Il principe del deserto

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Titolo originale: Black Gold Il principe del deserto / Locandina
Nazione: Francia, Italia, Qatar
Anno: 2011
Genere: Drammatico
Durata: 130'
Regia: Jean-Jacques Annaud
Sceneggiatura: Jean-Jacques Annaud, Menno Meyjes
Cast: Tahar Rahim, Antonio Banderas, Mark Strong, Freida Pinto, Riz Ahmed, Akin Gazi, Liya Kebede, Corey Johnson, Eriq Ebouaney, Jan Uddin, Driss Roukhe, Ziad Ghaoui
Produzione: Quinta Communications, Prima TV, Carthago Films S.a.r.l., France 2 Cinéma, The Doha Film Institute
Distribuzione: Eagle Pictures
Data di uscita: 23 dicembre 2011
Trama: Arabia, inizi del XX secolo. Due sultani, Nesib di Hobeika e Amar di Salmaah, si sono fronteggiati in un sanguinoso conflitto; il primo, vincitore, decide che prenderà in coscienzioso affidamento i due giovani figli del perdente come sorta di ostaggi per evitare nuove guerre, assicurando che il motivo del contendere, una zona di terreno chimata «striscia gialla», sarà per sempre terra di nessuno e non verrà mai reclamata. Passano quindici anni e nella striscia gialla si scopre la presenza del petrolio: si capisce da subito che la pace non potrà rimanere intatta in quanto Nesib, associato ai petrolieri americani, ora la vuole. Nesib ha a disposizione mezzi militari ben più evoluti dell'avversario, ma non ha fatto i conti con l'intelligenza e saggezza del figlio adottivo Auda.


Recensione di PIETRO SIGNORELLI

Il principe del desertoTratto dal romanzo del 1957 «Paese dalle ombre corte» dello svizzero Hans Ruesch, Il principe del deserto (in originale il titolo è molto più azzeccato, Black Gold – i motivi li capirete leggendo la trama) è un fumettone che vuole omaggiare (senza nessun infausto paragone) Lawrence d'Arabia e i grandi classici in cui le lotte tra rivali nel mondo Arabo si frammistavano alle donne tanto belle quanto inarrivabili (iconizzate qui dalla lanciatissima Freida Pinto).
Siamo agli inizi del XX secolo e i protagonisti sono due sultani rivali, Nesib (un Antonio Banderas non molto credibile anche nei suoi tratti latini) e Amar (Mark Strong, stesso discorso, se non peggio, di Banderas). I due hanno lottato una guerra stupida e inutile per un pezzetto di terra brulla e arida chiamata «striscia gialla», tanto povera quanto intrisa di sangue. Nesib è il vincitore; saggiamente decide che non ci dovranno essere altri spargimenti di sangue e decide di tenere i due figli di Amar, Auda (Tahar Rahim, bravissimo interprete de Il profeta) e Alì (Riz Ahmed), come ostaggi nella sua residenza, mentre la striscia contesa non dovrà essere reclamata da nessuno in futuro. Ma non sarà così: mentre Auda diventa saggio, si innamora della splendida Leyla (nome evocativo per Freida Pinto, affascinante come mai in abiti arabi) e cerca di studiare per comprendere come organizzare al meglio i destini. Alì è ribelle e combattivo allevando il suo falcone, i petrolieri americani della Texas Oil scoprono che c'è l'oro nero, il petrolio, proprio nella zona maledetta. E allora si capisce sin da subito che la pace durata quindici anni è destinata a finire per colpa di interessi economici troppo grossi.
Con delle ottime scene «cammellate» nel deserto, il film diretto da Jean-Jacques Annaud (Il nome della rosa, in Italia non si vedeva un suo film dal 2004 con Due fratelli) è l'ennesima conferma di come un buon mestiere possa rendere perlomeno passabile una storia banalissima e scontata, vivendo sull'ottimo utilizzo degli attori animali (una specialità del regista, recuperate anche l'ottimo L'orso del 1988), un pizzico di furba computer grafica e di paesaggi naturali evocativi e strutture arabe sempre belle da vedere.
Purtroppo la storia del riscatto della dignità perduta dal principe Auda, scaricato dal padre per obblighi sul campo, non riesce ad andare oltre alla normale amministrazione (durando davvero troppo: 130 minuti circa) di un compitino svolto bene: non c'è nulla di epico, niente di indimenticabile, gli intrighi di palazzo sono inesistenti e la bellezza della Pinto una cornice a malizia zero (nulla a che vedere con quella del recente Immortals).
Siamo di fronte a un prodotto che rischia di impaludarsi in continuazione. Pure la presenza dei beduini e delle popolazioni raminghe del deserto (fattori quanto mai pregnanti in altre occasioni) non riesce a dare le atmosfere giuste – quelle, tanto per dire, che ci hanno stregato nei film con presente la legione straniera. Tutto stereotipo: gli americani sono industrializzati e motorizzati e vivono grazie alla loro ricchezza che di emotivo non ha nulla, non hanno principi e dei se non quelli del guadagno, mentre il sultano Amir, che non ha esitato a sacrificare i suoi per nulla se non il prestigio quindici anni prima, sciorina deboli frasi di saggezza.
Un finale consolatorio non aiuta a elevarlo, come neppure la presenza del tutto fuorviante di un terzo fratello rinnegato e rinnegatosi, un medico pieno di sarcasmo e cognizioni, spuntato non si sa per quale motivo nella trama. Un prodotto davvero labile – e va da sé che qualunque paragone con Il petroliere con il grande Daniel Day-Lewis, per non dire di David Lean, è inesistente.

Giudizio: 1.5


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