Melancholia

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Titolo originale: id. Melancholia / Locandina
Nazione: Danimarca, Svezia, Francia, Germania
Anno: 2011
Genere: Drammatico, Fantascienza
Durata: 136'
Regia: Lars von Trier
Sceneggiatura: Lars von Trier
Cast: Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, John Hurt, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Brady Corbet, Udo Kier
Produzione: Zentropa Entertainments, Memfis Film, Zentropa International Sweden, Slot Machine, Liberator Productions, Zentropa International Köln, Film i Väst, Danmarks Radio, arte France Cinéma, Sveriges Television, Canal+, Centre National du Cinéma et de L'image Animée, CinéCinéma, Edition Video, Nordisk Film Distribution, Danish Filminstitute, Eurimages, Nordisk Film- & TV-Fond, Swedish Film Institute, Filmstiftung Nordrhein-Westfalen
Distribuzione: BIM Distribuzione
Data di uscita: 21 ottobre 2011
Trama: Nella grande tenuta della sorella Claire e del marito John, si sta celebrando il banchetto di matrimonio di Justine con Michael. La sposa è avvolta da un'abulia che prende progressivamente sempre più forma, e intanto un enorme pianeta chiamato Melancholia minaccia di passar vicino al nostro pianeta, inghiottendo la Terra con tutta la sua vita per sempre.


Recensione di PAOLO ZANINELLI

MelancholiaGuardare un film di Lars von Trier è sempre un’incognita. Soprattutto dopo il penultimo ultimo, Antichrist, le aspettative sono alte; alta è anche la curiosità e la voglia di compiere, ancora una volta, un viaggio dentro la mente di von Trier per cercare di cogliere aspetti sulla personalità umana e sulla sofferenza mentale (leggasi depressione) che ben pochi pazienti riescono a trasmettere al mondo di coloro che, per ora, non ne sono stati toccati. Nel suo essere oscuro e intricato, von Trier fornisce però degli strumenti di lettura, al contrario del collega Lynch, rendendo di fatto i suoi film quasi leggibili da tutti. È meglio conoscere tutto questo prima della visione di un suo film, altrimenti si rischia di non cogliere il senso dell’intera opera; questo dogma vale anche per Melancholia.
Lo spunto, anche questa volta, è semplicissimo: raccontare il rapporto tra due sorelle molto diverse tra loro sullo sfondo di una catastrofe imminente, la collisione di un pianeta, Melancholia appunto, con la Terra. La struttura riprende la suddivisioni in parti (qui solamente due, intitolate col nome delle due sorelle) più prologo/epilogo (che questa volta coincidono) introdotto con Antichrist.
Il prologo è di nuovo una lunga successione di quadri in ralenti che più avanti torneranno a sottolineare la differenza fra le sorelle e il loro modo di reagire di fronte a situazioni di forte stress emotivo, intervallati da immagini dell’avvicinamento di Melancholia col nostro pianeta e la collisione finale. La prima parte è incentrata su Justine (Kirsten Dunst), che affronta la depressione in tutta la sua forza al proprio matrimonio, quando ancora di Melancholia non si sa niente, e inizia un viaggio in solitaria, nonostante sia circondata da familiari, nel quale nessuno potrà o vorrà aiutarla. Nella scena iniziale la lunga limousine sulla quale viaggiano lei e il suo futuro sposo non riesce a effettuare due strette curve sul sentiero che li porterà al matrimonio, già una metafora della depressione. È proprio durante questa notte che Justine si rende conto che nel cielo c’è una strana stella rossa che si muove. La seconda parte è invece incentrata su Claire (Charlotte Gainsbourg) e si colloca con molto tempo dopo il matrimonio, quando Melancholia è molto vicina e visibile a occhio nudo. Nonostante questo, Claire non riesce ad accettare la realtà che le si pone davanti e continua a ignorarla, pur temendola fin nel profondo.
Esteticamente Melancholia riprende Antichrist, intervallando immagini composte, fisse e ben illuminate come il prologo e pochi altri momenti, a immagini che ricorrono alla macchina a mano, tanto amata da von Trier, allo zoom e a vere e proprie immagini sbilanciate, come se fossimo davanti a un reportage di ciò che è accaduto. A questa scelta si contrappone l’uso del formato 2.35:1, quello cinematografico per eccellenza, che però ha il vantaggio di costringere a «stare sui personaggi» (con questo tipo di lavorazione, formato cinemascope senza lenti anamorfiche, avere dei totali costringe l’operatore ad allontanarsi molto dall’azione). La scelta di girare in digitale (con la stessa macchina da presa utilizzata in Drive) ha permesso a Manuel Alberto Claro, direttore della fotografia, di sfruttare appieno le luci di scena, rendendo il mood del film ancora più documentaristico.
Melancholia è un film da lasciar fermentare per essere capito più a fondo. Impossibile, comunque, non paragonarlo al predecessore. Kirsten Dunst ha vinto quest’anno il premio che nel 2009 ha vinto Charlotte Gainsbourg, sempre a Cannes e sempre diretta da von Trier. È risaputo che questo regista sia il terrore di ogni attore sul set, ma è anche palese che se riesce a far vincere una Palma d’Oro a Bjork evidentemente il suo lavoro lo sa fare bene.

Giudizio: 2.5


Recensione di ANDREA BIZZARRI

MelancholiaImpossibile catalogare Melancholia, dargli un aggettivo. È un buon film? È un film inconcludente? Lascia il segno? Cattura l’osservatore? Sicuramente si esce dalla sala con sensazioni opposte e contrastanti, che oscillano tra l’impressione di aver perso per sempre due ore della propria vita e aver visto un’opera di valore, qualcosa da tenere in conto. Controverso è probabilmente il modo più adatto per definire il lavoro di von Trier, che controverso lo è per un aspetto fondamentale: non ha una trama vera e propria.
Sono rappresentate infatti nella pellicola due singole situazioni – corrispondenti alle due parti in cui è diviso il film – e non un succedersi di queste: non c’è, in sostanza, quel susseguirsi di cause-effetti che è l’aspetto caratterizzante di una storia che inizia, si sviluppa e termina. Il regista non ci racconta una storia ma ci pone davanti agli occhi due fotografie che ritraggono due differenti situazioni, definibili topiche.
Anche la caratterizzazione dei personaggi segue questa linea di definizione. A parte i due principali, le sorelle Justine (Kirsten Dunst) e Claire (Charlotte Gainsbourg), tutti gli altri sono fermi, non si sviluppano né regrediscono durante il film, non hanno variazioni significative di stati emotivi – cosa che invece accadrà sia per Justine che per Claire – fatta eccezione per il marito di Claire, John (Kiefer Sutherland), che quando scoprirà la tragica fine che aspetta il mondo opterà per una sua fine personale altrettanto tragica, anche se quest’ultima azione compiuta dal personaggio di John è senza dubbio correlabile alla contrapposizione, che von Trier mette sullo schermo, tra persone dallo stato emotivo sbrigativamente definibile depresso e persone dallo stato emotivo altrettanto sbrigativamente definibile normale: von Trier avvalora la teoria che chi soffre di depressione – e quindi non ha da peredere niente, non sentendosi appartenere nulla e non sentendosi appartenente a niente – riesce ad affrontare meglio e senza paure una situazione estrema, di morte in questo caso, rispetto a una persona che durante la vita ha appagato i propri desideri.
La contrapposizione di questi due stati emotivi avviene tramite le figure delle due sorelle: Justine soffre di una sindrome depressiva che la rende un oggetto galleggiante in un limbo fatto di atarassia e apatia, portandola a non sapere cosa desiderare, in sostanza è un personaggio che non ha nulla da perdere; Claire è invece un personaggio completo, che ha realizzato se stesso, che si è autodeterminato nel senso filosofico del termine e che quindi, avendo un marito, un figlio, degli affetti, ha sicuramente qualcosa da perdere.
Entrambi i caratteri – Justine e Claire – si svilupperanno in due climax differenti: ascendente per Justine, discendente per Claire. Mentre in apertura di film troveremo una Justine totalmente apatica e avulsa dagli avvenimenti che le si svolgono intorno – si mostrerà disinteressata persino nei confronti del suo matrimonio – man mano che la fine si avvicina la vedremo diventare sempre più determinata, fino a prendere definitivamente atto della propria volontà di potenza poco prima che Melancholia impatti con la Terra distruggendola. Il percorso di Claire è opposto e la vedrà avere piena coscienza di sé in apertura di pellicola e perdere sempre più questa coscienza man mano che si avvicina Melancholia, fino a cadere nella disperazione più assoluta a poche ore dalla fine. Questo, come ci fa vedere von Trier nel film, è dovuto al fatto che Justine non ha nulla da perdere, nessuna sicurezza incrollabile, mentre la sorella ha, in un certo senso, tutto da perdere – suo figlio anzitutto – in caso di fine della vita, e questo porterà a vedere un vero scambio di ruoli tra inizio e fine di film: ci avviciniamo alla pellicola vedendo una Justine emotivamente dipendente dalla sorella, ce ne allontaniamo vedendo accadere l’esatto contrario.
Se la contrapposizione dei due personaggi balza all’occhio con modica facilità, con altrettanto modica facilità ci si può accorgere che il personaggio di Justine non è solo la rappresentazione cinematografica di un carattere depresso. Il suo comportarsi sempre in maniera impulsiva, imprevedibile (come quando a metà ricevimento decide di farsi un bagno caldo scomparendo da tavola), dettato dal suo essere depressa, inappagata, è una consequenzialità del suo tendere all’infinito in un mondo finito – parafrasando Schopenauer, del suo desiderare costantemente qualcosa che va al di là, che tende a, senza mai poterlo raggiungere – e che la rende a tutti gli effetti un personaggio romantico.
Romantico, probabilmente più che controverso, potrebbe essere la definizione del film di Lars von Trier: un omaggio al romanticismo suggellato dalla musica dell’ouverture dal «Tristano e Isotta» di Wagner, il compositore per eccellenza del periodo romantico, che sarà anche l’unica musica del film. Anche l’apertura, costituita da un flashforward, costituisce elemento d’interesse molto forte, forse anche perché avviene al primo impatto con la pellicola. Il film si presenta infatti con la sua fine, tramite una visione della catastrofe finale, attraverso una sequenza di immagini accompagnate dalla sopracitata musica di Wagner che regala un corposo pathos al tutto, tanto forte da catapultare l’osservatore quasi dentro la visione, da fargli credere che accadrà veramente.

Giudizio: 2.5


Recensione di AUGUSTO LEONE

Melancholia / LocandinaNella festa di nozze che si svolge in un elegante castello con ben 18 campi da golf, gli organizzatori si inventano un gioco: mettono dei fagioli in una bottiglia e i partecipanti alla cerimonia devono indovinarne il numero. Il matrimonio celebrato però va a monte nel giro di qualche ora e alla fine quanti fagioli contenesse la bottiglia resta un mistero irrisolto per tutti gli ospiti. Eccezion fatta però per Justine (Kirsten Dunst), la neo-sposa, perché lei, come un’antica profetessa, prevede e «sa tutto»: la depressione l’ha dotata della saggezza che le consente di comprendere come la vita sia un male e che il pianeta azzurrino, chiamato «Melancholia», che sta ballando una macabra danza intorno alla Terra, finirà per travolgerla e distruggere le specie viventi, che, sole nell’universo, lo deturpano.
Il regista danese von Trier, maestro nella provocazione, in Melancholia, suo ultimo film, affida a Justine il ruolo sacrale di sacerdotessa, vestale dell’Apocalisse imminente, una sorta di Cristo sui generis, nel senso che, se l’umanità è incurabile, la missione del nuovo salvatore è quella di accompagnarne la catartica fine. Il lungometraggio si propone pertanto come un’elegia funebre, in cui immagini simboliche e la musica che le accompagna dovrebbero evocare idee di lutto e di morte: risaltano le note del «Tristano e Isotta» di Wagner e alcuni dettagli de «I cacciatori nella neve» di Bruegel il Vecchio, composizione musicale e dipinto, di cui von Trier  recupera la sublime tragicità, ovvero il motivo ispiratore della titanica e vana  lotta  contro una Natura spietata in nome dell’amore o del dominio sull’ambiente.
Nel dare voce alla sua conclamata depressione, autentica o meno, von Trier edifica un edificio concettualmente ma soprattutto esteticamente coerente, per quanto fragile nella fondamenta. La situazione esemplare imbastita a illustrare l’ultimo giorno dell’umanità si regge a stento su due pilastri: le personalità complementari di due sorelle, Justine e Claire (Charlotte Giansbourg), allegoricamente unite da una cavalcata nelle campagne. In una prima parte della pellicola viene illustrata, durante la lunga festa al castello della prima, la graduale metamorfosi da sposa felice e fortunata in vacillante capro espiatorio, risucchiata negli abissi dai fili infrangibili dei difetti e delle sofferenze altrui, emersi durante il ricevimento di nozze; nella seconda parte essa ritorna ormai portando su di sé il peso dell’arcaica sapienza della sacerdotessa nello stesso luogo accanto alla sorella e al cognato John (Kiefer Sutherland), ricco padrone di casa; nuda si espone alla luce dell’astro purificante e costruisce un cerchio magico con cui proteggere sé, la sorella e il nipotino (Cameron Spurr) al momento dell’impatto.
La saggezza e il coraggio di Justine necessitano dunque per emergere dell’ignoranza e della paura di Claire, prima dell’apocalisse sostenuta dai soldi e dalle certezze del marito. L’antitesi ha una logica, tuttavia è troppo esile per sconvolgere convinzioni o smuovere emozioni: chi o cosa ispira il Cristo muliebre in abito bianco e il pessimismo cosmico di Malincholia è posa? E, se non lo è, di cosa veramente si nutre? Se gli uomini, è risaputo, sono infidi e cinici cacciatori, di quale turpitudine si macchiano i fagioli?

Giudizio: 1.5


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

MelancholiaUn nuovo Lars von Trier non può essere una pellicola che passa inosservata. Figuriamoci quando l'eccentrico regista danese del Dogma, che tanto attira anche le star di Hollywood che per lui si spogliano e accettano parti off (vedi il precedente Antichrist, ma anche Dogville e il seguito Manderlay), ci parla di fine del mondo.
Melancholia (la malinconia in latino derivato dal greco) è un pianeta che sta per arrivarci addosso distruggendo tutta la nostra amata Terra senza speranza. Ma ovviamente, visto l'autore, il tema non è trattato come se fosse uno spettacolare Armageddon pieno di effetti ed eroismi: è un Armageddon emozionale/spirituale che muove due sorelle, Justine (una favolosa Kirsten Dunst premiata meritatamente a Cannes) e Claire (Charlotte Gainsbourg), le protagoniste dei due capitoli in cui è diviso il film, chiaramente evidenziati.
Dopo le prime strepitose immagini, dei quadri anticipatori di quanto vedremo successivamente, parte il matrimonio di Justine organizzato da Claire (chiaro omaggio a Festen, uno dei capostipiti del Dogma 95). Incontriamo una sposa malinconica, delusa da una vita che le pesa tremendamente e che le toglie il sorriso e lo spirito, nonostante il nipotino la chiami «zia spezzacciaio». Non c'è nessuna gioia per lei riguardo all'evento, tutto viene vissuto distaccamente mentre i parenti (compresa la madre, la bella presenza di Charlotte Rampling) litigano o si fanno patetici dispetti. Justine, man mano che scorre la finta festa, scopre che il suo mondo come il nostro sta terminando nonostante gli sforzi della sorella, e si abbandona all'apatia.
Il secondo capitolo, chiamato «Claire», ci mostra come la combattiva controparte di Justine cerchi di salvare il salvabile; e come, mentre il tremendo pericolo sta per abbattersi, il marito (Kiefer Sutherland) tenti di rassicurarla con concetti scientifici. Mentre gli esemplari maschi, per nulla forti, che nel film sono solo zavorre di falsa sicurezza, abbandonano presto la lotta, le donne che hanno dato la vita cercano scampoli di riparo.
Nelle mani di von Trier l'opera cinematografica diventa poesia pur da un assunto apparentemente inconciliabile (un matrimonio con la fine del mondo). Le immagini sono degne di autentico artista, discepolo ideale di Dreyer, delle astrazioni di pensiero messe in pellicola di grandissimo impatto che non lasciano scampo al senso di disperazione che si abbatte sui presenti molto prima di quanto faccia la massa spaziale.
Campi lunghi e corti che spaziano nel vuoto dai colori vivaci fotografati con ispirata attitudine, nudi artistici nella natura, sguardi persi che non trovano conferme d'approdo, bagni caldi che sono solo piccole panacee di serenità, più illusione che cura. Questo eccezionale documento dell'anima si muove sinuoso nel nostro intelletto sconvolgendone le sicurezze e dandoci un pensoso e penoso disagio, fino a un finale evocativo sotto una sorta di tipi indiano (che Justine chiama la «grotta magica») per ricondurci consapevoli dopo una vita di malinconia nelle braccia di Manitù vendicatore dei nostri peccati.
Un film imperdibile a ogni livello, che va meritato e poi preteso.

Giudizio: 3.5


Altri giudizi della redazione:

Alberto Di Felice: 3.5


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