| Titolo originale: | The Girl with the Dragon Tattoo | ![]() |
| Nazione: | U.S.A. |
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| Anno: | 2011 |
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| Genere: | Drammatico | |
| Durata: | 158' |
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| Regia: | David Fincher | |
| Sceneggiatura: | Steven Zaillian | |
| Cast: | Daniel Craig, Rooney Mara, Robin Wright, Stellan Skarsgård, Joel Kinnaman, Embeth Davidtz, Christopher Plummer, Joely Richardson, Goran Visnjic, Julian Sands | |
| Produzione: | Scott Rudin Productions, Yellow Bird Films | |
| Distribuzione: | Warner Bros. Pictures Italia | |
| Data di uscita: | 03 Febbraio 2012 |
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| Trama: | Mikael Blomkvist è un giornalista con il vizietto dell'indagine, che si è messo contro un potente uomo d'affari tramite la rivista per cui scrive "Millenium". Un giorno riceve una strana richiesta dal vecchio e ricco industriale Henrik Vanger, che lo chiama nella freddissima Hedestad per indagare sulla scomparsa avvenuta quaranta anni prima della adorata nipote Harriet. Per prendere i soldi necessari a far sopravvivere la rivista in crisi economica Mikael accetta, venendo a conoscenza della disturbata famiglia di Henrik. Il mistero è però talmente intricato e pieno di propaggini violente che coinvolgono altre donne. Intanto a Stoccolma la giovane ventiquattrenne Lisbeth Salander, bravissima hacker informatica bisex, deve vedersela con il laido avvocato che gestisce i suoi patrimoni, che la ricatta sessualmente. Le strade di Mikael e Lisbeth si incrocieranno per scoprire chi è l'uomo che odia le donne a tal punto da assassinarle. | |
Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Difficile giudicare male un bel film, ma questo assunto strano con cui apriamo la recensione riassume perfettamente il concetto personale che vogliamo trasmettervi dopo la visione del remake (opera del grande David Fincher) dell'ottimo Uomini che odiano le donne (2009) di Niels Arden Oplev, tratto dal romanzo (primo di una trilogia) dello sfortunatissimo Stieg Larsson, morto prima di goderne del successo universale. Con il titolo americano The Girl with the Dragon Tattoo, Fincher, di natura un innovativo, riprende il lavoro già fatto da altri forse perchè attirato dal poterne dare una propria versione e soddisfare una propria esigenza personale, ma alla fine ne esce fuori una bella copia asettica di cui non si sentiva per nulla la mancanza, con poche differenze, il film svedese era già perfetto e non aveva per nulla bisogno di essere rimaneggiato o riproposto. Fincher lo rende più snello alla visione accellerando e rendendo più fruibili alla visione alcuni pezzi della intricata indagine, anche se ne rispetta la durata extralong di 160 minuti, mette una apertura molto americana dark per sintetizzare il disagio dei protagonisti e poi parte con il racconto della vicenda ultranota di Lisbeth, interpretata da una efficace Rooney Mara anche se Noomi Rapace rimane sempre un passo avanti, che deve vedersela, vendicandosi in maniera atroce, con il suo avvocato (Yorick van Wageningen), un sadico che abusa delle donne. Parallelamente alla vita tormentata della brava hacker ribelle, anticonformista e bisex, abbiamo Mikael Blomkvist (un grintoso Craig) che indaga sulla scomparsa di Harriet avvenuta quaranta anni prima, la nipote cercata disperatamente senza risultato dal potente industriale Henrik Vanger (Christopher Plummer). Nei guai per aver osteggiato tramite la rivista Millennium, dove lavora, un uomo d'affari, Mikael si rivolge a Lisbeth per aiutarlo, nel contempo la ragazza che ormai era arrivata ad odiare gli uomini per le violenze subite, scopre in lui una dolcezza che non si aspettava da un rappresentante dell'altro sesso e se ne infatua candidamente tanto da cercarlo come amante. L'indagine, dura e scabrosa, porterà a sconvolgenti rivelazioni sulla disturbata famiglia di Vanger. Potente, rifinito e senza sbavature, con una fotografia ottima e interpreti più che decenti (anche se vedere gli americani che fanno gli svedesi non è certo il massimo), Fincher inscena la vicenda in maniera perfetta, il problema, come si diceva in apertura, è che non è la sua vicenda. Chi già conosce la storia non ne viene coinvolto più di tanto, il colpevole e le situazioni devono essere le stesse per forza di cose, i colpi di scena non ci sono e ogni tanto ci viene il sentore e il desiderio che forse era meglio rimanere a casa a ricaricare sul dvd il film svedese, senza investire altri denari; non bastano certo la scene della violenza subita da Lisbeth e la sodomia praticata all'avvocato per vendetta caricate di ulteriore violenza (se possibile, già quella originale era disturbante) per dare una vera logica alla nuova produzione, fatta probabilmente solo ed unicamente per acchiappare soldi nel mercato americano che digerirà meglio Craig e Mara rispetto a Nyqvist e Rapace. Ovviamente chi non ha visto il lavoro originale questo se lo godrà alla grande, è un thriller a tinte fosche di rara bellezza, costruzione e precisa descrizione, in caso contrario ci si diverte magari a cogliere qualche differenza, a rivedere sullo schermo Robin Wright e Stellan Skarsgård, e comunque man mano che scorre il tempo si apre la nostalgia per il lavoro precedente e gli interpreti originali più idonei per atmosfera, Craig è troppo fisicato e la Mara troppo piccola, si vede che soffre del paragone con l'archetipo e carica la recitazione rimanendo poco misurata (a nostro vedere non merita l'Oscar dopo la nomination). Il cinema alla fine fagocita se stesso di nuovo senza logica se non quella economica, a questa pratica non proprio artistica ci eravamo purtroppo abituati e rassegnati, certo che se incomincia a farlo un regista del calibro di Fincher possiamo davvero preoccuparci di non avere baluardi intoccabili.
Recensione di PAOLO ZANINELLI
La storia, più o meno è la seguente: P. e G. sono due studenti della scuola di cinema che durante una pausa pranzo hanno questa conversazione.G: "Oh P, hai visto il trailer dell'ultimo film di Fincher?"
P: "Quale? Uomini che odiano le donne? No... e sinceramente non capisco il senso di fare un remake di un film così recente e ben riuscito... sul serio, ce n'è bisogno? È come il nuovo spiderman, perchè? Senza considerare poi che prendi Emma Stone e la tingi di biondo, è una cosa che mi fa veramente incazz..."
G: "No, fidati, guarda il trailer che poi ne riparliamo... non voglio rovinarti niente ma pensa che in sottofondo c'è Immigrant song dei Led Zeppeling so..."
P: "Sai che mi stai togliendo la poca voglia che ho di vederlo, vero?"
G: "...lo che non è la versione originale, ma una cover fatta da Trent Reznor, quello che ha preso l'oscar l'anno scorso per la colonna sonora di The social network!"
P: "Mmm, certo, perché giustamente se devi copiare un film copi anche la colonna sonora da un'altra parte, così almeno sei coerente..."
Bene, P sono io, e quando arrivai a casa quella sera andai distrattamente su youtube per vedere che cosa poteva mai avere di tanto formidabile questo trailer. Furono due minuti che divisero la mia vita in prima e dopo. Il messaggio era forte e chiaro: "la storia la sai già, quindi non perdiamo tempo, quello che ti propongo è una versione incupita, sporca, violenta e tamarra di un ottimo thriller. The feel bad movie dell'anno."
Potete facilmente comprendere le mie aspettative e il mio stato d'animo quando le luci si spengono definitivamente, lo schermo si fa per qualche secondo più scuro prima di fare apparire... un campo totale... in leggera panoramica... verso destra, per di più... seguito dal totalino di una casa... dopodiché siamo all'interno della casa... e ci avviciniamo con una carrellata ad un uomo di spalle che parla al telefono! Un urlo prende vita dentro di me, un "nooooo" indistinguibile dagli ululati dei coyote alla luna. "Sto assistendo ad un film degli anni '20!", penso con terrore. Intanto siamo quasi giunti al momento fatidico della prima battuta, ma questa passa troppo in fretta, seguita a ritmo serrato dalla seconda, e poi dalla terza... "aspetta, forse non tutte le speranze sono perdute", ma non faccio in tempo a finire di formulare il pensiero che partono i titoli di testa. A questo punto le mie labbra fino a qualche attimo prima tese si distendono in un sorriso. "Mi hai preso in giro, e io ci sono cascato in pieno! Vai David, vai!". Il coyote ha smesso di ululare e ha adocchiato una tana di conigli. Così mi rilasso, con la mano destra afferro i pop corn, con la sinistra brandisco la coca e con il sedere mi avvicino al centro della poltrona. Sono felice.
Quello a cui assisto è un film perfetto, con una messa in scena che rasenta il capolavoro. La regia è originale e nessuna inquadratura o movimento di macchina è lasciato al caso. Prendiamo come esempio l'introduzione del personaggio Lisbeth Salander: mentre si parla di lei ad una riunione vediamo una moto scrambler anni '70 completamente nera avvicinarsi, successivamente siamo in un ascensore e l'unica cosa che vediamo è una cresta (come abbia fatto a resistere al casco è tutt'ora un mistero) eccessiva e un orecchino a spirale e borchiato (volendo perdere tempo potremmo anche analizzare l'accostamento della spirale alle borchie per capire la sfaccetatura del personaggio, ma in fin dei conti è solo un orecchino), successivamente siamo in un corridoio, e la macchina da presa segue Lisbeth verso la porta dell'ufficio; a questo punto finalmente la vediamo in viso, ma siamo distanti e tra noi e lei c'è un vetro che ci impedisce di distinguere bene i lineamenti; dopodiché Lisbeth entra, ma l'inquadratura è ancora troppo larga, così ecco che lei si avvicina alla camera, ma solo per mettersi di spalle; avanti così avvicinandoci un poco per qualche altra inquadratura ed ecco che finalmente abbiamo il suo primo primo piano (scusate il gioco di parole, ma non c'è altro modo per dirlo)... sulla parola "cunnilingus". Oppure quando Mikael Blomkvist arriva ad Uppsala, e per rappresentare il suo spaesamento assistiamo ad un camera car che gioca a ping pong tra primi piani e totali: se a questo punto in sala con voi c'è un montatore lo sentirete piangere.
Uno degli aspetti migliori è indubbiamente la parsimonia nel ricorrere ai dialoghi per portare avanti la storia: spesso si ricorre a nomi scritti, foto e mappe, ed è compito dello spettatore collegare gli indizi. Esemplare che nel momento di massima tensione ci siano almeno due minuti senza dialogo, proprio mentre Lisbeth sta per risolvere il mistero (che poi, se ci pensiamo, è anche giusto che un personaggio come lei lo faccia nel più totale silenzio).
Le musiche sono giocate in maniera ottima, e rafforzano molto gli stati d'animo dei personaggi, fino ad arrivare ad un silenzio pregno di pericoli che riesce a tenere sull'attenti anche il più distratto degli spettatori.
A differenza del libro e della prima trasposizione questo film da più l'idea del capostipite di una trilogia piuttosto che un film a cui ne seguono altri due, e per questo motivo la storia continua per un buon quarto d'ora dopo che la vicenda ad Uppsala si è conclusa, e per quasi metà del film i due personaggi non si incontrano. Questa è una parte della storia, non la prima storia.
Sempre a differenza della versione svedese (cartacea o in celluloide è indifferente) la Lisbeth americana è una persona, non uno stereotipo/macchietta. Il suo personaggio ha una profondità che non era mai riuscito a raggiungere e l'ultima inquadratura del film (specchio di quella proposta in The social network) ne è la prova. Lisbeth non è qui una bisessuale leggermente autistica, ma una ragazza intelligente che ha subito degli abusi da piccola, e per questo non riesce più a fidarsi degli uomini (che odiano le donne) tanto da soddisfare i suoi istinti con persone del suo stesso sesso, ed erigere una barriera contro il mondo che troppe volte l'ha ferita. Ma il primo uomo che riesce a valicare questa barriera finisce con il farla innamorare inconsapevolmente, fino all'inquadratura finale.
Insomma, questo film è quanto di più perfetto si possa trovare. Se non fosse che ho letto il libro e ho (già) visto il film. Se non fosse che sapevo cosa sarebbe accaduto la scena seguente. Se non fosse che conosco bene la storia. Ma purtroppo la conosco e questo mi ha portato a guardare un film di due ore e mezza con un occhio allo schermo e uno all'orologio. Nonostante la perfezione stilistica a cui ho assistito mi sono annoiato in maniera non indifferente, questo perché alla fine un film è una storia non una forma (che difficilmente viene colta dai non "addetti ai lavori") e vedersi riproporre sempre la stessa non è stuzzicante. Per chiudere, questo film è obbligatorio per chi negli ultimi anni ha vissuto sulla luna e non sa di cosa stiamo parlando (invidia non indifferente nei loro confronti) e per chi è interessato a capire come racconta una storia un grande regista. Da evitare come la peste per tutti gli altri, altrimenti uscendo dalla sala vi domanderete come me: "Ma ce n'era veramente bisogno?". Per quanto mi riguarda no.

Altri giudizi della redazione:
Alberto Di Felice:

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