiuto, sarebbe ingeneroso (forse ingenuo) non riconoscere alla danese una sofisticazione diversa e maggiore. Lungi dall’appiattirsi a una registrazione messianica del destino doloroso comune dell’umanità, la Bier descrive i suoi personaggi premurandosi bene di fissare le loro circostanze sia culturali sia individuali, così da mettere in gioco interrogativi internamente più strutturati e, in ultimo, interessanti. Se non altro, ha il tocco della narratrice, per quanto una narratrice di tascabili.
Partendo dall’attento lavoro in sceneggiatura di Anders Thomas Jensen (regista de Le mele di Adamo), si costruisce un insieme di ordinati parallelismi e opposizioni. Christian (William Jøhnk Juels Nielsen) torna col padre Claus (Ulrich Thomsen) nella casa in Danimarca della nonna dopo la morte per cancro della madre; a scuola conosce Elias (Markus Rygaard), vessato dai bulli e nel mezzo della separazione dei genitori (Trine Dyrholm e Mikael Persbrandt). Per entrambi il rapporto con i rispettivi genitori è difficile: per il primo a causa della morte della madre, che Christian sospetta esser stata in un qualche modo voluta dal padre; per il secondo a causa dell’atteggiamento tollerante e pacifico di Anton (Persbrandt), papà medico spesso in missione in Africa il cui atteggiamento remissivo di fronte alla violenza non l’ha forse preparato ad affrontare il male del mondo.
Da subito i due ragazzi stringono un’alleanza di attacco-difesa per liberarsi dai soprusi a scuola. Il loro risentimento trova un’ancor più tesa valvola dopo l’episodio in un giardino pubblico nel quale Anton viene aggredito verbalmente e malmenato da un altro genitore (Kim Bodnia) senza reagire. Un successivo confronto con questi nell’officina meccanica in cui lavora, allorquando ancora Anton oppone solo la sua nobile docilità alla prepotenza, rinforza nei due la convinzione che la non violenta superiorità morale predicata e praticata dal padre di Elias (tanto a casa quanto nel campo in Africa, dove un signore della guerra [Odiege Matthew] taglia per sfregio grembi di donne incinte) non fornisca il giusto principio regolativo del mondo; si preparano così a muovere vendetta, con esiti prevedibilmente infausti.
Il racconto, che segue anche Anton nelle sue trasferte africane, procede il più possibile con la sola forza della sua costruzione, sebbene questa non disprezzi il ricorso a forzature aperte per quanto mai troppo fuori misura. Il patetismo e l’effetto di ricatto sono così sempre tenuti desti dalle questioni sottostanti, fra le quali: Da dove nascono virtù e violenza? Che posto hanno al mondo? Come si combatte il male? Sono domande a cui si posson dare risposte estetiche che oscillino dal trattamento affascinantemente vacuo di Iñárritu a quello filosoficamente e sensorialmente più arcano di Malick: la Bier si situa forse nel mezzo, il che non è affatto poco.
Giudizio:

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