Exiled

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Titolo originale: Fong juk Exiled / Locandina
Nazione: Hong Kong
Anno: 2006
Genere: Azione, Poliziesco, Thriller
Durata: 110'
Regia: Johnnie To
Sceneggiatura: Kam-Yuen Szeto, Tin-Shing Yip
Cast: Anthony Wong, Francis Ng, Simon Yam, Nick Cheung, Richie Jen, Roy Cheung, Josie Ho, Lam Suet, Lam Ka Tung, Cheung Siu Fai, Ellen Chan, Tam Ping Man, Hui Siu Hung, Ronald Yan, Wong Wah Wo
Produzione: Media Asia Films, Milky Way Image Company, Newlink Development
Distribuzione: Ripley's Film
Data di uscita: 19 Gennaio 2010 (DVD)
Trama: Macao, 1999. Avendo rinunciato al crimine, Wo si ristabilisce sull'isola con moglie e bambino. Ma alla sua porta bussano un giorno due uomini che alla moglie chiedono di lui; poco dopo, altri due uomini chiedono ancora di lui. Due vogliono ucciderlo su incarico del boss Fay, e due vogliono proteggerlo. I cinque un tempo erano stretti amici, cresciuti insieme in una vita di crimine.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

ExiledCon il debutto nei cinema italiani di Vendicami, distribuito nella grazia di 80 copie, nonché col tributo dedicatogli con l'anteprima alla dodicesima edizione del Far East Film Festival di Udine, Johnnie To è pronto per un più largo pubblico italiano, oltre quello orientalista dei festival e dei dvd d'importazione che ormai da un po' già lo segue. Cineasta 54enne che si è reinventato lungo una carriera sterminata (più di 40 pellicole), difficile da recuperare e seguire, iniziata con commedie e melodrammi negli anni '80, fino a sfondare soprattutto col cinema poliziesco/noir anti-sentimentale negli anni '90 inoltrati con la fondazione della sua casa di produzione Milky Way Image, To è cultore di un postmodernismo essenziale, un autore poliedrico ed istintivo che ormai ha trovato i suoi stilemi frequenti quanto imprevedibili, rinverdendoli con un'indefessa sfida alle comuni modalità narrative.
Questo Exiled (inizialmente annunciato dalla Ripley's Film per l'agosto 2009, poi distribuito dalla stessa direttamente in dvd solo nel gennaio 2010; ancora inediti i successivi Triangle [sforzo a tre con Tsui Hark e Ringo Lam], Mad Detective, Sparrow e Linger) è ennesimo esempio di una concezione del genere vissuta fra il western à la Peckinpah ed il policier/noir francese di Jean-Pierre Melville, omaggiato che più esplicitamente non si può nel suo ultimo lavoro, con Johnny Hallyday nei panni di un nuovo Costello. C'è voluta una star europea per un lancio in piena regola nelle nostre sale, e malignamente si potrebbe ipotizzare che una faccia occidentale sia forse necessaria per aiutare lo spettatore medio ad orientarsi nell'ethos di un regista che di certo non rende la vita facile, riducendo al minimo i caratteri e sezionando lo spazio in maniera sottilmente innaturale—detta in altri termini: il signore di Voghera potrebbe facilmente e senza grossa colpa ritrovarsi a non distinguere un muso giallo dall'altro.
Non è a tal proposito un caso che To operi solitamente (l'eccezione è per l'appunto Vendicami, assai più magnanimo e forse per questo distribuito con molti meno patemi) senza l'assistenza di una vera e propria sceneggiatura, che viene scritta in un qualche modo collaborativamente mentre si procede con le riprese. È così forte la concatenazione di pezzi d'azione stagni, coreografati con pressoché assoluta libertà d'invenzione, attraverso i quali si compie il destino infido di amicizie virili accompagnate da fieri codici d'onore, necessaria ultima speranza. I gesti rituali e le capitolazioni in volo, con sponda di porte e vari altri scudi di fortuna che schizzano via come schegge, diventano la quasi esclusiva modalità di sviluppo della vicenda, che con il minimo di dialoghi rasenta la stilizzazione fumettistica.
Ho parlato di «sfida» alla solita narrazione, ma si dovrebbe semmai classificare il cinema di To come puramente di genere, intendendo il «puramente» in maniera squisitamente etica o di priorità d'interessi prima che operativa. Coerente con sé stesso e con una sua riappropriazione delle classiche suggestioni, pescando dalla tradizione locale quanto—forse più—da quella estera, To costruisce universi schematizzati e semplici, di introversa virilità segnata dalla memoria di un cameratismo perso e ormai irrecuperabile (qui vedansi l'ingiallita foto d'infanzia—appunto, inquadratura finale prima dei titoli di coda—ed il nuovo autoscatto della compagnia, ritrovatasi in un sol provvisorio convivio). Più che sfida, dunque, è il trionfo della convenzione, con un suo pubblico ben preciso.

Giudizio: 2.5


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