| Titolo originale: | A.C.A.B. |
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| Nazione: | Italia, Francia |
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| Anno: | 2011 |
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| Genere: | Drammatico |
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| Durata: | 112' |
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| Regia: | Stefano Sollima |
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| Sceneggiatura: | Daniele Cesarano, Barbara Petronio, Leonardo Valenti |
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| Cast: | Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Andrea Sartoretti, Marco Giallini, Roberta Spagnuolo, Domenico Diele |
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| Produzione: | Cattleya |
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| Distribuzione: | 01 Distribution |
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| Data di uscita: | 27 Gennaio 2012 |
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| Trama: | Il Cobra, Mazinga e Negro, tre poliziotti della celere che agiscono negli stadi, allontanando gli abusivi e vivendo le loro giornate in nome della violenza data e ricevuta. Ma quando i problemi familiari di ognuno li travolgono perdono ogni freno inibitorio e delusi e rabbiosi anche per alcuni fatti avvenuti ai danni dei colleghi (come la morte dell'ispettore Raciti nei disordini durante una partita di calcio) incominciano una serie di azioni private di vendetta non autorizzate. Fino al momento che una recluta si ribella e minaccia di rivelare ogni cosa. |
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Recensione di GIOVANNA MARIANO e PIETRO SIGNORELLI
All cops are bastards (gli sbirri sono tutti bastardi) cantavano negli anni ottanta i The four-skins, diventando una sorta di motto per hooligans e skinhead soprattutto negli stadi. Il giornalista di repubblica Carlo Bonini nel 2009 ha scritto un libro che riprende questa frase nel titolo con il suo acronimo denunciando storie vere di violenza gratuita o meno eseguita dai poliziotti della celere durante le loro azioni di ordine pubblico. Ora Sollima Jr (apprezzato autore della serie tv Romanzo criminale) esce dal piccolo schermo per debuttare al cinema con questo adattamento, cronaca quanto mai dura e violenta senza scampo della vita di tre poliziotti della celere e i loro problemi. Cobra (Favino) è il più esagitato di tutti, deluso dalle filosofie dei suoi superiori ed esasperato dalla violenza che quotidianamente subisce ha una gran voglia di farsi giustizia da solo e per questo finisce sotto processo più volte, Mazinga (Giallini, che rivedremo tra poco con Favino a fianco di Verdone) ha un figlio problematico che finisce soggiogato dalla filosofia skinheads e una moglie anch'essa in servizio seppur non operativo sul campo, Negro (Filippo Nigro) invece ha sposato e avuto una figlia da una cubana che ora non lo vuole più in casa e grazie alla maternità può cacciarlo fuori dal suo stesso appartamento. Dopo vari luttuosi casi di cronaca (reale, l'omicidio Raciti, la morte della sig.ra Reggiani, l'accusa per Spaccarotella di aver ucciso Gabriele Sandri) i tre perdono ogni freno, decidono di agire privatamente al di fuori della legge. Con loro la recluta Adriano (Domenico Diele) che però non sembra voler appoggiare del tutto la loro logica esasperata di giustizia.Un'occasione mancata potremmo definirla questa pellicola di Sollima, partendo dal fatto inconfutabile che presenta dei fatti reali e delle gravi problematiche tutt'altro che risolte, viene analizzato il problema da una prospettiva suggestiva (quella dentro il casco del poliziotto) ma con un taglio troppo enfatizzato e teatrale, tutto è spinto al massimo (sembra che si voglia riprendere i tagli registici di Tony Scott), non ci sono sfumature ma solo colori scuri, e anche il personaggio di Adriano è inserito solo per dovere di firma tanto per dire che "not all cops are bastards", per tranquillizzare i benpensanti ed essere politicamente corretto in un film che di corretto non ha nulla. Scorretti coloro che la legge la infrangono, ma peggio che mai anche chi la deve difendere. Assistiamo così agli assalti degli ultras di fronte al manipolo dei coraggiosi (visti indifesi come una sorta di battaglione di Custer al Little Big Horn, concetto ripreso nel finale catartico del concetto della fratellanza), l'occupazione abusiva da parte di extracomunitari senza permesso di soggiorno ma anche agli sfratti fatti con abuso di forza, tutto sembra una tragica bilancia che contiene un uragano che può travolgere tutti. Sin dall'inizio si forza la mano ai ritratti dei cani sciolti che cercano un guinzaglio che li tuteli, che gli faccia esercitare la violenza all'interno della legalità (la tragica filosofia del mondo di Arancia meccanica) ma non si percepisce quanto poi li manovri che forse era la vera denuncia da portare allo spettatore. Così vediamo un Cobra che insegue un'autista che l'ha speronato, il Negro va al parlamento a sbraitare il suo disagio familiare e Mazinga decide che in fondo si preoccupa tanto di quanto avviene fuori e il vero problema lo ha in seno alla famiglia. Purtroppo vediamo il manipolo dei rivoltosi in divisa blu fare cose assurde, come dire in un processo che perdono la testa per l'arrivo dell'adrenalina (l'intenzione è quella di dire che di fronte alla violenza e alla paura che ti assale non puoi sempre essere lucido), ma il grave danno è che si da un messaggio distorto e incompleto della loro azione facendoli vedere solo come una posse fuori controllo che cerca trofei tanto come chi affrontano (vedi la scena del garage) e chi denuncia alla fine è solo un vigliacco traditore. Poi a livello di film puro al di fuori dell'esposizione dello scottante argomento la sommatoria di cose e comportamenti tutti uguali lo rende potenzialmente noioso e a volte i personaggi senza identità d'affezione per chi guarda (più volte viene inquadrato un murales realizzato dal Cobra che li ritrae come indomiti spartani proprio per sopperire a questo). Sollima Jr dimostra che ha i numeri per essere un buon riferimento del nostro cinema futuro, peccato che per il suo esordio abbia scelto un humus narrativo di partenza troppo blindato che non ha avuto il coraggio di modificare. In un cinema dove le genesi italiane valide sono fiori nel deserto questo film non è certo uno dei più bastardi, ma un far-west metropolitano di tale natura non può essere certo memoria di esempio.
Giudizio:

Recensione di ANDREA BIZZARRI
In una breve introduzione , penso dovuta nell'ottica di questa recensione anomala, dico che il film, tratto dal libro omonimo di Carlo Bonini, parla di tre celerini, Mazinga (Giallini), Cobra (Favino) e Negro (Nigro), della giovane recluta Spina (Diele) e di un ex celerino in congedo, tal Carletto (Sartoretti).Per inquadrare il film in un periodo temporale, si potrebbe dire che va dalla morte di Filippo Raciti all'omicidio di Gabriele Sandri, passando per l'uccisione di Giovanna Reggiani. Sullo schermo vediamo passare le vicende dei tre celerini Mazinga, Negro e Cobra, amici di vecchia data e reduci , insieme al congedato Carletto, del G8 di Genova e della nuova leva del reparto Spina, un ragazzo che fatica a far sua la logica di fratellanza e squadra che invece caratterizza gli altri personaggi.
Più di questo, per quel che riguarda la trama, non mi sento di poter dire perché non voglio rovinarvi il piacere di scoprire da soli come si svolge la storia. Anche perché che gusto c'è nell'andare a vedere un film di cui si conosce già tutta la trama?
Quindi il mio focus è spostato sui contenuti, che differiscono dalla trama, e sul messaggio che il film vuole o vorrebbe far passare, a patto che un messaggio ci sia. Inizio col dire che non ho trovato questa tanto decantata componente scandalistica che invece altri vi hanno visto, in questa pellicola. Curiosando nel web, in questi giorni, ho letto di contestazioni e manifestazioni di dissenso nei confronti del lavoro di Sollima, una su tutte quella avvenuta venerdì scorso in corso Buenos Aires a Milano, durante la presentazione del film alla Feltrinelli:una delle accuse, a titolo esemplificativo, era il fatto che il film giustificasse le azioni di violenza commesse dalla celere.
Ora, tralasciando tutti i commenti del caso riguardanti il contestare un qualcosa ancor prima d'averlo visto, io in questa trasposizione cinematografica del libro di Bonini non ho trovato questa tanto millantata apologia della violenza celerina, anzi.
Quello che viene mostrato - e che viene mostrato anche in modo crudo - è lo svolgersi oggettivo di determinati avvenimenti, senza dare all'obbiettivo della macchina da presa il compito di fare da giudice.
Giudice, semmai, è l'occhio di chi guarda e quindi mi permetto di dire che è importante andare a vedere questo film senza preconcetti in testa. E' necessario entrare in sala sgombri dalle idee non troppo stereotipate che si hanno della polizia e guardare quello che avviene sullo schermo come se non se ne si sapesse assolutamente nulla.
Quelle che forse sono sfuggite ai contestatori tutti sono le sottigliezze tipiche dei film non banali: la rappresentazione su schermo di uomini che rappresentano l'ordine e la giustizia e che dentro, di ordinato e giusto, hanno ben poco. E' una cosa visibile soprattutto nel personaggio del Cobra che, da ragazzino, voleva "solo andare a vedere la Roma", parole sue, che in salotto ha appesa una maglietta con la scritta A.C.A.B., che si sente difensore di uno stato e di una legge tutta sua e che tutela a suo modo.
E' emblematico, a tal proposito, il fatto che, una volta assolto da un processo che lo vedeva imputato di lesioni aggravate a un tifoso, si metta a ballare "Police on my back" dei Clash per il corridoio della caserma.
Guardando questo film salta immediatamente alla memoria Burgess e il suo Arancia Meccanica, quando i Drughi diventano tutori dell'ordine.
E partendo da questo presupposto, la critica mossa è, anziché nulla come qualcuno ha voluto sostenere, molto marcata e forte; solo che bisogna arrivarci a questa sorta di turning point.
Il problema, a mio parere, è che certi soggetti iniziano a sbavare di rabbia non appena vedono una divisa e quindi, a parer loro, un film che racconta i fatti dal punto di vista della celere è per forza di cose un film pro celere. No. Sbagliato.
A dirla tutta è sbagliato anche parlare di film "pro" e di film "contro", perché, come detto in precedenza e come detto dallo stesso Sollima, questa pellicola non si pone lo scopo di giudicare. Lo scopo è quello di raccontare nella maniera più oggettiva e imparziale possibile.
E' vero, c'è l'arringa di Cobra al processo che potrebbe far pensare a un'apologia della celere estesa a tutto il film. Però c'è anche la frase di Spina, detta a Cobra guardandolo negli occhi alla fine del film dopo determinati avvenimenti. C'è Spina, la giovane recluta, che dice "Ho scelto il lavoro della guardia perché è un lavoro onesto". Non vi svelo cosa succede prima di questa frase, ma vi posso anticipare che il sopra citato turning point è rappresentato da questa battuta detta dal giovane ragazzo.
E' un film di luci e ombre, questo ACAB, che non può essere semplificato e letto in una maniera sola, che non può essere ridotto ad apologia di qualcosa. Ci sono gli sbirri bastardi, ma ci sono anche i tifosi che non vedono l'ora di menarli, questi sbirri bastardi. C'è il dubbio morale del "Cosa dovevo fare, prendermi le botte?".
C'è la morte di Raciti, l'omicidio della Reggiani, la morte di Sandri e la rabbia degli ultras.
C'è il fatto che il celerino non è nient'altro che il braccio armato di un potere che, forse, tutta questa violenza la vuole creare con non si sa quale scopo.
In sostanza e in conclusione, dico che è un film che non si può non vedere. Anche per il semplice fatto che è indubbiamente spunto di riflessione e discussione. (A tal proposito avrei potuto anche citare Pasolini e il suo intervento dopo gli scontri all'università occupata di Roma, ma mi sarei dilungato troppo).
Ridendo e scherzando, si potrebbe dire che questa non è una recensione ma un'apologia d'un film.
Ed è pazzesco sentire il dovere di difendere un'opera cinematografica di assoluto livello solamente perché ha provato a raccontare il punto di vista dei poliziotti senza esaltarli né difenderli ... né.
Avrei preferito parlare della scelta narrativa, delle inquadrature, della caratterizzazione dei personaggi. Ma tant'è.
Più che dalla polizia, al giorno d'oggi è necessario difendersi dai preconcetti.
Sono più pericolosi e fanno più male.
"E tu, cara ragazza, mi sembri più bella ogni giorno che passa".
Giudizio:

Altri giudizi della redazione:
Alberto Di Felice:

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