Valhalla Rising – Regno di sangue

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Titolo originale: Valhalla Rising Valhalla Rising - Regno di sangue / Locandina
Nazione: Danimarca, Regno Unito
Anno: 2009
Genere: Avventura, Azione, Storico
Durata: 93'
Regia: Nicolas Winding Refn
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn, Roy Jacobsen
Cast: Mads Mikkelsen, Alexander Morton, Stewart Porter, Maarten Stevenson, Mathew Zajac, Gordon Brown, Gary McCormack, Andrew Flanagan, James Ramsey, Gary Lewis, Jamie Sives, Ewan Stewart, Rony Bridges, Robert Harrison, Andy Nicolson
Produzione: BBC Films, La Belle Allee Productions, NWR Film Productions, Nimbus Film Productions, One Eye Production, Savalas Audio Post-Production
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: 11 Maggio 2011 (DVD)
Trama: XI secolo. Riuscito a sfuggire ai suoi padroni dopo una prigionia durata forse tutta la sua vita, un guerriero invincibile che non parla mai, da poco ribattezzato One Eye (ha un solo occhio funzionante), scappa con un ragazzino e si imbarca con lui su una nave vichinga che sta per salpare per la Terra Santa. Ma nel mezzo della navigazione la nave viene avvolta da una misteriosa nebbia, prima di arrivare in tutt'altro luogo.


Recensione di ALBERTO DI FELICE

Valhalla Rising - Regno di sangueSe per voi il cinema è «visionarietà» (nel senso di «apparizione»), allora Nicolas Winding Refn fa al caso vostro e questo suo Valhalla Rising presenta materia di pura delizia. A chi scrive manca la conoscenza approfondita del suo cinema (al momento, nove lungometraggi ultimati) che sarebbe necessaria per esprimere un giudizio accorto su questo autore danese, cresciuto per una porzione della sua vita negli USA; tuttavia, ciò che è possibile ricavare dalla visione a poca distanza di Bronson, uscito di recente nelle nostre sale, e questo film del 2009, distribuito direttamente in home video giusto un mese prima, è che Refn sia una brutta bestia, assai compiaciuta della propria maestria e poco prona alla diretta congruenza di una sua opera con le altre. Se una delle pietre di paragone di Bronson era Kubrick, allora la cosa si spiega.
Si potrebbe obiettare che basti guardare al protagonista One Eye (Mads Mikkelsen—c’è da chiedersi perché l’adattamento italiano tenga il nome inglese, per un nordico, anziché trasporlo), rinchiuso dentro la sua gabbia di animale da combattimento dai detentori della legge e dell’ordine dei tempi dell’ultima epoca vichinga, dissolta dall’avvento predicatorio del cristianesimo, per cominciare a ritrovare anche evidenti trait d’union con il Bronson carcerato nel Regno Unito anni ’70. Ma se Refn non salta di palo in frasca, sembra incline a porsi a ogni giro di fronte a una nuova sfida concettuale e stilistica, riazzerando di fatto il discorso. Stavolta prende le mosse da tutt’altri modelli, quali Herzog (soprattutto) e Malick (in parte—non inganni il fatto che Malick stesso sembri rifarsi a Kubrick nel suo ultimo The Tree of Life), ma da eclettico non aderisce nettamente a nessuno dei due in particolare, allargando ancor di più il proprio bacino di prestiti. Ma gli elementi presi da Carpenter o Tarkovskij rimangono più fugaci.
Ad ogni modo, la spinta di fisicità del suo filmmaking è ora più elementizia, certamente ha l’aria più seriosa e avanza lungo profondi crinali di fondamento culturale, andando a rimescolare paganesimo e cristianesimo, inferno e scoperta del Nuovo Mondo. Quasi totalmente priva di dialogo, ma parecchio sentenziosa ogni volta che questo incombe, la pellicola astrae il viaggio di un uomo ignoto al suo tempo ponendolo al centro dell’alterigia umana in due delle manifestazioni religioso-culturali alla base del mondo occidentale (One Eye è prima schiavo fra pagani, poi pagano fra aspiranti conquistatori cristiani), prima che entrambe queste manifestazioni (e lui stesso) crollino sotto l’assalto difensivo della cultura aliena dei nativi americani.
Questa parabola di rivolta dell’umano (con tocchi di sovrumano) e della natura profonda (sua e, forse, divina) contro l’Autorità viene creata da Refn con cavernoso fare. Il concettuale estetico per lui prevale sul concettuale tout court, tanto che sarebbe meglio i dialoghi sparissero del tutto. Pertanto, se di visionarietà bisogna vivere—come per molti, il cinema essendo (anche) arte visiva, non può che esser vero—Valhalla Rising esalta l’occhio com’anche accende il nostro mistico «spirto guerrier»; c’è di contro da dire che oltre al piacere per i quadri statici (o in ralenti), e oltre alla svelta e perentoria divisione in capitoli che spiattella quasi tutto quel che di concettuale tout court c’è, qui il gusto di Refn per il far cinema si dimostra più trionfalmente cattedratico che non incontrollabilmente vitale come in Bronson. Speriamo non sia il segnale di una brutta china.

Giudizio: 2


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