| Titolo originale: | id. | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti |
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| Anno: | 2011 |
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| Genere: | Azione, Drammatico, Poliziesco, Thriller |
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| Durata: | 100' |
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| Regia: | Nicolas Winding Refn |
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| Sceneggiatura: | Hossein Amini |
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| Cast: | Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks, Oscar Isaac, Christina Hendricks, Ron Perlman, Kaden Leos, Jeff Wolfe, James Biberi, Russ Tamblyn, Joey Bucaro, Tiara Parker, Tim Trella, Jimmy Hart |
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| Produzione: | Bold Films, Odd Lot Entertainment, Marc Platt Productions, Seed Productions |
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| Distribuzione: | 01 Distribution |
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| Data di uscita: | 30 settembre 2011 |
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| Trama: | Driver, sguardo di ghiaccio, di giorno guadagna cifre misere con tanto pericolo facendo lo stuntman per il cinema e lavorando in un'officina, mentre di notte guida le auto delle rapine. Preciso, meticoloso, maniacale e di poche parole, conosce la sua vicina di casa, Irene, madre di un ragazzo e moglie di un uomo finito in carcere per giri loschi. Quando il marito torna dal carcere, Driver decide di aiutare la famiglia, ma si infila nel colpo sbagliato. Comincia una scia di sangue tra le ruote che sgommano e ii motori che rombano. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
Per i fini di questa recensione mi trovo costretto a far finta che l’opposizione contenitore-contenuto non abbia ancora consumato abbastanza discussioni infruttuose, o aizzato abbastanza puerile indignazione al grido di battaglia «Il Come È il Cosa: Viva il Cinema, Abbasso la Letteratura!». Così facendo, posso passare a presentarvi Drive di Nicolas Winding Refn come campione nella categoria «contenitore privo di contenuto». In maniera abbastanza appropriata, ha ricevuto il premio per la regia al 64° Festival di Cannes suscitando odi pressoché universali (come potete trovare anche presso i miei colleghi più in basso) grazie alla pregevole (e, beninteso, nient’affatto senza i suoi piaceri) spacconeria del suo regista; peccato però non abbia un briciolo di visione umana e sociale, al di là della spacconeria con la quale proclama insistentemente di averla.La visione umana sarebbe in realtà quella semplice ricavabile dalla trama, solidamente attaccata a presupposti noir: un eroe-criminale solitario e senza nome (Ryan Gosling), apparentemente un duro infallibile, s’innamora della bella (Carey Mulligan), rivelando la disperazione romantica celata dietro alla sua cronometrica solitudine, e si mette inevitabilmente nei guai. L’eroe in questione è interpretato da un Gosling in vertiginosa ascesa, il quale ha attirato non meno ingiustificati encomi del regista. Lui e Refn qui sono specchio perfetto l’uno dell’andamento cool dell’altro: Gosling ha un bacino espressivo alquanto limitato, nonostante si sostenga a destra e a manca (non vedo su che basi) l’esatto contrario, e attraversa tutto il film con lo stesso broncio serioso e sornionamente compiaciuto, costantemente proiettando una facciata di introversa afflizione; Refn dirige come se tale bacino espressivo limitato fosse esplosivo (o, meglio, implosivo), e si adopera a farlo esplodere (implodere) nei modi che può.
È a questo punto che entra in gioco «Il Come È il Cosa». Refn non è un regista sottile, anzi è quello che alcuni chiamano un regista «prettamente cinematografico» (il che implica, ahi me, che molti registi sottili, assai cinematografici, non vengano considerati «prettamente cinematografici»): è un creatore di atmosfere visivo-uditive sopra ogni considerazione legata alla sceneggiatura (la sceneggiatura, vedete, viene considerata erroneamente come letteratura). Se però immaginassi la sceneggiatura di Hossein Amini diretta da qualcun altro, mi verrebbe in mente immediatamente un film come Killshot di John Madden, scritto non a caso proprio da Amini: un film proceduralmente glabro e trattenuto, nel quale le tensioni vengono naturalmente a galla. Ma «naturalmente» per Refn non esiste: dev’esser chiaro, non sottinteso, che le tensioni le sta creando lui. Se ci pensa il testo di una bella canzone (non la cosa più cinematografica del mondo, dopo tutto) a sottolineare fuor di dubbio il suo zampino e la (vaga) tensione sottostante, ancor meglio.
E devo purtroppo constatare che per Refn il Come sembra essere solo il Come, almeno a questo giro. Il suo stile non punta a elaborare nulla ma a creare ridondanza, pura superficie, nella speranza che noi ci si rimanga dentro. Per quanto mi riguarda, io in questo film non ho trovato tracce di vita, vera o astratta che sia, e quindi ne sono rimasto saldamente fuori: anche l’ubiquamente citata scena dell’ascensore mi è parsa una vuota ostentazione di set design con ralenti. Se volete esempi di quando le cose funzionano davvero, fra i contemporanei vi invito a rivolgervi semmai a Kim Ji-woon. Alla fine la cosa migliore di Refn è il suo gusto musicale, e la cosa migliore di Drive è «A Real Hero» dei College feat. Electric Youth, dovuta come tutto il resto della soundtrack alla selezione di Johnny Jewel dei Glass Candy.
Giudizio:

Recensione di ROBERTO CARRUBBA
L’incipit perfetto per questa recensione è senza ombra di dubbio: «Si astengano cortesemente dalla visione di questo film i fan della serie Fast & Furious». Infatti, solo difficilmente e facendo ricorso alla più stoica delle virtù potrebbero essere tollerati, durante o a fine proiezione, rozzi commentini di sarcastico scherno fatti da chi sarcasmo non sa neppure come si scrive. Perché Drive è per palati fini, per cinefili o cine-maniaci e non si sforza neanche di strizzare l’occhio alle masse, vuole parlare solo alle persone che amano la settima arte che, bistrattate come sono in questi anni oscuri di cinecomics e cine-panettoni, per una volta sentitamente ringraziano.Il nuovo lungometraggio di Nicolas Winding Refn – regista praticamente esordiente nelle sale italiane, dato che i suoi precedenti lavori, tra cui spiccano l’efferato Bronson e l’ipnotico Valhalla Rising, sono stati, e questo la dice lunga sul senso critico della distribuzione del Bel Paese, relegati direttamente al mercato del home video (Bronson ha avuto solo una distribuzione modesta) – è, a una prima analisi, un omaggio al cinema action-noir degli anni ’70 e ’80 che tuttavia non fa per nulla ricorso a un citazionismo estremo, ossessivo e manieristico per riportare in vita l’essenza emotiva più che visiva dei titoli di quel periodo.
Sia chiaro: il debito espressivo resta notevole. Tuttavia, è stupefacente come, nell’era digitale e della colour correction, il risultato sia stato ottenuto per sottrazione piuttosto che per accrescimento, utilizzando i cari vecchi metodi tradizionali, laboriosi e poco adatti alla produzione in serie ma dalla resa genuina, d’impatto e superlativa a cui neanche la più moderna tecnologia – capace sì di creare, sfruttando budget e tempistiche pantagrueliche, mondi e pianeti interi, flora e fauna blu comprese – potrebbe neppure lontanamente provare ad anelare. Plauso quindi al direttore della fotografia che aveva già reso vibranti le atmosfere di The Conspirator, Newton Thomas Sigel, il quale regala opache atmosfere notturne virate al giallo su cui spiccano e stridono rari e fluorescenti neon che, come fari accecanti di un auto nella notte più profonda, simboleggiano l’incolmabile solitudine esistenziale del protagonista, uno stuntman di film di serie B che dopo il tramonto impiega la sua superba abilità al volante per guidare durante le rapine.
Analizzando il personaggio principale, impersonato con divino furore dall’ormai esperto Ryan Gosling, si capisce quanto questo film sia intimo, personale ed umano. Quello che può sembrare un ruolo mono-dimensionale o interpretato con scarso spessore espressivo è, invece, una delle parti maggiormente realistiche e ben caratterizzate degli ultimi tempi. Il ragazzo senza nome fulcro di questa straziante storia di violenza è un’eccezionale persona qualunque costretta a vivere, nonostante il suo talento, ai margini di una società che non capisce e da cui non viene capito, che vorrebbe a tutti i costi fermarsi e integrarsi smettendo finalmente di guardarsi le spalle e di scappare da un passato che non lo incalza ma che non riuscirà mai a raggiungerlo. Ed è proprio il modo che il regista di Copenaghen sceglie per mettere in evidenza questi due aspetti che mostra tutta la sua bravura: non vengono usate parole, Drive è tutt’altro che un film verboso, ma immagini, suggestioni che non sfuggiranno di certo allo spettatore attento e attivo. Ogni inquadratura straborda di significati e non si esaurisce mai in maniera sterile o anonima. Il tutto è coronato dalla colonna sonora di Cliff Martinez che con le sue sonorità elettriche, fatte di bassi e sintetizzatori, fa diventare quello che è già un incanto per gli occhi anche un incanto per le orecchie, sottolineando in maniera espressiva ogni scena densa di significato.
Altro marchio di fabbrica di casa Refn è il modo in cui viene rappresentata la violenza. Come Tarantino, il danese pare avere lo stesso gusto a mostrarla in tutta la sua spartana efferatezza ma, a differenza dell’amico americano, mai in maniera grottesca o splatter bensì sempre umanamente realistica. Come reagirebbe, infatti, l’uomo comune nell’estremo tentativo di rimanere aggrappato all’unica cosa che ha al mondo, ovvero la sua vita? Fino a che punto sarebbe capace di spingersi? La risposta è, e non potrebbe essere altrimenti: fino a perdere la propria umanità, e gli occhi che Gosling dona alla sua dramatis personæ nella magistrale e lirica scena dell’ascensore, inusuale luogo dove si susseguiranno e consumeranno in una drammatica e vorticosa spirale eros e thanatos, sono quanto di più vero sia mai stato filmato.
Quello che è già, senza la minima ombra di dubbio – e, qualora ci fosse mai stata, il premio come miglior regia alla Croisette l’avrebbe immediatamente spazzata via –, un capolavoro annunciato è un’emozione sensoriale ed emotiva rara e avvolgente, forse unica nel suo genere, capace di appassionare chi è in costante ricerca della qualità piuttosto che della quantità, del sublime invece del volgare o, in definitiva e ancora una volta, dell’essere e non dell’apparire. Se un consiglio si può dare, cercate di guardare Drive senza sbattere gli occhi: potreste perdere qualcosa.
Giudizio:

Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Nicolas Winding Refn in Italia non lo conosce praticamente nessuno (autore dei Pusher e di Valhalla Rising), eppure dopo questo eccezionale film (premiato a Cannes scorso con la miglior regia) sarà difficile ignorare le sue opere successive, dato che è dotato di una cifra registica fenomenale, mano sicura in ogni scena e soprattutto sa calibrare le inquadrature con le emozioni come pochi, come dimostra la scena dell'ascensore verso la fine che coniuga amore con violenza, separando il mondo del Driver e Irene (la bellezza acqua e sapone Carey Mulligan di Non lasciarmi) dal resto in soli pochi metri quadri, chiudendo poi il tutto con quella porta che pare una sorta di pietra tombale su ogni speranza di risollevare una vita senza scampo.Il Driver (non sapremo mai come si chiama) è Ryan Gosling, il nuovo sexy divo visto in Crazy, Stupid, Love., bravissimo a reggere la parte. Parla pochissimo, non trasuda emozioni e vive costantemente nel pericolo, dato che di giorno è uno stuntman malpagato del cinema e di sera fa l'autista di rapine, guidando per le strade in maniera folle e spericolata, vivendo nell'unico modo che conosce, al volante di una potente automobile. Ma un giorno tutto cambia: conosce una sua vicina di casa, Irene, dolce e tenera, con un figlio e un marito, Standard (Oscar Isaac), in carcere per collusioni malavitose, intraprendendo un tenero rapporto di sincera amicizia che fatica, per la difficoltà di comunicare dei due esseri, a diventare altro. Quando l'uomo esce dalla prigione, la famiglia si trova catapultata in un gorgo di violenze dato che le vecchie conoscenze di Standard non tardano a farsi vedere. Driver decide a quel punto di aiutarli, ma alla fine si ritrova a dover combattere anche per la propria vita.
Con la presenza di Ron «Hellboy» Perlman e di Cristine Hendricks nella parte della torbida Blanche, un film che, se dal punto di vista della storia non è ne innovativo né superlativo (un uomo schivo e silenzioso cambia vita per un nobile intento), è fenomenale per tutto il resto. Oseremmo definirlo un rubino puro al neon, riferendoci alle scritte di coda (debitrici dei cartelli luminescenti di Los Angeles) tradite dal cartellone italiano che sceglie un anonimo carattere e un giallo che nulla c'entra. Detto della regia, bisogna parlare della fotografia, ma anche della recitazione di Gosling che in alcune scene in canotta si atteggia a Marlon Brando.
Come mai questo film esalta tanto il vostro umile scrittore? Intanto ci sono le fasi del silenzio, momenti di pura infinita tensione che si spezzano con un fragore improvviso (preparatevi o voi stomaci deboli perché ci sono scene di inaudita violenza, teste spappolate e tagli profondi), poi c'è la scelta da parte del regista di non far vedere gli interni se non è presente il Driver, per cui quando ci sono le rapine noi siamo fuori dai caseggiati e dagli stabili, siamo parcheggiati letteralmente con lui, entriamo in una sorta di esaltante prima persona indiretto solo quando il protagonista esce dalla macchina; a quel punto siamo degni di vedere le conseguenze e i risultati di quanto accaduto.
La redenzione poi non è una sorta di riscatto iperbolico: è tutto asciutto e cruento, passivo. Diversamente dal cinema di Tarantino che esalta la violenza in maniera immaginifica, i crani schiantati di Refn sono tristi constatazioni di unica risorsa in un mondo che ha perso la pietà, iconizzati da delle escort in topless che non mostrano la minima sorpresa ed emozione in un camerino dove un uomo sta per ficcare un chiodo nel cervello di un altro. Se queste tristi figure sono impassibili, invece l'animo inquieto del Driver ribolle di questo magma evolutivo, della nuova coscienza, la sopporta e la combatte con dolore prima di prendere la tragica decisione finale di rivoltare come un calzino il mondo senza onore in cui è sempre vissuto.
Potremmo anche dilungarci sugli inseguimenti girati in maniera magistrale, ma il cinema di oggi di Refn non è nato per lo spettacolo ma per la distruzione. Nulla si salva in un mondo violento: i soldi diventano solo un capro espiatorio (di fatto alla fine sono abbandonati in strada senza padrone), gli uomini vengono sfasciati tanto quanto le auto, non esiste neppure un finale consolatorio, solo lunghe strade che paiono non finire mai e soprattutto sono senza uscita. Un film davvero memorabile, imperdibile e oltretutto parametro di regia inestimabile: salite in auto con il Driver e portate con voi il ricordo di una pellicola che non dimenticherete facilmente, che vi farà uscire dalla sala scossi e increduli come da tempo non si vedeva.
Giudizio:

Altri giudizi della redazione:
Emanuele Rauco:
| < Prec. | Succ. > |
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