Lebanon

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Titolo originale: id. Lebanon / Locandina
Nazione: Germania, Israele, Francia, Libano
Anno: 2009
Genere: Drammatico, Guerra
Durata: 93'
Regia: Samuel Maoz
Sceneggiatura: Samuel Maoz
Cast: Reymond Amsalem, Ashraf Barhom, Oshri Cohen, Yoav Donat, Michael Moshonov, Zohar Shtrauss, Dudu Tassa, Itay Tiran
Produzione: Ariel Films, Arsam International, Arte France, Israeli Film Fund, Metro Communications, Paralite
Distribuzione: BIM
Data di uscita: 23 Ottobre 2009
Trama: Prima guerra del Libano, 1982. Quattro soldati poco più che ventenni vengono mandati dentro un carrarmato ad evacuare una cittadina ostile già bombardata dall'aeronautica israeliana. Quella che sembra una missione molto semplice sfugge però presto dal loro controllo e si tramuta gradualmente in una trappola.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

LebanonEcco un film col quale il recensore diligente può sbizzarrirsi, dimostrando sensibilità e profondeur: «Lo sguardo» qua regna sovrano, e si sa che nel cinema lo sguardo è tutto. Samuel Maoz ha un'idea in proposito, bella chiara e vistosa per sincerarsi che il recensore diligente se ne accorga e avverta di conseguenza il gentile pubblico, tinta d'autobiografia dato che egli stesso è stato artigliere: l'intera opera sarà confinata al punto di vista interno al carrarmato in cui sono rinchiusi gli innocenti quattro soldati suoi compatrioti. Già da qui si può dar per assodata l'aria opprimente della pellicola, in senso sia fisico sia psicologico, che affoga letteralmente nello sporco, nel sangue e nel sudore.
Giovani uomini spaventati—il primo dei quali è l'alter ego di Maoz, Shmulik (Yoav Donat)—avanzano macinando inquietudine senza poter comprendere come le cose si stanno sviluppando al di fuori. L'unico «raccordo» (mi fingo anch'io, se permettete, recensore diligente) con la situazione esterna è dato dal mirino attraverso il quale Shmulik e gli altri possono perlustrare la distruzione operata dall'avanzata del loro esercito in territorio libanese. A ciò si aggiungono il duro comandante Jamil (Zohar Strauss) e «l'Altro» rappresentato da un prigioniero siriano (Dudu Tasa), verso il quale alla fine del film aumenterà inevitabilmente il senso d'umanità. Il mirino è esattamente il punto in cui si inizia a barare, usandolo alla stregua di un semplice espediente di comodo, che al di là della limitatezza del punto d'osservazione non si risparmia di inquadrare sempre l'oggetto più conveniente dalla postazione più conveniente.
Un mercante di polli giace mutilato a terra, in preda a dolore e grida: la camera/mirino lo inquadra lungamente e dettagliatamente fin quando non si accorge che sta per esser liberato delle sue sofferenze con un colpo di fucile israeliano. Evidentemente Shmulik, l'operatore designato, non ha troppe difficoltà a sopportare esibite mutilazioni, ma sente di dover distogliere «lo sguardo» di fronte ad uno sparo qualunque—quasi seguisse le istruzioni di un produttore preoccupato dei rating dell'MPAA, o di non turbar troppo il pubblico di un festival. Nella galleria degli orrori segue il dramma di una mamma libanese (Reymonde Amsellem) che dopo aver perso la famiglia subisce l'umiliazione di rimanere senza veli: fortuna vuole che la mamma in questione sia un gran bel pezzo di mamma. Shmulik non distoglie «lo sguardo», anzi si fa scopofilico coinvolgendoci appieno.
Il resto è sostanzialmente un dramma da camera, con latente tensione omoerotica, teso verso un'ansia straniante attraverso ampio uso di campi singoli nell'ombra e primissimi piani, nonché da un efficace montaggio sonoro. Forte è dunque la stilizzazione da palco, con innaturali monologhi quali quello di Shmulik, che racconta della sua avventura con una insegnante alla morte del padre, e di Assi (Itay Tiran), che delira facendosi la barba prima dell'avanzata finale e senza apparente via di scampo. La politica israeliana d'invasione ed occupazione, vista da un oblò, è un dramma psicotico off-Broadway con in scena giovincelli che ne sanno meno di noi: naturalmente dobbiamo compatirli.

Giudizio: 1.5


Recensione di ALESSIO BACCHETTA

Lebanon / 1Punta tutto sulla pancia il regista Samuel Maoz, con Lebanon al primo appuntamento in lungometraggio. E vince la sfida, la vince alla grande con un'opera provvista di un'intensità palpitante, una location sudiciamente e terribilmente teatrale e con un obiettivo perennemente puntato sulla violenza della guerra. La pertinenza della pellicola risiede nel fatto tutt'altro che secondario che il cineasta libanese ha davvero nella vita reale vissuto quel tipo di esperienza, ragion per cui ha cullato per quasi 20 anni il desiderio di mettere in pellicola quei traumi di cui è stato falcidiato in giovane età. L'odore.
Su questo senso insiste lo stesso negli extra per fare luce su un'esperienza di vita tanto devastante. L'odore della carne bruciata è ciò che più gli rimane. Non le visioni, non le urla della gente ammazzata, non il sibilante scattare dei proiettili. Ma l'odore della carne viva arsa dalla granate. E il film è in grado di passare il testimone di eventi così rovinosi agli spettatori di tutto il mondo con una veridicità carnale e fisica che esplode letteralmente dallo schermo.
Artifizio intelligentissimo e inesorabile l'obiettivo del carrarmato che ritrae impietoso e realista gli orrori dei combattimenti. Gli occhi dei giovani ragazzi all'interno del mezzo strabuzzano e il livello patemico si eleva fino al parossismo in un clima claustrofobico e limaccioso. L'obiettivo non guarda solo alla guerra. Pone sullo schermo e nelle pupille dei protagonisti istantanee di morte. Corpi mutilati. Bocche del tutto aperte che gridano aiuto. Una donna a cui hanno strappato una figlia di 5 anni. Un vecchio al tavolo fuori da una casa a cui passa davanti l'orribile dispiegarsi della follia umana. I quattro attori si muovono claudicanti e cagionevoli da un punto di vista mentale in una scatola solo apparentemente protetta in cui sono costretti dalla ragion di stato a combattere contro un nemico che non conoscono, per ragioni che non conoscono, indotti a perpetrare una violenza che non conoscono.
Il luridume di cui il carrarmato si fa metafora del luridume morale e materiale della guerra; e Lebanon si fa film sulla guerra e contro la guerra. E, aspetto importante, si fa film che rifugge qualsivoglia intellettualizzazione e orpello per concentrarsi sull'attore precipuo della guerra, l'uomo e le conseguenze che il conflitto fa ricadere su di esso. I ragazzi che all'impazzata agiscono del carrarmato fungono così da simbolo di come la guerra, la cui scaturigine è da ricercare evidentemente dalle persone, su di esse poi vomiti addosso i suoi elementi deteriori. E allora se ne vanno a farsi fottere i legami di amicizia, i valori, le remore, i presupposti personali. In quanto si ritorna al regno animale, dove la paura dà luogo alla violenza e alla legge del più forte.
La racconta bene lo stesso Maoz negli extra: il regista sostiene che non è poi così difficile rendere un uomo soldato; al di là della preparazione tecnica, è importante e sufficiente farlo ammazzare per la prima volta. Da allora tutto quello che è stato cambierà e potrà farlo altre volte. Perchè in esso si sarà creata una dissonanza cognitiva, un punto di non ritorno, un fondale interiore da cui non risalirà mai più.
In Lebanon non vi sono dunque eroi, non vengono presentate complesse strategie militari, non vi sono salvatori della patria, non vi sono codardi in senso assoluto, non vi è didascalismo alcuno nè tanto meno retorica sensazionalistica. C'è solo l'uomo con le sue paure, le sue reazioni naturali. Anche la trama è ridotta all'osso, ma la sceneggiatura è talmente calibrata e non affastellata da consentire un'empatizzazione totale dello spettatore con le vicende. Il ritmo non appare veloce, ma avviluppa nella spirale di violenza e di tensione che si viene a creare in questa esperienza più che estrema vissuta da ragazzi che estremi non sono e non intendono essere. A contribuire al climax emotivo che sgorga come acqua pura da un fonte montana nella massiccia canicola estiva, ci pensano anche i personaggi collaterali: un comandante severo ma non del tutto chiaro nei messaggi, i falangisti anch'essi tutt'altro che precisi negli intenti, un prigioniero calato nel carrarmato che i giovani militi devono controllare con la forza ma che in fondo a loro stessi vorrebbero aiutare.
La guerra raccontata da Maoz parla di un conflitto arabo-israeliano in cui i primi ad essere abbandonati sono gli stessi soldati, facendo presagire che gli stessi civili non verranno risparmiati da questa incuria umana imperdonabile. Una guerra completamente votata al caos, al disordine, dove la gente combattè senza bandiere precise e senza divise. Maoz si tiene comunque distante dal dettare un messaggio; se un messaggio Lebanon ce l'ha, è un latrato, un grido immane contro la guerra in senso generale, guerra vista come un cancro improduttivo e anzi dannoso per tutti.
Maoz tiene a polso duro un controllo della macchina da presa tale per cui sia le scene interne al carrarmato che quelle esterne risultano ben calibrate e godibilmente efficaci. La fotografia è perfetta, equilibrata, scuretta ma non troppo. Presentato in concorso alla 66ª mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, la pellicola ha vinto il leone d'oro al miglior film. Che grande film.

Giudizio: 3


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