| Titolo originale: | id. | ![]() |
| Nazione: | Stati Uniti |
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| Anno: | 2011 |
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| Genere: | Biografico, Drammatico |
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| Durata: | 137' |
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| Regia: | Clint Eastwood |
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| Sceneggiatura: | Dustin Lance Black |
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| Cast: | Leonardo Di Caprio, Armie Hammer, Naomi Watts, Judi Dench, Josh Hamilton, Geoff Pierson, Ken Howard, Dermot Mulroney, Josh Lucas, Cheryl Lawson, Kaitlyn Dever, Gunner Wright, David A. Cooper, Ed Westwick, Kelly Lester, Jack Donner, Dylan Burns, Jordan Bridges, Brady Matthews, Jack Axelrod |
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| Produzione: | Imagine Entertainment, Malpaso, Wintergreen Productions |
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| Distribuzione: | Warner Bros. |
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| Data di uscita: | 4 gennaio 2012 |
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| Trama: | Washington, anni '70. John Edgar Hoover comincia a dettare le sue memorie, da quando nel 1919, dopo un attentato alla casa del procuratore federale A. Mitchell Palmer, inizia la sua lotta anti-eversiva nell'allora Bureau of Investigation. Ambizioso difensore dell'America nell'era del proibizionismo e oltre, figlio di una madre autoritaria, ha avuto in questi lunghi anni la collaborazione della fidata segretaria Helen Gandy e del suo braccio destro Clyde Tolson, suo amante segreto. | |
Recensione di ALBERTO DI FELICE
La conclusione del J. Edgar di Clint Eastwood è con tutta probabilità una delle sequenze più struggenti e potenti che vedremo nel 2012. Appreso della morte di J. Edgar Hoover (Leonardo DiCaprio), Clyde Tolson (Armie Hammer) sale le scale per entrare nella camera dell’uomo col quale ha trascorso, effettivamente da suo compagno, più di metà della sua vita. Lo trova seminudo riverso a terra, a lato del letto; si inginocchia, trema come chi pochi anni addietro ha subìto un pesante infarto, e lo copre fra represse lacrime con le lenzuola più vicine. Di lì a poco il neo-insediato presidente Richard Nixon (Christopher Shyer) recita per la stampa e la nazione un doppiogiochista elogio dell’Hoover figura pubblica, mentre i suoi scagnozzi entrano negli uffici del finalmente defunto per appropriarsi dei suoi file privati e riservati; la segretaria, anch’essa di una vita, Helen Gandy (Naomi Watts) li ha però, su istruzione, già messi al sicuro e li sta distruggendo.Solo uno di questi documenti Hoover sembra aver conservato preziosamente con sé nei suoi ultimi momenti, bramendolo con irrequieta cupidigia; nell’ultima inquadratura, Tolson lo ha trovato nella sua camera e lo sta rileggendo dopo molti anni, seduto sul letto del suo compagno. È una lettera d’amore di Lorena Hickok, cronista di lungo corso della Casa Bianca, alla first lady Eleanor Roosevelt. Una lettera d’amore lesbico che Hoover aveva custodito, assieme ad altri dettagli pruriginosi su figure politiche, come tutela e strumento del suo potere lungo tutti i 37 anni da direttore dell’FBI, dopo gli 11 come direttore del vecchio Bureau. Da quanto quella lettera era custodita nella sua camera? L’aveva portata con sé solo di recente o l’aveva lungamente tenuta lì, covandone in sé i vocaboli? Sta di fatto che in questo momento quelle tenere parole, che descrivevano un soffice neo sulla bocca di una donna baciata e amata da un’altra donna, sono il testamento di Edgar: il suo potere spregevole e prevaricatore, stretto nelle sue mani e riletto nel privato della sua camera anche in punto di morte, era diventato lo specchio della sua anima, ciò che era utile al ricatto diventa ora l’espressione fedele del suo amore per Tolson.
Vi racconto questa conclusione non per rovinarvi la visione, bensì per chiarire quel che J. Edgar è. Leggendo in giro si rischia infatti di ricavare l’impressione il film sia semplicemente una biografia che spazza la vita di Hoover con solito fare cronachistico e respiro epico, dettagliando alti e bassi, pregi e difetti di una figura capitale della Storia. Chi non ha apprezzato il film potrebbe anche dirvi che è una biografia che «non prende posizione». Credo, e temo, che il focalizzarsi su descrizioni simili sia dovuto, oltre alla proverbiale pigrizia che impedisce di leggere i sottotesti per concentrarsi (si fa per dire) sul triviale, al fatto che letture più profonde dovrebbero inglobare esplicitamente l’omosessualità di Hoover, sulla quale par più preferibile glissare onde non urtare qualche sensibilità.
Non è un’omosessualità sulla quale il film glissa, però. Anzi, chi volesse potrebbe scagliarsi contro il fatto che, alla faccia del non prender posizione, Eastwood e il trentasettenne sceneggiatore Dustin Lance Black, lo stesso di Milk di Gus Van Sant sull’omonimo attivista e politico gay, sposano apertamente una «tesi» che è storicamente «dibattuta» e solo «presunta». È un’argomentazione che mi appassiona come – e ha lo stesso potere probante del – domandarmi se davvero un nostro ex-primo ministro credesse in cuor suo di star comprando apparecchiature per depilazione laser alla povera nipote del povero Mubarak.
Eastwood, che al contrario di Van Sant e Black non è gay, dimostra una sensibilità e una sentimentalità indefesse. Si ritiene spesso che la «condizione gay» sia meglio ritratta da chi la vive; Eastwood, che nella sua carriera è passato addirittura per reazionario (non meno di Hoover, se per questo), è un tributo all’argomento contrario. Recuperate e considerate con attenzione, ché anche lì c’è il rischio di fraintendimento, Mezzanotte nel giardino del bene e del male o meglio ancora (e per quanto strano possa sembrarvi) Un mondo perfetto, ambientato un decennio prima della morte di Hoover nel periodo nevralgico dell’assassinio di JFK, per averne la riprova.
Direi naturalmente, ci si può addentrare a ritrovare in J. Edgar tutti i motivi della poetica eastwoodiana. Soprattutto, ci andrei a ricercare i disillusi ritratti storico-patriottici che più recentemente abbiamo visto in Flags of Our Fathers e Changeling – quest’ultimo, solo apparentemente la storia di una madre che ha perso il figlio. E, sebbene finora io abbia sminuito letture in senso di biopic storico, non c’è dubbio che di base J. Edgar appartenga al genere. Tuttavia è la poetica di Eastwood a definirlo, non il genere: le luci e ombre che vi aspettate vogliono comporne il discorso, non informarvi sulla Vera Vita del soggetto ritratto. Non è un caso se quel che importa, per il regista, è quel che non viene ricostruito ma evidentemente muove, affliggente, tutto.
Giudizio:

Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Con la vitalità di un ragazzino torna sullo schermo uno dei più grandi registi viventi, l'ottuagenario Clint Eastwood dalle primavere che non sente, dalla produzione con cadenza annuale che continua a stupire per il fatto di proporre magari non proprio capolavori, ma sempre film di una qualità che altre produzioni diverse dalla sua Malpaso (distribuita Warner) si possono tranquillamente scordare.Dopo la psicoanalisi dell'ignoto avvenuta con Hereafter, ecco un intenso biopic su uno dei più controversi personaggi della storia americana, J. Edgar Hoover (1895-1972), che qui ha i tratti di un DiCaprio voglioso di Oscar (dietro un trucco non molto efficace che lo invecchia in alcune fasi). Questo personaggio, che in Italia a molti non dirà nulla, è stato uno dei più potenti funzionari statunitensi, capace di governare la bellezza di 48 anni l'FBI, rivoluzionandone i metodi di investigazione, introducendo le impronte digitali per il riconoscimento, nemico numero uno dei criminali e dei gangster che odiava aspramente in quanto minavano lo stato dalle fondamenta. A lui si attribuiscono eccellenti arresti e uccisioni, come per Dillinger, «Machine Gun» Kelly e altri pericolosi elementi senza scrupoli. Intervenne a risolvere uno dei casi gialli più controversi e sentiti degli anni '30, quello dell'uccisione del piccolo Lindbergh (da cui Agatha Cristhie trasse uno dei suoi capolavori, «Assassinio sull'Orient Express»), arrestando il presunto colpevole Bruno Hauptmann. Diventato uno degli uomini più rispettati (e temuti) d'America, sopravvisse a otto presidenti (da Coolidge all'odiatissimo Nixon); si vociferò a lungo di una sua relazione omosessuale con il braccio destro Clyde Tolson (Armie Hammer, con un trucco orrendo nella fase anziana) ed ebbe sempre al suo fianco la fidata segretaria Helen Gandy (Naomi Watts).
Eastwood usa la tecnica del flashback durante le fasi di racconto di un'autobiografia di Hoover a un agente dattilografo, in maniera perfetta usando un montaggio preciso, senza esaltare minimamente il personaggio ma donando un ritratto quanto mai asettico da cronista post-periodo, raccontando, lui con un passato da duro e puro nel suo cinema, con una delicatezza e una sensibilità senza pari il percorso omosessuale Hoover-Tolson, senza mai inserire scene esplicite mettendo in discussione il fatto che i due amanti abbaiano mai copulato direttamente.
Sorretto da una fotografia (di Tom Stern) che dona il necessario gusto rétro e una musica (dello stesso regista) mai invadente ma sottolineante, assistiamo alla crescita professionale dell'uomo tanto quanto alla sua progressiva insicurezza nei rapporti umani con il terribile segreto da nascondere. Con un colpo di genio alla fine si ribalta la gloria, si sottolinea come molte delle cose opera di altri fossero ingiustamente a lui autoattribuite, si nota come l'ingannevole metacinema che raggranella spettatori in nome del botteghino non esiti a glorificare i criminali (con Nemico pubblico di William A. Wellman con un indimenticabile Cagney) per poi tornare a porre sul piedistallo i buoni nel momento in cui Hoover compie vittoriose uccisioni o arresti in nome della giustizia (La pattuglia dei senza paura di William Keighley sempre con Cagney).
Non era possibile d'altronde che un autore come Eastwood si limitasse al racconto dell'uomo e non di quanto circonda l'uomo e degli effetti del suo operato, oltretutto in un'epoca efficacemente ricostruita e che adora in maniera particolare (basta vedere quanto abbia fatto con lo strepitoso Changeling), basandosi sul fatto che il capo del Bureau aveva comunque sempre il coltello dalla parte del manico per i segreti pericolosi, pure per i presidenti, che conservava.
Ne esce il ritratto efficace e rispettoso, nel solito contesto artistico di grande fascino, di un uomo imperfetto dalle idee grandiose e rivoluzionarie che donò fiducia all'America a volte ingannandola, a volte servendola con una dedizione senza pari.
La rigida e granitica madre è interpretata dalla solita strepitosa Judi Dench, a cui bastano pochi minuti per lasciare la solita grande impronta (in Shakespeare in Love le bastarono otto minuti per vincere un Oscar).
Giudizio:

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