| Titolo originale: | La piel que habito | ![]() |
| Nazione: | Spagna |
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| Anno: | 2011 |
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| Genere: | Drammatico |
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| Durata: | 117' |
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| Regia: | Pedro Almodóvar |
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| Sceneggiatura: | Pedro Almodóvar |
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| Cast: | Antonio Banderas, Elena Anaya, Blanca Suárez, Jan Cornet, Marisa Paredes, Bárbara Lennie, Fernando Cayo, Roberto Álamo, Eduard Fernández, Concha Buika, José Luis Gómez, Agustín Almodóvar, Susi Sánchez, Isabel Blanco, Esther García |
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| Produzione: | Canal+ España, El Deseo S.A., Instituto de Crédito Oficial, Televisión Española |
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| Distribuzione: | Warner Bros. |
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| Data di uscita: | 23 Settembre 2011 |
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| Trama: | Il chirurgo estetico Robert Ledgard ha perso tragicamente la moglie dopo che questa è rimasta sfigurata in un incendio nella loro auto. Con la morte nel cuore, decide di dedicarsi completamente alla costruzione di una nuova pelle sintetica derivata da quella suina, più resistente e meno sensibile al calore e alle scottature. Vera è la sua cavia, segregata in segreto nella sua villa-clinica. L'arrivo di un personaggio del passato cambia improvvisamente tutte le carte in tavola; con vari flashback, sapremo esattamente chi è Vera e perché il chirurgo è tanto determinato a tenerla in uno stato di prigionia forzata. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Che Pedro Almodóvar si sarebbe quasi trasformato in David Cronenberg era cosa non necessariamente intuibile, per quanto tutt’altro che impensabile. O almeno così mi piace riflettere sul suo ultimo La pelle che abito, film che in realtà mantiene del tutto immutato l’approccio tipico dello spagnolo: anche foste state distratti per tutto il resto della metratura, quando alla cena del matrimonio spunta fuori la cantante Concha Buika, l’attenzione che il regista le dedica può esser solo di Almodóvar. In ogni caso – per motivi che potranno essere uno spoiler solo per chi non ignori del tutto il titolo che sto per citare (purtroppo sono in pochi) – è stato automatico per chi scrive tornare vagamente a M. Butterfly, uno dei film più sibillinamente lancinanti mai prodotti.La capacità di Almodóvar di ferire lo spettatore, tuttavia, è molto diversa dalla glacialità perfetta di Cronenberg. Il suo rapporto con l’orrore, sempre latente nelle sue opere e volentieri smarrito in meno spettrali tocchi sferzanti, è infatti corrotto da un peculiare estetismo sentimentale. Almodóvar stilizza il racconto truccandolo paradossalmente fino all’osso, colorandolo e riempiendolo fino all’orlo (le musiche, parte essenziale di questo traboccamento, sono ancora una volta di Alberto Iglesias), mentre dall’altro lo cala in un retroterra che è all’opposto della stilizzazione: in lui è avvertibile l’attaccamento culturale ed affettivo che in Cronenberg non c’è – o, meglio, non si vede.
A traboccare ne La pelle che abito è per primo – è questo, chiaramente, il più evidente tratto d’unione col canadese – il senso d’identità, la mutazione perennemente mostruosa del fisico, tutt’uno con una psiche sfaccettata. Ma laddove in M. Butterfly a essere al centro di questa perdita d’orientamento era l’uomo protagonista, attraverso il quale Cronenberg colpiva al cuore della saldezza borghese-occidentale che in lui si identificava, per Almodóvar non è il personaggio di Antonio Banderas a essere il vero protagonista-lente bensì quella che conosciamo come Vera (Elena Anaya), l’oggetto del potere maschile che dopo averla creata per vendicare la propria ansia di controllo ne è rimasto per sempre avvinto.
Lo spettatore si sposta pian pian dalla parte di quest’oggetto del proprio sguardo, uno sguardo anch’esso borghese, cambiando lentamente alleanza. Il film ci conduce a ritroso verso la creazione di questo essere, facendocene riemergere fino alle conseguenze che ne deriveranno. Il finale cui giunge, se non è glaciale, di certo lascia la sua bella amarezza. L’essere rimodellato torna alla casa natale, identificata in un negozio d’abbigliamento che serve in effetti già da luogo di travestimenti, e non sa quale reazione l’attenderà: la madre lo riconoscerà, per fermarci all’interrogativo esplicito col quale si chiude la pellicola? Soprattutto, fuor di metafora, la società saprà rifarlo proprio e dargli la dignità nuova ed equivalente che ora gli spetta?
Giudizio:
Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Torna il grande Pedro Almodóvar, in coppia dopo tanti anni con Antonio Banderas e senza la sua musa Penélope Cruz, degnamente sostituita da Elena Anaya (già con Almodovar in Parla con lei). La pelle che abito è un film pieno di icone e di segni del grande regista spagnolo, con un ennesimo omaggio alle madri coraggio e determinate da lui tanto adorate (Tutto su mia madre ne è l'indimenticabile elogio supremo).Pellicola per nulla facile, è anche un lavoro perfetto ad incastro, pieno di flashback non temporalmente consecutivi per spiegare l'origine della strana convivenza tra una donna in apparente stato di prigionia, Vera (la Anaya), e Robert (Banderas), un chirurgo estetico che dopo la tragedia occorsa alla moglie (morta in un rogo) vuole a tutti i costi sintetizzare una pelle resistente al fuoco, usando proprio Vera per le sue sperimentazioni. Con l'aiuto di quella che scopriremo essere la madre biologica Marilia (Marisa Paredes, una delle attrici feticcio di Almodóvar) tiene sotto controllo Vera, fino a quando arriva durante il carnevale Zeca (Roberto Álamo), un personaggio vestito da tigre che ha collusioni misteriose con i personaggi della villa/prigione/clinica. Da lì partono flashback e ricordi che ci spiegheranno come mai è scomparso il giovane Vicente (Jan Cornet), cercato disperatamente dopo tanti anni dalla madre, che fine ha fatto la figlia di Robert, Norma (Blanca Suárez), con problemi psichici; i personaggi presentati sono legati a filo doppio tra di loro e le motivazioni delle loro esistenze non parallele sono devastanti.
Tecnicamente perfetto, scene che sembrano quadri fotografate superbamente da José Luis Alcaine, un meccanismo a orologeria raccontato in maniera elicoidale come il suo montaggio (che rimanda inevitabilmente al DNA che vediamo sui titoli di coda), La pelle che abito è l'essere e il concepire del regista, che mette in scena il suo desiderio recondito maggiore: presentarsi a sua madre dichiarandole tutto il suo amore in un'altra versione che non sia quella maschile. Inutile dire che di fronte al suo occhio clinico tutto diventa estraneo alle regole di un cinema «solidale» allo spettatore, mai condiviso da Almodóvar.
Si vede Robert camminare intenso e concentrato in una sorta di orgia tra giovani in un prato, tra rapporti orali e accoppiamenti multipli, i visi delle donne escono dallo schermo per diventare dei dipinti, si avvicinano e allontanano a ripetizione, in un cinema fatto di tante cornici fittizie da cui i personaggi ci parlano e ci guardano, timorosi del nostro giudizio e pudici del nostro indiscreto vedere, mentre una parete bianca diventa un giornale di protesta, un monito di libertà scritto e disegnato intensamente che una voce disperata e inascoltata verga e dipinge per reclamare il diritto a uscire da una pelle che non è la sua.
Preparatevi all'ennesimo lavoro intrigante e coinvolgente, con un alto tasso erotico posato in scena con il solito tocco delicato e sensibile, mai gratutito, in scene curatissime scenograficamente dove i colori di mobili e suppelettili sono accesi e smorti a seconda dell'emozionalità che si vuole trasmettere (come nel negozio dove lavorava Vicente, ormai depresso dopo al scomparsa del giovane). Almodóvar si permette anche di scherzare in piccoli punti («Mi chiamo Vera, Vera Cruz») ma il tono è serissimo e disperato perché ognuno si muove per motivazioni che il tragico destino gli ha consegnato, magari arrivando a rinnegare la propria vita che non gli appartiene desiderando di volare verso l'infinito per non soffrire più.
Giudizio:
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